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«Tassare i fossili, proteggere la biodiversità»: flash mob di Climate pride in occasione della Cop16

Parallelamente alla seconda sessione della conferenza Onu in corso a Roma, la rete di movimenti ambientalisti ha organizzato una performance vicino alla sede della Fao per sollecitare un impegno politico e finanziario più ambizioso nella tutela degli ecosistemi
 |  Natura e biodiversità

Maschere raffiguranti animali, quelli messi in pericolo da uno sviluppo selvaggio che provoca disastri in preziosi ecosistemi situati in diverse aree del pianeta. Le bandiere le Nazioni Unite, che con la Conferenza delle parti sulla biodiversità da oggi discutono a Roma come affrontare il problema. E uno striscione, che in quattro parole racchiude un programma che i delegati dei 150 paesi arrivati nella Capitale dovrebbero fare proprio: «Tax fossils, protect biodiversity». 

Mentre hanno preso il via i lavori della Cop16 bis, la rete del Climate pride ha organizzato un flash mob nei pressi del palazzo della Fao per sollecitare un impegno politico e finanziario più ambizioso nella tutela della biodiversità. La manifestazione, indetta da realtà ecologiste, ha rivendicato la necessità di rispettare i limiti planetari, promuovendo benessere, lavoro e inclusione sociale per ogni persona.  

Un gruppo di attiviste e attivisti ha dato vita a una performance artistica, una sorta di "COP della Natura" con la presenza di bandiere dell’Onu, volta a catalizzare l'attenzione sulle richieste chiave rivolte ai rappresentanti delle nazioni. Questa performance, con la sua forte carica simbolica, è legata strettamente alla rivendicazione di azioni concrete e maggiori finanziamenti pubblici, diretti anche alle popolazioni indigene e locali, per raggiungere gli obiettivi internazionali sulla salvaguardia ambientale.

Per questo, la rete del Climate Pride ha rafforzato le richieste già avanzate il 19 febbraio dalle organizzazioni della società civile, esortando i governi a ridurre di almeno 500 miliardi di dollari all’anno gli incentivi dannosi per la biodiversità e mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno per la tutela della biodiversità entro il 2030.

In coerenza con il Nature restoration law, che prevede il ripristino di almeno il 30% degli habitat degradati dell’Ue entro il 2030, il 60% entro il 2040 e il 90% entro il 2050, la rete del Climate pride afferma che, al fine di coniugare ottimizzazione delle risorse e tutela degli ecosistemi in linea con gli obiettivi europei, è fondamentale garantire che gli investimenti siano realizzati senza pregiudicare le risorse ambientali (principio del Dnsh - Do no significant harm).

I promotori dell’iniziativa sottolineano anche che le soluzioni per la protezione della biodiversità su scala globale non possono essere consegnate esclusivamente a logiche che non tengano conto del cambio di paradigma necessario che parta, innanzitutto, dal mettere la scienza al centro delle decisioni strategiche: devono essere le indicazioni della scienza, tramite il coinvolgimento delle comunità locali, a guidare le scelte politiche e non il contrario. È necessario finanziare azioni di tutela multidisciplinare (agricoltura, pesca, foreste, mobilità, ecc.) per ridurre le pressioni e puntare sul ripristino della natura in coerenza con regolamenti e trattati internazionali, puntando su soluzioni basate sulla natura (Nature based solution). Al contempo, sottolinea Climate pride, è necessario vigilare attentamente, e nel caso regolamentare in maniera stringente, il meccanismo delle compensazioni (biodiversity offsetting) in base al quale la perdita e distruzione di habitat, causata da progetti di sviluppo ed infrastrutturazione, può essere compensata altrove, anche in altri continenti, con una quantità di natura equivalente e ricreando ecosistemi “simili” che, tuttavia, vengono però raramente ricostruiti con successo avendo, come risultato, la perdita di habitat chiave e di specie native nonché degrado di servizi ecosistemici.

In questo senso, spiegano gli attivisti, un aspetto cruciale è la speculazione sui brevetti dei semi, che minaccia l'identità culturale delle popolazioni indigene e delle comunità locali. La privatizzazione delle sementi, spesso conservate attraverso conoscenze tramandate per generazioni, rischia di sottrarre a queste comunità il diritto di coltivare, conservare e scambiare liberamente le proprie risorse, riducendo la biodiversità agricola e aumentando la dipendenza economica dai grandi gruppi industriali agricoli e farmaceutici. Proteggere i diritti dei popoli indigeni su queste risorse è essenziale per preservare la diversità culturale e garantire la sovranità alimentare globale, sottolineano.

Le richieste che Climate pride rivolge ai Paesi del Nord globale, compresa l’Italia, è di assumersi maggiori responsabilità nel finanziamento di tali misure, collaborando attivamente con i Paesi del Sud globale, in particolare nel contesto della cooperazione con il continente africano. Per questo è fondamentale dotarsi di un sistema di indicatori globali capaci di misurare lo stato di avanzamento e applicazione dei Piani nazionali di protezione della Biodiversità, sottolineano, aggiungendo anche che la Cop16 rappresenta un'opportunità cruciale per un cambio di rotta: è tempo che i governi si assumano la responsabilità di proteggere la biodiversità con azioni concrete e investimenti adeguati.

Redazione Greenreport

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