
L’eradicazione delle specie aliene invasive dalle isole

Dopo le recenti polemiche sull’eradicazione della specie aliene invasive (una polemica presente praticamente solo in Italia), Giampiero Sammuri, presidente del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, ci ha inviato come contributo alla discussione alcuni estratti del suo recente libro “Animali, uomini e parchi” che pubblichiamo.
In un recente studio, pubblicato sul’importante rivista Scientific Reports, un nutrito gruppo di ricercatori statunitensi e neozelandesi, con l’italiano Piero Genovesi di ISPRA, ha analizzato l’efficacia delle azioni di eradicazione di vertebrati nelle isole.
Il report analizza oltre cento anni di interventi nelle isole e i dati globali si mostrano molto significativi: sono stati tentati 1550 interventi di eradicazione in 998 isole con l’88% di successi. Il 53% delle azioni di eradicazione (820) ha riguardato 3 specie di ratto: nero (Rattus rattus), norvegico (Rattus norvegicus) e del pacifico (Rattus exulans); nel 95% delle eradicazioni realizzate il metodo utilizzato è stato quello del veleno. Gli autori evidenziano come questo metodo ha aumentato enormemente l’efficacia da quando negli anni ’80 del secolo scorso si è iniziata la distribuzione aerea tramite elicotteri. La stessa tecnica è stata utilizzata prevalentemente anche per topi, conigli, lepri ed uccelli non volatori. Invece per gli ungulati (cinghiali e maiali inselvatichiti, capre, mufloni, cervidi) e per gli uccelli volanti si è utilizzato prevalentemente l’abbattimento con arma da fuoco. Per gatti, cani, volpi e piccoli carnivori (ermellini, donnole, visoni e manguste) è stato prevalente l’uso delle trappole.
Per quanto detto in precedenza, è evidente che per un parco che si estende su delle isole la gestione delle specie aliene è una delle azioni prioritarie per la conservazione della biodiversità.
L’esperienza sulle specie aliene nell’Arcipelago Toscano
Quando sono diventato presidente del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, nel 2012, erano state già condotte, con successo, alcune azioni di contrasto e di eradicazione di specie aliene.
Del resto, mi aveva preceduto, nel ruolo di presidente, Mario Tozzi che, da esperto divulgatore scientifico qual è, sicuramente ben conosceva la problematica delle specie aliene. Direttrice da alcuni anni era Franca Zanichelli; ottima naturalista e responsabile del settore conservazione della natura era l’altrettanto ottima biologa Francesca Giannini. Insomma, negli anni che hanno preceduto il mio arrivo, nel parco c’erano delle competenze di primordine nel campo della conservazione ed infatti si svolgevano già attività di controllo sul muflone all’Elba, al Giglio ed a Capraia e del cinghiale all’isola d’Elba. Inoltre erano già stati eradicati i gatti inselvatichiti dall’isola di Pianosa, i ratti dall’isola di Giannutri, dall’isolotto della Scola vicino a Pianosa e soprattutto dall’isola di Montecristo.
Se l’intervento all’isolotto della Scola ha avuto risultati immediati evidentissimi con l’aumento esponenziale del successo riproduttivo della berta maggiore (Calonectris diomedea), quello d’impatto positivo più generale sulla biodiversità è stato quello sull’isola di Montecristo, realizzato tramite un pro- getto finanziato dall’Unione Europea con il programma LIFE, che non prevedeva solo l’eradicazione del ratto, ma una serie di altre azioni tra le quali il contrasto alla diffusione di specie vegetali aliene ed invasive come l’ailanto (Ailanthus altissima) o la salvaguardia dei nuclei di leccio (Quercus ilex) che poi sono risultati essere tra i più antichi del Mediterraneo.
Animali, uomini e parchi
Capofila del progetto era il Corpo Forestale dello Stato e il Parco nazionale era partner insieme ad ISPRA e alla società NEMO. L’intervento di eradicazione fu effettuato con la tecnica, ormai consolidata nel mondo, della distribuzione aerea tramite elicottero di una sostanza tossica e riuscì perfettamente, l’isola fu dichiarata rat-free qualche anno dopo, quando ero già presidente. All’epoca rimasi sorpreso delle polemiche sollevate da qualcuno sull’intervento: uscirono sui giornali affermazioni di persone che dicevano che l’isola era stata “avvelenata” (peraltro alcuni che facevano queste affermazioni non erano nemmeno mai stati sull’isola) e, più o meno, che si era uccisa la biodiversità, perché erano morti non solo i ratti, ma anche tanti altri animali e quindi l’intervento era stato scellerato. Ora, che negli interventi di eradicazione tramite sostanze tossiche, muoiano anche altri animali è assolutamente vero ed anche preventivato, ma vanno tenuti presente i risultati che si raggiungono in termini di recupero di biodiversità e nel ripristino, spesso incrementale, delle stesse specie che subiscono “danni collaterali”.
