
«Per troppi anni Napoli Orientale è stata avvelenata»: flash mob di Legambiente, Libera, Arci e associazioni cattoliche

Un’area contaminata di oltre mille ettari aspetta da quasi trent’anni di essere messa in sicurezza. Siamo nella periferia orientale di Napoli. Qui 829 ettari di terreni posti in area ex-industriale e 448 ettari di mare contaminati attendono da 27 anni di essere bonificati. I numeri sullo stato di “non avanzamento” delle bonifiche parlano chiaro: dal 1998, degli oltre 800 ettari perimetrati, appena il 4,7% del terreno e lo 0% delle falde sono stati bonificati, così come non c’è nessun dato ad oggi sulla bonifica del mare che continua ad essere negato a Napoli Orientale così come a Bagnoli. E a pagarne lo scotto sono come sempre ambiente e salute dei cittadini. A denunciare questa vergogna nazionale, chiedendo bonifiche immediate e la partecipazione della comunità locale in tutte le fasi decisionali su bonifiche e riconversione industriale, sono ACLI, AGESCI, ARCI, Azione Cattolica Italiana, Legambiente e Libera con il flash mob organizzato questa mattina dalla spiaggia di Via Detta Innominata a San Giovanni a Teduccio (Na), in occasione dell’ultima tappa della loro campagna nazionale “Ecogiustizia subito: in nome del popolo inquinato” con cui in questi mesi hanno viaggiato lungo la Penisola in alcuni luoghi simbolo di ingiustizia ambientale e sociale: Casale Monferrato (AL), Taranto, Marghera (VE) Augusta-Priolo-Melilli (SR), Terra dei Fuochi (CE), Brescia, Napoli Est.
Ad aprire il flash mob la lettura simbolica della sentenza del popolo inquinato al grido “Ecogiustizia subito”. Sul fronte delle bonifiche, sei gli interventi centrali indicati dalle associazioni, che occorre mettere in campo per dare un nuovo futuro al SIN di Napoli Est, trasformandolo da polo di degrado a modello di innovazione ambientale e sociale. Per fare ciò occorre aprire la stagione delle bonifiche in un’area ex industriale per troppi anni dimenticata e dove azioni come - lo stanziamento di fondi pubblici, 123 miliardi di euro quelli dal 2011 ad oggi, il nuovo Accordo di Programma con 13 linee di intervento siglato nel 2022 - tra l’allora Ministero della Transizione Ecologica (oggi Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), la Regione Campania, la Città Metropolitana di Napoli, il Comune di Napoli e l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale), l’affidamento delle bonifiche, secondo quanto si apprende, nelle aree di competenza della KRC all'interno del SIN - sono solo una piccola goccia in un immenso mare dove c’è ancora molto da fare in termini di bonifiche e di riconversione dell’ex area industriale.
Sei sono gli interventi chiave per le associazioni. Prima pietra miliare su cui occorre lavorare è: 1) accelerare le bonifiche di falde e terreni, garantendo il rispetto degli impegni assunti nel Nuovo Accordo di Programma del 2022. Senza però dimenticare di 2) rendere maggiormente fruibili e aggiornati i dati ambientali e sanitari, colmando la grave mancanza di monitoraggi sugli effetti dell’inquinamento sulla salute della popolazione; 3) destinare risorse certe e adeguate agli interventi previsti, senza frammentazione burocratica che rallenti le opere di risanamento; 4) bloccare definitivamente proposte di installazione di nuovi impianti altamente impattanti, adottando politiche di rafforzamento e sviluppo industriale, nell’ottica della transizione energetica coerenti con la rigenerazione ecologica dell’area; 5) attuare con urgenza il principio “Chi inquina paga”; 6) garantire la partecipazione della comunità locale in tutte le fasi decisionali sulle bonifiche e sulla riconversione industriale.
Interventi che devono essere accompagnati da un monitoraggio costante di cui le associazioni si fanno promotrici insieme alla comunità locale, convinte che la “sorveglianza attiva” sui tempi di bonifica per ciascuno dei 13 interventi previsti dall’Accordo 2022, sull’avanzamento dei lavori di bonifica della falda, sulla trasparenza dei fondi pubblici, sulla correttezza delle procedure di appalto e dei controlli, sulla realizzazione dei piani di riconversione industriale, sono fondamentali per assicurare la transizione ecologica e la tutela della salute pubblica in questo territorio.
