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Intervista al direttore scientifico di ASviS, Enrico Giovannini

«Freno alle rinnovabili e autonomia differenziata, con queste scelte l’Italia resterà alla mercé dei mercati internazionali»

«Il Pniec del governo? Contraddittorio e difficilmente realizzabile. La sentenza della Consulta su Priolo? Straordinaria e dalle molteplici implicazioni: ora vita più dura per gli impianti non a norma»
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«L’Italia rischia di pagare a caro prezzo le scelte sbagliate del governo». Enrico Giovannini mette in fila le misure adottate dall’esecutivo nelle ultime settimane, quelle direttamente attinenti alle politiche energetiche e ambientali, ma anche altre apparentemente slegate da tali materie, come l’introduzione dell’autonomia differenziata. E il quadro che ne ricava è decisamente a tinte fosche.

Spiega il direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS): «Spingere sulle rinnovabili garantirebbe un alto livello di competitività al nostro Paese, mentre l’impostazione politico-culturale del governo è ancora molto centrata su altre fonti, a partire dal gas. E questo ci espone a grossi rischi».

Una ventata di ottimismo arriva invece dal fronte giurisprudenziale. Fa infatti notare l’ex ministro del governo Draghi che la sentenza con cui la Corte costituzionale ha posto dei limiti alla prosecuzione dell’attività dell’impianto di depurazione di Priolo Gargallo anche di fronte alla presenza di un decreto governativo «è una novità straordinaria che avrà implicazioni anche sull’attività del Parlamento».

Intervista

Partiamo dal Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) che il governo ha recentemente inviato a Bruxelles: la vostra valutazione, come ASviS?

«È un Piano che non ci soddisfa. Avevamo espresso varie perplessità già sulla bozza e, purtroppo, neanche nell’ultima versione sono stati compiuti i necessari passi avanti».

Qual è il principale problema, a vostro giudizio?

«Al di là delle scelte sulle singole fonti energetiche, ritenevamo ci fosse l’assoluta necessità di dare una governance più forte all’attuazione del Piano. E questo non è avvenuto, anzi. Nel frattempo, è stato approvato il decreto Aree idonee, che mette le Regioni nella condizione di decidere se autorizzare o meno l’installazione di nuovi impianti per le rinnovabili. Abbiamo già visto cosa è successo in Sardegna, dove la giunta regionale ha deciso di ritardare per 18 mesi la realizzazione di impianti. Ora, con le misure adottate dal governo, apparentemente non c’è modo di forzare le Regioni che non indichino aree idonee o che creino ostacoli alle rinnovabili a rispettare quanto previsto nel Pniec. E questa è una debolezza ‘di fondo’ ben superiore a quella delle singole scelte previste dal Piano».

Una singola scelta riguarda la reintroduzione del nucleare: la sua opinione?

«Apparentemente, nessuno vuole un ritorno del nucleare con l’impiego di reattori convenzionali, nel Piano si fa riferimento a nuove tecnologie, ma è evidente che la loro effettiva realizzazione è molto di là da venire. Fermo restando l’opportunità di investimenti nella ricerca, in particolar modo riguardo la fusione, per tanti operatori ed esperti del settore sarebbe sostanzialmente impossibile realizzare quanto previsto nel Pniec nei tempi da esso previsti. E allora la domanda è: come si farà fronte al fabbisogno energetico del Paese? E la risposta, implicitamente, è: facendo maggior ricorso al gas, l’unica fonte disponibile se non si accelera sulle rinnovabili. E questa è una scelta contraria agli impegni assunti in sede di G7 e Cop28 dal Governo ed estremamente pericolosa, oltre che dannosa sul piano ambientale e della transizione energetica, perché considerata la situazione geopolitica, il rischio che non si riesca ad avere, nel futuro, approvvigionamenti sicuri e a prezzi ragionevoli è molto elevata. Basti pensare alla situazione del Mediterraneo, da cui oggi arriva o passa il gas».

La richiesta di un’accelerazione sulle rinnovabili è arrivata anche dal G7 a presidenza italiana: lei come si spiega allora queste scelte che vanno nella direzione opposta?

«È un problema di visione, che culturalmente il governo non sembra aver affrontato nel suo complesso, e una questione chiara di scelta di campo a favore delle rinnovabili, che le politiche concrete del governo non rendono evidente, anche agli operatori del settore. Il rischio, che anche le associazioni imprenditoriali energetiche hanno espresso commentando il Pniec, è che l’Italia resti un Paese non competitivo sul piano dei costi energetici, straordinariamente elevato anche rispetto ai competitor europei, e alla mercé dei mercati internazionali. Basti pensare al decreto che ha bloccato lo sviluppo del fotovoltaico in agricoltura, ai messaggi contraddittori sulla mobilità sostenibile, come il rinvio del blocco agli autobus più inquinanti, al fatto che mentre l’Europa con politiche non ambientaliste, ma di innovazione tecnologica e di competitività rispetto al quadro globale, distribuiva ‘biglietti vincenti’ rispetto alle rinnovabili (di cui paesi come il Portogallo o la Spagna hanno approfittato), l’Italia ha dimostrato di non essere interessata e quei biglietti li sta gettando via».

