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Oltre 32 milioni di uccelli abbattuti in Italia dal 2017: il bilancio della caccia sull’avifauna

L'analisi Ispra dei tesserini venatori rivela un impatto significativo sulla biodiversità, con forti variazioni regionali e la presenza di fenomeni di bracconaggio non quantificabili
 |  Natura e biodiversità
Numero di individui abbattuti di tutte le specie cacciabili in Italia nelle diverse stagioni venatorie considerate

Ogni anno, migliaia di uccelli migratori e stanziali solcano i cieli italiani, ma un numero considerevole di essi non arriva a concludere il suo viaggio. Seppur regolata da leggi che fissano i limiti di prelievo e i periodi consentiti, la caccia rimane una delle principali cause di mortalità per molte specie dell’avifauna.

Dal 2017 al 2023, il numero di uccelli abbattuti in Italia durante la stagione venatoria ha raggiunto cifre preoccupanti, con un totale di 32.864.335 individui abbattuti. Questi dati emergono da un'analisi approfondita dei tesserini venatori raccolti da Ispra, che fornisce un quadro delle principali specie cacciabili e dei territori dove la pressione venatoria si fa sentire maggiormente.

In cima alla lista delle specie più cacciate c'è il Tordo bottaccio, seguito da altre specie come il Fagiano comune, il Colombaccio e l'Allodola. Nonostante i dati sulle singole specie non siano completi, emerge chiaramente che la caccia a queste e ad altre specie migratorie è diffusa in diverse regioni italiane, con una concentrazione maggiore in quelle settentrionali, come la Lombardia e il Veneto, dove le tradizioni venatorie sono particolarmente radicate.

Gli abbattimenti, pur essendo regolamentati, possono influenzare negativamente la biodiversità e lo stato di conservazione delle popolazioni ornitiche. Alcune specie, come la Tortora selvatica e l'Allodola, mostrano segnali di declino, con un decremento preoccupante delle loro popolazioni a livello europeo.

I dati trasmessi alle autorità competenti non sempre forniscono una visione completa del fenomeno; se da un lato Ispra ha raccolto e analizzato le informazioni sui tesserini venatori provenienti da 19 regioni e dalle due provincie autonome di Trento e Bolzano, dall’altro, le informazioni risultano essere parziali e in alcuni casi insufficienti.

Solo alcune regioni, come la Campania, forniscono dati dettagliati e completi, mentre altre, come l'Umbria, non hanno mai trasmesso informazioni utili per le stagioni venatorie in esame. La percentuale di tesserini venatori analizzati rispetto al totale rilasciato varia significativamente, e in molti casi non è stata fornita una stima accurata, impedendo una valutazione precisa della pressione venatoria esercitata sulle diverse specie.

Gli esperti avvertono che per gestire correttamente la pressione venatoria e proteggere le specie più vulnerabili, è fondamentale raccogliere e analizzare con maggiore precisione i dati di abbattimento. A questo proposito, un miglioramento nella trasmissione delle informazioni da parte delle amministrazioni regionali sarebbe un passo cruciale. La corretta gestione delle risorse faunistiche non può prescindere da un sistema di monitoraggio efficace che consenta di verificare la sostenibilità dei prelievi e garantire la protezione delle specie vulnerabili.

A questi dati ufficiali si aggiungono poi quelli legati al bracconaggio, un fenomeno difficile da quantificare ma che in alcune aree ha un impatto significativo sulle popolazioni di specie protette, come la Tortora selvatica.

In Italia, la caccia è regolamentata dalla Legge 157 del 1992, che stabilisce che l’avifauna è patrimonio indisponibile dello Stato e deve essere tutelata nell'interesse della comunità nazionale e internazionale. La Direttiva "Uccelli" dell'Unione Europea, a sua volta, impone che il prelievo venatorio sia ecologicamente equilibrato e non pregiudichi la conservazione delle specie. L’equilibrio tra la necessità di regolamentare l'attività venatoria e quella di tutelare la biodiversità resta però fragile, e richiede una gestione attenta, basata su dati completi e accurati.

Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni per migliorare la raccolta dei dati, resta ancora molto da fare per garantire che la caccia non danneggi irreparabilmente le popolazioni di uccelli. La sfida, infatti, non è solo quella di rispettare le normative europee, ma anche di trovare soluzioni che possano conciliare la tutela dell’ambiente con le tradizioni venatorie del Paese.

Mentre l'Italia affronta questi dilemmi, la comunità scientifica e le organizzazioni ambientaliste ribadiscono l’importanza di un approccio integrato alla gestione della fauna selvatica, che consideri anche le minacce provenienti dal bracconaggio e dai cambiamenti climatici. La domanda che si pone ora è: riusciremo a garantire un futuro stabile per l’avifauna del nostro Paese?

Vincenza Soldano

Vincenza per l’anagrafe, Enza per chiunque la conosca, nasce a Livorno il 18/08/1990. Perito chimico ad indirizzo biologico, nutre da sempre un particolare interesse per le tematiche ambientali, che può coltivare in ambito lavorativo a partire dal 2018, quando entra a fare parte della redazione di Greenreport.it