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In equilibrio tra rosso e verde, il punto della ricerca in un nuovo libro per Palgrave Springer

Le cooperative italiane alla ricerca di un modello per la transizione ecologica

Mazzanti: «Per portare l’innovazione sul territorio è l’assemblea dei soci che deve essere proattiva, con lo stimolo delle componenti sociali e politiche locali»
 |  Green economy

Portare avanti la transizione ecologica, dal punto di vista dell'impresa, significa saper coniugare le necessità di sostenibilità ambientale a livello globale con quelle dello sviluppo socioeconomico locale.

Se le aziende votate ai profitti a breve termine hanno già dimostrato di non poter svolgere efficacemente questo ruolo, il modello delle cooperative può offrire un'alternativa credibile?

Il mondo della ricerca s'interroga da tempo attorno a questo quesito, e una sintesi delle migliori conoscenze disponibili è stata appena pubblicata nel volume Innovations for circularity and knowledge creation: participation and cooperative approaches for sustainability (Palgrave Springer).

Si tratta di un lavoro a sei mani, realizzato dagli economisti Andrea Bernardi (Centro alti studi per la difesa), Massimiliano Mazzanti (Università di Ferrara) e Salvatore Monni (Università Roma Tre).

Ne abbiamo parlato con Mazzanti, direttore del dipartimento di Economia e management dell'Ateneo ferrarese, fondatore del Centro interuniversitario Seeds e direttore del centro di ricerca Cercis, già presidente dell'Associazione italiana degli economisti ambientali (Iaere).

Intervista

Come nasce l’idea di un libro sull’approccio delle cooperative allo sviluppo sostenibile?

«Sono nato Bologna e cresciuto ad Argenta, sulla linea gotica tra Ravenna e Ferrara. Nella Regione italiana con la più alta densità di lavoratori riuniti in cooperativa, proprio Argenta ha visto anche il fallimento della storica Cooperativa costruttori, che aveva caratterizzato con altre realtà cooperative lo sviluppo dell’area per decenni.

Qui sono le mie radici, nel bene e nel male. Non sono però un vero economista esperto di cooperative, come lo sono invece Salvatore Monni – con cui ci conosciamo ormai da un quarto di secolo – e Andrea Bernardi; nel libro abbiamo unito le loro competenze con le mie su innovazione e circolarità. C’è molto anche del progetto di ricerca Climate circular coop, che l’Università di Ferrara sta portando avanti con quella di Roma Tre e Legacoop».

Come mostra proprio il caso dell’Emilia-Romagna, le cooperative nascono spesso in territori con una base politica e culturale di sinistra. Come si lega il lignaggio rosso col futuro verde?

«Chi fa ricerca deve anche provocare, e la metafora politica del nostro lavoro penso sia chiara nell’indagare la possibilità di legare rosso e verde. Sacmi e Cefla, ad esempio, sono due tra le maggiori cooperative italiane, insieme fatturano circa 2.5 miliardi di euro. La domanda quindi è, sono sempre cooperative e che tipo di evoluzione hanno avuto? Da una parte sono multinazionali di grande successo che si basano sull’innovazione, hanno sedi in America, Giappone, ben al di là del perimetro locale; dall’altra hanno i soci che partecipano, votano, i manager spesso sono ex operai. Dal punto di vista socioeconomico può essere un modello vincente anche di fronte alle sfide global delle transizioni della sostenibilità».

Lo è anche dal punto di vista della sostenibilità ambientale?

«In principio sì, perché nelle grandi cooperative industriali i salari sono più elevati, i lavoratori più produttivi e motivati, gli utili sono re-investiti sui soci; partendo dal legame delle cooperative col territorio d’appartenenza, gli obiettivi sociali potrebbero essere estesi a quelli ambientali, ma qui il discorso si fa più politico. Perché anche le imprese profit possono perseguire fini di questo tipo, ad esempio istituendo proprie fondazioni, e anticipando le politiche ambientali e i cambiamenti dei consumi (più green, più etici) nelle loro strategie d’impresa. E che si parli di profit o meno, tutte queste società sono chiamate a investire in innovazione ambientale per restare competitive.