In un imponente progetto che ha riguardato il ripristino ambientale dell’isola di Macquaire a sud-est dell’Australia, dove sono stati eradicati contemporaneamente conigli selvatici (oltre 200 mila), ratti neri e topi domestici, principalmente con la diffusione aerea tramite elicotteri di sostanze tossiche, si è accertata la morte di almeno 2424 uccelli di sei specie diverse31 (Box-3).
In un altro progetto di eradicazione, in questo caso del ratto norvegico nel- l’Isola di Hawadax (Aleutine, Alaska), realizzata sempre con lo stesso sistema, si è accertata la morte di 44 aquile di mare testabianca (Haliaetus leucocephalus), il simbolo degli Stati Uniti d’America (vedi Box-4).
Ho fatto due esempi presi tra i circa 780 interventi di eradicazione di ratti tra- mite distribuzione aerea di rodenticida, tra le quali è compresa l’isola di Montecristo, stessa tecnica, stesso prodotto. Anche a Montecristo ci sono state morti di animali di specie non target, principalmente gabbiani reali (Larus michahellis), ma probabilmente anche rapaci e corvi imperiali (Corvus corax). Ovviamente, il rodenticida ha impattato sulla capra selvatica, la cosa era stata preventivata in fase progettuale e per questo 50 esemplari erano stati catturati e messi in un recinto, che non è stato interessato dalla distribuzione aerea del prodotto e dove sono state utilizzate delle trappole del tipo di quelle impiegate dai servizi sanitari per fare le derattizzazioni in zone urbane. In realtà questa precauzione, sicuramente di logica prudenza, si è poi rivelata superflua, perché oltre 200 individui erano sopravvissuti nel resto dell’isola e la specie in pochissimi anni, dopo l’eradicazione del ratto, ha superato la consistenza precedente.
Anni dopo, come è successo in tutte le altre isole del mondo dove sono stati eradicati i ratti, la biodiversità dell’isola è esplosa. La berta minore (Puffinus yulkan) era la prima specie che si intendeva proteggere con l’eradicazione del ratto che, come in tutte le isole del mondo, predava uova e nidiacei degli uccelli marini. Prima dell’eradicazione il successo riproduttivo32 era del 10%. Visto che la popolazione stimata era tra le 450 e le 700 coppie, si involavano tra le 45 e le 70 berte minori all’anno. Dopo l’eradicazione il successo riproduttivo è stato costantemente sopra l’80%, il che vuol dire che in 10 anni si sono in- volate da Montecristo, come minimo, tra 3150 e 4900 berte minori in più rispetto a quelle che lo avrebbero fatto se il ratto fosse stato ancora presente sull’isola. Non solo, ma oggi Montecristo ospita da sola il 2% della popolazione mondiale della specie.
Anche specie che possono sembrare non così direttamente connesse in modo negativo con la presenza del ratto, hanno mostrato trend molto positivi, è il caso delle farfalle. Prima dell’eradicazione del ratto, nonostante un gran nu- mero di ricerche effettuate da specialisti negli ultimi 40-50 anni, erano state rinvenute solo 9 specie di farfalle, negli anni successivi 14. Una delle 9 “originarie”, la Parange aegeria, era stata avvistata per l’ultima volta a metà degli anni ’70 del secolo sorso. Negli anni successivi all’eradicazione del ratto sono state effettuate nuove ricerche che hanno accertato la presenza di quattro specie delle sette sconosciute per l’isola, oltre ad osservare, quaranta anni dopo l’ultimo ed unico avvistamento, un esemplare di Parange aegeria. Ma ancora più significativo è stato il riscontro del 2019, quando un’indagine effettuata dal professor Leonardo Dapporto dell’Università di Firenze, ha accertato che la Parange aegeria era diventata la specie più comune dell’isola “con decine di esemplari che volavano nel giardino della villa”. Lo stesso professore in quei giorni rilasciò una dichiarazione alla stampa che riporto integralmente: “Impossibile che un numero simile di esemplari possa essere sfuggito alle ricerche precedenti. La spiegazione più plausibile per questi risultati è che i ratti abbiano limitato le popolazioni di alcune farfalle in modo così drammatico da renderle quasi invisibili ai ricercatori, fino al momento della loro eradicazione quando le popolazioni native hanno potuto finalmente tornare a crescere”.