«Per troppi anni Napoli Orientale – dichiarano ACLI, AGESCI, ARCI, Azione Cattolica Italiana, Legambiente e Libera – è stata avvelenata e ignorata. Occorre accelerare il processo di bonifica nel SIN di Napoli Est con un’attenta pianificazione e programmazione, ma anche con adeguate competenze tecniche, una capacity building delle amministrazioni interessate; senza dimenticare che nel processo di bonifica e riconversione è fondamentale coinvolgere la comunità locale con assemblee pubbliche e tavoli di lavoro aperti ai residenti. Bisogna bonificare e costruire una nuova identità per Napoli Orientale, affermando un nuovo diritto alla città che sappia mettere al centro salute, ambiente e lavoro dignitoso. Innovazione ambientale e sociale possono essere le chiavi per accelerare la transizione ecologica anche a Napoli Est, culla già di esperienze importanti come il Campus di San Giovanni a Teduccio, un polo tecnologico avanzato dell’Università degli Studi di Napoli Federico II dove sono nate le Academy, percorsi di alta formazione in collaborazione con colossi internazionali come l’Apple, la realizzazione di quello che sarà il primo biodigestore per il trattamento dei rifiuti organici di Napoli, il potenziamento delle comunità energetiche e l’espansione dei green jobs».
Il SIN di Napoli, istituito con la Legge 426/1998, ricade interamente nel territorio di Napoli ed è stato “creato” a causa della elevata contaminazione del suolo e delle acque sotterranee dovuta alle attività industriali avviate a partire dagli inizi del secolo scorso. Le indagini ambientali condotte sia da enti pubblici che da soggetti privati hanno evidenziato una situazione di contaminazione significativa. Per quanto riguarda il suolo, sia superficiale che profondo, sono state riscontrate concentrazioni di metalli pesanti, tra cui mercurio (Hg), piombo (Pb), zinco (Zn), berillio (Be), rame (Cu) e cromo (Cr), oltre alla presenza di composti organici come idrocarburi, IPA e PCB, in livelli superiori alle Concentrazioni Soglia di Contaminazione (CSC). Anche le acque di falda risultano fortemente compromesse, con una contaminazione diffusa dovuta principalmente alla presenza di composti alifatici clorurati, sia cancerogeni che non cancerogeni. Inoltre, in tutto il SIN, sono state rilevate elevate concentrazioni di ferro e manganese.
Per quanto riguarda gli impatti sanitari, stando al Registro epidemiologico cittadino redatto tra il 2009 e il 2017 dal gruppo epidemiologico della Consulta popolare per la salute e la sanità della città di Napoli istituita con Decreto Sindacale nel 2018, va segnalato che tutta la VI Municipalità presenta tassi di mortalità e di decessi elevati. Anche il Registro nominativo delle cause di morte del comune di Napoli, sebbene riferito al biennio 2004-2005 e mai aggiornato, ha rilevato che la VI Municipalità è al secondo posto nell’area metropolitana per mortalità da tumore, oltre a presentare frequenti picchi di incidenza di linfomi, leucemie, malattie polmonari croniche ostruttive.
Napoli Est rappresenta una delle aree più complesse del capoluogo campano. La VI Municipalità, comprendente i quartieri di Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, conta oltre 112.000 abitanti, risultando la più popolosa della città. Un territorio difficile segnato da un alto tasso di disoccupazione, con valori che superano il 18% in alcuni quartieri, e da una forte incidenza di famiglie in condizioni di disagio economico. La dispersione scolastica raggiunge punte del 50% nelle scuole superiori. «Questi dati - aggiungono le associazioni - evidenziano un sistema sociale fragile, dove il rischio di esclusione per i più giovani è elevato e il reclutamento nella criminalità organizzata rappresenta spesso una delle poche prospettive concrete. Il ruolo del terzo settore, l’attivismo civico e il rafforzamento delle reti associative si rivelano fondamentali per la coesione sociale e la creazione di opportunità, dimostrando che il cambiamento può partire dal basso».
