
Le cave di sabbia del Massaciuccoli: un segno indelebile?

Lo scorso 2 febbraio è stata celebrata la Giornata Mondiale delle Zone Umide. Ne è trascorso di tempo da quando, nel 1971, fu stipulato a Ramsar (Iran) il primo trattato a difesa di questi ecosistemi. Ma nonostante sia aumentata la consapevolezza sull’importanza delle zone umide, la realtà ci pone a confronto sia con le inquietanti previsioni dello scenario aperto dalle previsioni climatiche sia con un impegno delle istituzioni che effettivamente non sembra all’altezza di una vera volontà di tutelarle.
In Toscana, ad esempio, dove si rilevano zone umide tra le più importanti d’Italia, tornano periodicamente alla ribalta delle cronache gli stessi annosi problemi mai risolti nella laguna di Orbetello, uno dei 57 siti Ramsar italiani e tra i più importanti della Regione.
In un articolo apparso alcune settimane fa sulla zona umida del Massaciuccoli, anch’essa inserita nell’elenco ufficiale da pochi anni, si evidenziavano i rischi a cui è esposta l’area se non verranno presi provvedimenti definitivi e risolutivi al problema della subsidenza. Ed era solo un buon punto di partenza per affrontare altre problematiche di quella zona umida, come quella riguardante l’area palustre che si estende a nord del lago, un vero scrigno di biodiversità. L’area, infatti, è cosparsa di ampi specchi d’acqua che immobili riflettono il paesaggio circostante ma sotto la superficie celano i segni indelebili lasciati dall’estrazione della sabbia silicea.
Conosciuta già dalla fine del XVI secolo, l’industria della sabbia divenne fiorente nel secondo dopoguerra quando la produzione iniziò a salire a seguito della crescente richiesta del mercato, mosso dalla ricostruzione post bellica. L’attività fu interrotta a metà degli anni ’90, successivamente all’istituzione del Parco, per gli evidenti aspetti in conflitto con la tutela degli estesi fragmiteti e cariceti, presenti nell’area palustre. Per raggiungere i ricchi giacimenti di sabbia fossile, infatti, si doveva per prima cosa eliminare il manto di vegetazione superficiale e con essa le molteplici e benefiche funzioni svolte. Successivamente, si intaccava fino all’esaurimento lo strato sottostante di torba, materiale molto diffuso anche nei terreni bonificati circostanti il lago. Le sofisticate draghe utilizzate nel periodo più florido decuplicarono l’efficienza estrattiva portando in superficie, insieme alla sabbia, centinaia di reperti fossili, tra manufatti e faune antiche.
Dopo il fermo non restava che constatare ciò che ancora oggi rimane dell’attività estrattiva: una serie di cave profonde fino a venti metri, sul fondo delle quali periodicamente, al verificarsi di maree o mareggiate, ma anche per l’incuria dell’uomo, si depositano le acque marine che riescono a superare le storiche porte vinciane e ogni altra barriera presente sull’unico emissario, il canale Burlamacca. L’elevata densità di quelle acque innesca una netta stratificazione che le mantiene separate dalle acque superficiali più dolci. Gli strati profondi più salati, perennemente isolati dalla superficie, sono resi inospitali per ogni forma di vita diversa dai batteri, a causa della totale assenza di ossigeno disciolto.
Il fatto che le acque salate rimangano intrappolate sul fondo delle cave potrebbe far pensare a un loro ruolo come barriera all’ingressione di acqua di mare nel lago. Ciò è in parte vero, ma occorre considerare che tale enorme massa di acqua salata, comporta un rischio costante di contaminazione salina dell’intera area umida, per gli inevitabili scambi nell’interfaccia tra i due strati, superiore e inferiore. Contaminazione dannosa non solo per gli usi irrigui ma soprattutto per i precari equilibri che regolano la vita delle comunità acquatiche e quindi per la biodiversità. Le acque salmastre dello strato inferiore, poi, non vengono interessate dai deflussi superficiali che, durante i periodi di piena, dalla zona umida scorrono verso il mare, mentre le cave stesse intrappoleranno sempre acqua marina che entra durante i periodi di siccità.
Recenti studi hanno ipotizzato che gli emungimenti effettuati nella zona ad est della duna costiera, che separa la zona palustre di Massaciuccoli dal mare, potrebbero favorire il richiamo di acqua salmastra proprio dal fondo delle cave, minacciando seriamente le riserve freatiche di acqua dolce di tale zona. Il problema delle cave è stato affrontato anche a livello istituzionale con un’apposita misura concepita per valutare la possibilità di estrarre l’acqua salata dal fondo degli invasi. Ma anche se realizzata tale azione rischierebbe di fallire alla prima mareggiata, dato che è ormai provata l’inefficienza delle barriere poste sull’emissario per bloccare l’ingresso di acqua di mare.
Sta di fatto che oggi ci troviamo con circa 260 ettari di area palustre scomparsa, sostituita da una tipologia di habitat che non presenta più le caratteristiche di zona umida, data l’eccessiva profondità inadatta al pascolo dell’avifauna acquatica e l’ambiente del fondo in gran parte inospitale per la fauna e la flora. Una tipologia che ha perso anche l’importante funzione di filtro per le acque cariche di nutrienti che scorrono verso il mare.
Per essere efficace, la misura dovrebbe essere applicata contestualmente al ripristino dell’habitat, operazione difficile ma non impossibile, riportando le profondità a livelli minori, favorevoli allo sviluppo della vegetazione palustre e al ritorno dell’avifauna acquatica. Con un risultato non meno importante: quello di eliminare le trappole che trattengono la salinità marina che, in tal caso, sarebbe spazzata via dal riflusso verso il mare durante i periodi di piena del lago.
Questo, come altri aspetti connessi con la tutela delle zone umide, ci fa riflettere sull’importanza che dovremmo dare alla Giornata Mondiale, durante la quale molti godono della disponibilità di tali meravigliosi ambienti, spesso senza rendersi conto che non è possibile ridurre tutto ciò che la natura ci offre al solo fine di soddisfare i nostri interessi.