Ricerche successive attraverso l’esame del DNA mitocondriale (analisi gene- tiche), sempre condotte dal Professor Dapporto, hanno indicato che almeno 2 delle 7 nuove specie trovate dopo la derattizzazione, Lycaena phlaehas e Celastrina argiuolus, erano presenti sull’isola da tempi antichi.
Quindi per queste due specie è accaduto quanto successo per la Parange aegeria, con la differenza che erano talmente rare che, prima della eradicazione del ratto, non era stato trovato nemmeno un individuo e forse si è arrivati appena in tempo per salvarle dall’estinzione sull’isola.
Anche due specie di uccelli, l’assiolo (Otus scops), il più piccolo rapace not- turno europeo che si nutre di insetti ed allieta le nostre serate primaverili ed estive con il suo ripetuto richiamo (chiù), e il succiacapre (Caprimulgus europaeus) che nidifica a terra e cattura insetti in volo spalancando il becco, sono aumentati significativamente dopo l’eradicazione del ratto, che sicuramente predava uova e nidiacei di entrambe le specie.
In buona sostanza il progetto LIFE sull’isola di Montecristo è stato un formidabile esempio di conservazione attiva e di ripristino ambientale. Posso dire questo con grande tranquillità, non avendo, come spiegato in precedenza, alcun merito a riguardo. Ma non sono solo io a pensarla così. Ogni anno la Com- missione Europea conferisce dei riconoscimenti ai migliori progetti di gestione dei siti “natura 2000”33 attraverso un concorso che si chiama Natura 2000 Awards. Nel 2014 ci sono stati 163 progetti candidati nella sezione conservazione e il progetto su Montecristo è stato tra i sei finalisti. Quell’anno è stato proclamato vincitore un progetto realizzato in Bulgaria per la tutela dell’aquila imperiale orientale (Aquila heliaca) tramite l’isolamento delle linee elettriche, ma comunque il progetto su Montecristo è stato ritenuto tra i migliori.
Mi sono tanto convinto della bontà del progetto che, quando si è trattato nel 2020 di presentare all’IUCN il miglior progetto di conservazione effettuato nella storia del parco, al fine dell’inserimento nella prestigiosa Green list per le aree protette, ho scelto proprio l’eradicazione del ratto a Montecristo. Il parco ha ottenuto poi il riconoscimento, che lo inserisce in questa prestigiosa élite mondiale dove ci sono in tutto 61 aree protette, delle quali solo tre Italiane.
Box 2 - Il parco insulare più famoso del mondo: Le isole Galapagos
Il Parco nazionale delle isole Galapagos è forse è l’area protetta insulare più prestigiosa del mondo. Istituito, non per caso, nel 1959, esattamente 100 anni dopo la pubblicazione del libro “L’origine delle specie” di Charles Darwin. Nel 1835 nel corso del suo viaggio intorno al mondo, a bordo del brigantino Beagle, lo scienziato inglese soggiornò sulle isole per poco più di un mese, ma questo periodo fu sufficiente ad accendergli la scintilla che poi lo portò a formulare la sua nota teoria dell’evoluzione. Negli ultimi trenta anni il parco ha intensificato le azioni di controllo e di eradicazione delle specie aliene che impattavano pesantemente sulle specie native, in particolare tartarughe giganti e iguane terrestri. Oltre a quelle nelle isole più piccole, sono da sottolineare le azioni all’isola Isabela, la più grande dell’arcipelago con i sui 458.800 ettari (circa 20 volte più grande dell’isola d’Elba, 200 dell’isola del Giglio) con gli interventi di eradicazione della capra e, soprattutto, sull’isola di Santiago (58.500 ettari, 2,5 volte l’isola d’Elba e quasi 30 volte l’isola del Giglio). Quando Darwin visitò l’isola, nel 1835, la trovò piena di iguane e tartarughe giganti, però, pochi anni dopo furono introdotti maiali e capre ed all’inizio del ‘900 l’iguana si era già estinta a causa della predazione delle uova e dei piccoli da parte dei maiali e della competizione alimentare con la capra. Anche le tartarughe giganti per gli stessi motivi si erano fortemente ridotte ed alla fine del secolo scorso se ne stimavamo meno di 500, prevalentemente maschi e con pochissimi giovani.
Da allora il parco ha avviato interventi molto decisi e sono stati eradicati maiali inselvatichiti (18.000 capi rimossi), asini e capre (79.000 capi). I metodi utilizzati sono stati abbattimento diretto per tutte e tre le specie (anche dall’elicottero), oltre a esche avvelenate per i maiali e catture per le capre e gli asini. Concluse positivamente queste azioni, avendo eradicato le tre specie, il parco ha reintrodotto oltre tremila iguane sull’isola e dopo 3 anni si osservava una popolazione estremamente vitale e in costante crescita. Anche le tartarughe giganti sono in netta ripresa.