L’Europa è stata accusata di adottare scelte ideologiche da alcune forze di questo governo…

«Una scelta ideologica è quella insita nel decreto sul fotovoltaico in agricoltura. Si tratta di una misura che impedirà di fatto ad agricoltori, che pure stanno facendo sforzi importanti per conquistare competitività e non pagare il prezzo della crisi climatica, di abbattere i costi energetici installando impianti per le rinnovabili. In molti si sono chiesti il perché di una tale scelta e non c’è stata risposta».

Il governo pensa a difendere degli interessi particolari?

«Ovviamente ci sono interessi particolari. Come ci sono degli ostacoli difficili da superare, dei freni che vanno sbloccati, dei nodi da sciogliere. Ma il governo non si rende conto che portando avanti misure contraddittorie, irrealizzabili, che denotano debolezza, l’intero Paese sarà costretto a pagare a caro prezzo tutte queste scelte sbagliate? E non mi riferisco soltanto a scelte in campo energetico. La governance che lascia alle singole regioni la decisione di autorizzare i nuovi impianti, senza la presenza di un quadro nazionale, è un errore potenzialmente moltiplicato per 23».

Si riferisce al numero di materie previste dall’Autonomia differenziata?

«Esattamente. Il paradosso è che mentre chiediamo, giustamente, sempre più coerenza nelle normative europee (ad esempio, riguardo gli obiettivi climatici e la competitività delle imprese), avremo 23 materie potenzialmente decentrate alle singole Regioni. Come ciò possa consentire all’Italia un salto di qualità mi è veramente difficile da capire. Anche perché stiamo parlando di materie tutt’altro che secondarie per un sistema Paese, a cominciare dai trasporti e dalla mobilità, dalle infrastrutture, e da molto altro. Si possono decentrare scelte strategiche nazionali riguardanti, ad esempio, i porti? Le reti idriche? Io vedo tanti rischi, a tal proposito».

Un’ultima domanda sulle scelte del governo, focalizzando però l’attenzione sul fronte giurisprudenziale: la Corte costituzionale ha emesso una sentenza, la numero 105 del 13 giugno 2024, che di fatto corregge un decreto, approvato nel febbraio 2023, che ha interessato l’impianto di Priolo Gargallo; la Consulta ha sancito che misure governative che impongono la prosecuzione di attività produttive pur di rilievo strategico per l'economia nazionale o la salvaguardia dei livelli occupazionali, nonostante il sequestro degli impianti ordinato dall’autorità giudiziaria, sono costituzionalmente legittime soltanto per il tempo strettamente necessario per portare a compimento gli indispensabili interventi di risanamento ambientale. Qual è il suo giudizio, al riguardo?

«Si tratta di una sentenza veramente straordinaria perché per la prima volta applica i principi stabiliti dalle modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione. Una sentenza che va nella direzione da noi immaginata quando, a partire dal 2016, proponemmo una revisione della Carta in cui si stabilisse la necessità di combinare le esigenze dell’economia con quella dell’ambiente e della salute. La sentenza fissa due principi cardine. Il primo: le esigenze della salute e dell’ambiente non sono negoziabili, il che significa che la tutela di ambiente e salute è un valore assoluto. Il secondo: l’economia che non rispetta ciò deve adattarsi e trasformarsi in tempi rapidi, non rimandando sine die i necessari adeguamenti degli impianti».

Questa sentenza segna dunque uno spartiacque?

«Senza dubbio. La Corte, richiamando i principi inseriti con le modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione, determina un cambio sistematico. Dice, in sostanza: d’ora in poi non è più possibile giudicare come giudicammo sull’Ilva, perché nel frattempo c’è stata una modifica della Costituzione di cui si deve tener conto».

Quali sono le implicazioni di ciò?

«Sono numerose. La prima: ora che c’è una sentenza della Corte costituzionale, il Parlamento ha gli elementi necessari per definire un nuovo approccio nella propria valutazione di legittimità costituzionale delle nuove leggi. La seconda implicazione: la sentenza, poiché fa riferimento a un impianto di interesse nazionale, e quindi a un decreto del governo che aveva superato il blocco determinato dal giudice competente, è omnicomprensiva. Se interviene in questo senso per un impianto di interesse nazionale, figuriamoci cosa può accadere a tutti gli impianti non di rilevanza strategica per il Paese: diventano facilmente aggredibili da chiunque ricorra ai giudici competenti, nel caso in cui i proprietari non si impegnino a modificare le tecnologie utilizzate nel senso stabilito dagli articoli 9 e 41 della Costituzione. Ciò determinerà una forte spinta tanto nel settore pubblico quanto in quello privato ad adeguare gli impianti nell’ottica della tutela costituzionale dell’ambiente e della salute».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Ha svolto attività di ufficio stampa per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale e pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.