Ad oggi non si può dire che le cooperative abbiano delle performance superiori in termini di sostenibilità ambientale, non c’è una netta evidenza empirica. È una area di ricerca di grande interesse». Una ipotesi che metto sul tavolo, da esaminare, è che sia la maggiore ‘biodiversità’ di imprese, presenza sia di profit e non profit, grandi e PMI, a creare le basi per migliori performance sociali ed ambientali di fronte alle sfide globali».

Possono essere messi in campo strumenti di policy per spingerle in quella direzione?

«È la domanda delle domande. Se l’impresa è profit risponde agli shareholders, e a livello globale la sostenibilità è necessaria per far crescere il valore dell’azienda: la domanda d’investimenti in tal senso arriva dunque dagli shareholders.

Per le cooperative è diverso, perché rispondono ai soci, generalmente più locali, e alle comunità. In questi casi è dunque l’assemblea dei soci che è chiamata a essere proattiva: per stimolare gli investimenti nell’innovazione per la sostenibilità occorre uno sforzo cooperativo di tipo più territoriale, che parta dalla mobilitazione delle componenti sociali e politiche locali, dal Comune alla Regione».

In questo contesto come s’inserisce il vostro progetto di ricerca Climate circular coop?

«Si tratta di un progetto – cui è dedicato ampio spazio anche nel libro – che indaga il potenziale delle cooperative verso l’innovazione nel campo economica circolare, incrociando agli approcci di tipo micro e macro messi in campo da Asia Guerreschi e Emy Zecca, cui si è aggiunta da poco la dottoranda Ginevra Coletti. I filoni di ricerca incrociano un’analisi di stampo più sociologico, con lo studio di casi scuola, a un lavoro di tipo statistico a partire da dati nazionali Legacoop; in questi mesi stiamo lanciando una nuova indagine sulle imprese per poter raccogliere dati ancora più robusti, nel complesso si tratta di un progetto di ricerca che può andare avanti ancora qualche anno».

Per il centro di ricerca Seeds, a un decennio dalla sua nascita si avvicina invece il momento della conferenza annuale, in un luogo dolorosamente iconico per la Resistenza italiana come Marzabotto. Qual è il suo bilancio?

«Il bilancio è straordinario, in 10 anni siamo riusciti a mettere insieme 12 Atenei italiani per condurre studi congiunti sulla sostenibilità e l’economia ambientale. Non è stato un percorso semplice perché nel perimetro della Pubblica amministrazione le difficoltà burocratiche sono elevate, mentre in un cda decisioni come queste le prendi in una serata.

Abbiamo scoperto vivendo che attraverso un centro interuniversitario si possono fare progetti europei insieme, ed è una grande forza potersi presentare in Europa come un network – o come una cooperativa, se vogliamo – anziché come singolo, per ripartire successivamente le risorse. Inoltre Seeds è stato ed è tuttora una realtà ad altissima densità di giovani, una comunità che anche a Marzabotto ha risposto presente; basti osservare che abbiamo ricevuto 56 proposte di paper».

C’è un elemento che emerge sugli altri, da questi dieci anni di studi?

«La mia ossessione è su ricerca e sviluppo, un dato che dovremmo tenere in considerazione anche in vista delle prossime elezioni europee. Per la prima volta, nel 2022 la Cina ha superato l’Ue come quota di Pil investito sulla ricerca (2,41% vs 2,24%, ndr), ed è quarta al mondo dopo Usa e Giappone (mentre l’Italia investe l’1,33% del Pil, ndr). Se pensiamo che la soglia che avremmo dovuto raggiungere è il 3%, come stabilito già vent’anni fa dalla Strategia di Lisbona, oggi è ancora più urgente riprendere a investire nell’innovazione per la sostenibilità».

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.