Box 3 - L’isola di Macquaire
In un imponente progetto che ha riguardato il ripristino ambientale dell’isola di Macquaire a sud-est dell’Australia, sono stati eradicati contemporaneamente conigli selvatici (oltre 200.000), ratti neri e topi domestici principalmente tramite la diffusione aerea di sostanze tossiche attraverso gli elicotteri. Le azioni sono state condotte dal governo della Tasmania tra il 2010 e il 2011, su stimolo, ed anche con contributo economico, del WWF Australia.
Uno studio condotto durante le operazioni ha rivelato che sono morti a causa del prodotto almeno 2424 uccelli di sei specie diverse. Gli stessi ricercatori evidenziano che, dato che i benefici per le sei specie native dopo l’eradicazione di quelle aliene sono permanenti, la cosa importante era che la riduzione numerica non fosse troppo consistente, tale da impedire la ripresa della popolazione. In effetti ad esempio, dell’ossifraga del nord (Macronectes halli), un uccello pelagico un po’ simile alle nostre berte, sono state rinvenute 693 carcasse (306 nel primo anno e 387 nel secondo), il 28% del totale. Le coppie nidificanti sull’isola erano 1922 e quindi bastava un successo riproduttivo del 56% per recuperare in un solo anno il numero dei morti. Considerando che l’isola, liberata dai ratti, predatori di uova e piccoli, consentiva sicuramente risultati migliori, il recupero e l’incremento della popolazione è stato molto veloce.
Box 4 - L’isola di Hawadax
Un altro esempio molto interessante è quello che è avvenuto in un’isola dell’Arcipelago delle Aleutine, un insieme di isole vulcaniche, 150 le maggiori, oltre a numerosi isolotti e scogli, che si allunga per quasi 2000 chilometri tra il continente americano (Alaska) e quello asiatico (Kamciatka), separando l’Oceano pacifico dal mare di Bering. La maggior parte delle isole appartengono amministrativamente agli Stati Uniti, tranne quelle più occidentali di competenza della Federazione Russa. L’isola in questione dalle dimensioni di 2780 ettari (poco più grande dell’isola del Giglio) era chiamata dai nativi esquimesi Hawadax, ma era stata ribattezzata dagli occidentali Rat island, perché era totalmente invasa dal ratto norvegico che era arrivato sull’isola in seguito al naufragio di una nave giapponese intorno al 1780.
La predazione sistematica del ratto sui giovani e le uova di due specie di uccelli nidificanti sull’isola, la beccaccia di mare nordamericana (Haematopus bachmani) e il gabbiano glauco del pacifico (Larus glauscenses) manteneva la densità di queste specie a livelli molto bassi. Peraltro alla predazione del ratto si aggiungeva quella della volpe artica (Alopex lagopus) che invece era stata introdotta intenzionalmente per essere regolarmente cacciata a scopo di pelliccia, prima di essere eradicata nel 1984. In ogni caso, la forte riduzione delle beccacce di mare e dei gabbiani glauchi aveva innescato un disastro ambientale generale perché le due specie esercitavano una predazione molto intensa sui cosiddetti invertebrati interditali (molluschi, cirripedi), quelli che vivono lungo le coste e si nutrono di alghe, che, non più contenuti in maniera consistente, sono aumentati in modo esponenziale riducendo significativamente le alghe a loro volta fondamentali per la riproduzione di molte specie.
Nel 2009 il Fish and Wildlife Service degli Stati Uniti, in collaborazione con due importanti organizzazioni mondiali che lavorano nel campo della conservazione, The Nature Conservancy e Island Conservation, ha realizzato l’intervento di eradicazione del ratto con la classica modalità della distribuzione del rodenticida tramite elicottero.
L’intervento è riuscito perfettamente e l’isola ha anche riacquistato il nome originario di Hawadax.
Anche qui, come a Macquaire, ci sono stati impatti su specie non target ed in particolare almeno 44 aquile di mare testabianca (Haliaetus leucocephalus), il simbolo degli Stati Uniti d’America, sono morte per avere ingerito ratti.
Prima dell’eradicazione del ratto sull’isola c’erano otto coppie nidificanti, che l’anno dopo sono scese a zero, per poi risalire a cinque dopo quattro anni. Considerando che la densità di otto coppie sull’isola era sicuramente favorita in modo anomalo dall’abbondanza di ratti, si può dire che verosimilmente, la densità di cinque coppie è quella in linea con un ecosistema ripristinato.
