
Trump lancia l’offensiva commerciale, dazi al 20% per l’Ue. Von der Leyen: «Reagiremo»

Il cielo è plumbleo, sopra il Giardino delle rose della Casa Bianca. Il viso un paio di tonalità più scuro delle mani, Donald Trump non si risparmia sottili ghigni quando parte con l’intervento per questo «Liberation day», quando cita lo slogan «America first», quando punta il dito contro gli «avvoltoi» che da anni approfittano degli Stati Uniti, quando dice che «il 2 aprile 2025 sarà ricordato per sempre come il giorno in cui l’industria americana è rinata, il giorno in cui il destino dell’America è stato recuperato e il giorno in cui abbiamo iniziato a rendere di nuovo ricca l’America».
Il presidente Usa ha convocato i giornalisti per illustrare le «reciprocal tariffs», le nuove tariffe doganali che entreranno in vigore dal 5 aprile. Ci sono bandiere a stelle e strisce in abbondanza, tulipani dalle svariate sfumature di rosso, una piccola scrivania su cui andrà a firmare questi nuovi «dazi reciproci». Perché reciproci? Perché «per 50 anni gli americani sono stati derubati», dice, e dunque «ciò che loro fanno a noi, ora noi lo facciamo a loro. Molto semplice. Non può essere più semplice di così», ghigno, alzatina di spalle. «Gli addebiteremo circa la metà di quello che ci hanno addebitato. Quindi, le tariffe non saranno completamente reciproche». Ghigno.
Solleva un pannello con sopra elencato lo schema dei dazi che a suo dire gli altri Paesi da tempo impongono agli Usa e di quelli che ora entreranno in vigore. C’è la percentuale base, uguale per tutti, del 10%, che parte tra 48 ore, e poi ci sono le tariffe per così dire personalizzate, che entreranno in vigore a una settimana dall’annuncio, cioè il 9 aprile. Così questi Paesi avranno il tempo necessario per organizzarsi, dice. All’Ue riserva un cospicuo 20%, senza alcuna distinzione tra Paese e Paese, per la delusione di chi, tra gli Stati membri, si aspettava magari un trattamento di favore. La Gran Bretagna se la cava col 10%. Sui prodotti della Cina i dazi saranno del 36%, per quelli del Vietnam del 46% e della Cambogia del 49%. E poi 24% per il Giappone, 25% per la Corea del Sud, 26% per l’India, 32% per Taiwan. La Russia? Non pervenuta. Perché già colpita dalle sanzioni che «precludono già qualsiasi scambio commerciale significativo», spiega la portavoce della Casa Bianca a chi ne domanda il motivo. Per Canada e Messico era stato già previsto il 25%. Per tutti i Paesi e per tutti i tipi di prodotti, l’invito è quello di trasferire la produzione negli Stati Uniti, così si eviteranno le maggiorazioni. «Semplice». Ghigno. «Renderemo di nuovo l’America ricca, torneranno industria, occupazione e prezzi più bassi». Applausi dei membri dell’amministrazione seduti nelle prime file, applausi dei lavoratori e dei rappresentanti sindacali fatti entrare nel Giardino delle rose per l’occasione.
Le risposte all’iniziativa del tycoon arrivano sotto forma di repentini crolli delle Borse di tutto il mondo, nella veste di editoriali e cubitali titoli in prima pagina sul fatto che «l’era della leadership economica americana sta finendo» (il Wall Street Journal, che già aveva definito i dazi trumpiani «i più stupidi della storia») e sulle «World War Fee» (il New York Post del miliardario Rupert Murdoch). E risposte arrivano nella veste di dichiarazioni di capi di Stato e di governo di tutto il mondo, con Sergio Mattarella che parla di «errore profondo» di fronte al quale serve una risposta «compatta, serena e determinata» e con Giorgia Meloni che parla di «misura sbagliata»: «Faremo tutto quello che possiamo per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti, con l'obiettivo di scongiurare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l’Occidente a favore di altri attori globali».
L’Unione europea ha ora qualche giorno per negoziare. E anche per capire come reagire con dazi mirati, soprattutto concentrando l’iniziativa nei confronti delle Big tech statunitensi, piuttosto che con tariffe a 360 gradi che, come evidenziato dalla presidente della Bce Christine Lagarde, potrebbero ridurre la crescita dell’economia europea fino allo 0,5%. Ursula von der Leyen ha commentato le misure decise Oltreoceano rilasciando una dichiarazione mentre era in trasferta a Samarcanda, in Uzbekistan: «So che molti di voi si sentono delusi dal nostro più vecchio alleato. Dobbiamo prepararci all’impatto che avremo inevitabilmente. Ma l’Ue ha tutto ciò di cui ha bisogno per superare la tempesta. E l’unità è la nostra forza. Noi saremo sempre dalla parte di chi si vede i propri diritti danneggiati». La presidente della Commissione Ue ha aggiunto: «Non sembra esserci ordine nel disordine. Non c’è un percorso chiaro attraverso la complessità e il caos che si sta creando quando tutti i partner commerciali degli Stati Uniti vengono colpiti. Negli ultimi ottant’anni, il commercio tra Europa e Usa ha creato milioni di posti di lavoro. I consumatori di tutto l’Atlantico hanno beneficiato di una riduzione dei prezzi. Sono d’accordo con Trump sul fatto che altri approfittano ingiustamente delle regole attuali. E sono pronta a sostenere qualsiasi sforzo per rendere il sistema commerciale globale adatto alle realtà dell'economia globale. Ma voglio anche essere chiara: ricorrere alle tariffe come primo e ultimo strumento non risolverà il problema». L’ultima considerazione di von der Leyen è per come dovranno muoversi i Paesi comunitari: «Siamo in questa situazione insieme. Se la affronta uno di noi, la affrontiamo tutti noi. Quindi resteremo uniti e ci difenderemo a vicenda. La nostra unità è la nostra forza. L'Europa ha il più grande mercato unico del mondo, 450 milioni di consumatori, che è il nostro porto sicuro in tempi tumultuosi».
In ogni Paese però si iniziano a fare i calcoli su quanto peseranno le nuove misure sulle economie nazionali. Secondo i primi calcoli effettuati dal Centro studi di Confindustria, il Pil italiano, precedentemente stimato in crescita dello 0,6% per il 2025, potrebbe assestarsi sullo 0,4% se non addirittura sullo 0,2%.
