
L’Europarlamento approva il rinvio delle norme Ue sulla sostenibilità aziendale

Fermato l’orologio. La cosiddetta proposta «stop-the-clock» del Pacchetto Omnibus della Commissione Ue è stata approvata dal Parlamento europeo con 531 voti a favore, 69 contrari e 17 astensioni. Formalmente chiamata «Proposta 1», deve ancora essere definitivamente approvata dal Consiglio Ue, che però ha già dato un primo via libera al testo il 26 marzo scorso.
Questo voto fa sì che vengano posticipati di due anni la rendicontazione di sostenibilità ai sensi della Corporate Sustainability Reporting Directive (Csrd) per le aziende inserite nella seconda e terza ondata, e di un anno - dalla metà del 2027 alla metà del 2028 - i requisiti di due diligence della relativa direttiva (Corporate sustainability due diligence directive (Cs3d).
Il rinvio, viene spiegato da Strasburgo, rientra negli sforzi dell’Ue per la semplificazione normativa sulla sostenibilità aziendale avviati nelle scorse settimane. La proposta è stata accelerata con una procedura d’urgenza e una prima votazione due giorni fa che aveva spaccato la cosiddetta maggioranza Ursula. Dopo un lavoro di ricucitura tra il Ppe (che aveva votato a favore del rinvio della normativa insieme alle forze di estrema destra) e Socialisti e Democratici (che avevano votato contro insieme a Verdi e Sinistra) la maggioranza europeista è arrivata all’accordo per dare alle aziende e alle autorità di regolamentazione dell’Ue un po’ più di respiro mentre vengono negoziate le principali modifiche sostanziali alla Csrd e alla Cs3d contenute nella “Proposta 2” del Pacchetto Omnibus. Utile a siglare l’intesa (che non ha coinvolto Sinistra e una minoranza di europarlamentari Verdi, che si sono o astenuti o hanno votato no) è stato l’inserimento della garanzia che «la semplificazione non avvenga a scapito degli standard di sostenibilità».
Il parziale cambio di rotta impresso da Bruxelles e Strasburgo non convince larghi pezzi del mondo dell’associazionismo impegnato nella battaglia della sostenibilità aziendale. Banca Etica ha scritto agli europarlamentari italiani per chiedere che non si torni indietro su quanto previsto dal Green deal. Il timore è che il pacchetto con il Pacchetto Omnibus e i rinvii si usi la semplificazione come alibi per smantellare tutto l’impianto normativo faticosamente costruito dalle istituzioni europee negli ultimi dieci anni. «Il pacchetto Omnibus si traduce in una deregolamentazione eccessiva - spiega la presidente di Banca Etica, Anna Fasano -. Se venisse confermato questo impianto, il risultato porterebbe a una minore responsabilità delle imprese, meno trasparenza su tutti i dati legati alla sostenibilità, minore disponibilità di informazioni per gli investitori, i risparmiatori e il pubblico, svuotando di senso l’idea stessa di finanza sostenibile e allontanando l’Unione europea dagli obiettivi che essa stessa si è data in materia di cambiamenti climatici o di tutela dei diritti. Con la proposta Omnibus è l’insieme del Green deal europeo a subire una pesante battuta d’arresto. In particolare, si rischia di privare gli intermediari finanziari di dati robusti e comparabili, indispensabili per poter strutturare fondi d'investimento realmente sostenibili ai sensi della normativa europea Sfdr sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, ampliando possibili situazioni di greenwashing; e di limitare la capacità delle banche di valutare i rischi derivanti dai fattori Esg, oramai integrati negli strumenti di analisi anche a seguito delle sollecitazioni in questo senso della Vigilanza».
Nel documento inviato da Banca Etica agli europarlamentari si denuncia inoltre come cambiamenti così radicali in normative che, come nel caso della direttiva Cs3d sul dovere di diligenza per le imprese ai fini della sostenibilità, non erano ancora pienamente entrate in vigore creano confusione sia nel pubblico sia nel mondo delle imprese. Vengono penalizzate le aziende che si sono mosse per tempo e si sono già impegnate in un percorso verso la transizione e la sostenibilità, e vengono premiate quelle che si limitano a dichiarare tale impegno senza prendere misure concrete.
Da Strasburgo per ora la maggioranza lancia messaggi che insistono sulla volontà di semplificare ma non deregolamentare. Le norme sul dovere di diligenza restano intantte e impongono alle aziende di mitigare l’impatto negativo delle proprie attività sulle persone e sull’ambiente. Secondo la proposta adottata con 531 voti a favore, i Paesi Ue avranno un anno in più del previsto – fino al 26 luglio 2027 – semplicemente per trasporre le norme nella legislazione nazionale. Il rinvio di un anno si applicherà anche alle prime aziende interessate dalla direttiva, quelle con oltre 5.000 dipendenti e un fatturato netto superiore a 1,5 miliardi di euro. Target 2028 per la seconda ondata di aziende coinvolte, ovvero quelle dell’Ue con oltre 3.000 dipendenti e un fatturato netto superiore a 900 milioni di euro, e le aziende non Ue con un fatturato nell’Ue superiore a tale soglia.
Anche l’applicazione della direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità sarà posticipata di due anni per la seconda e la terza ondata di aziende interessate dalla legislazione. Le grandi imprese con più di 250 dipendenti dovranno infatti riferire per la prima volta sulle loro misure sociali e ambientali nel 2028 (invece del 2026), relativamente all’anno finanziario precedente, mentre le piccole e medie imprese quotate dovranno fornire tali informazioni un anno dopo.
Dice ancora la presidente di Banca Etica, Anna Fasano: «Banca Etica, insieme alla Federazione delle banche etiche europee (Febea) ha seguito con attenzione il percorso legislativo che ha portato l’Unione Europea a varare negli ultimi anni corpose normative in materia di transizione ecologica e finanza sostenibile. Spesso le normative approvate sono state deludenti rispetto alle aspettative di chi fa finanza etica, come quando l’Europa ha deciso di includere anche il gas e il nucleare tra gli investimenti sostenibili. Ma mai ci saremmo aspettati una tale repentina marcia indietro dettata dalla necessità di rendere l’Europa più competitiva. Abbiamo scritto agli eurodeputati italiani per chiedere che si impegnino a migliorare il pacchetto Omnibus. La competitività non può essere una corsa al ribasso sull’ambiente e sui diritti: l’Europa vincerà la sfida anche sui mercati se punterà sull’eccellenza cercando di offrire prodotti e servizi che possano meglio rispondere alle richieste dei consumatori, che vogliono prodotti di qualità realizzati senza sacrificare ulteriormente la vivibilità sul pianeta o i diritti dei lavoratori e delle persone tutte. Come attori di finanza etica continueremo a essere in prima fila per lavorare in questa direzione, sia facendo sentire la nostra voce, sia mostrando con il nostro impegno e la nostra operatività quotidiana che una sostenibilità definita in maniera trasparente e rigorosa è prima di tutto una necessità, e in secondo luogo un fattore decisivo della competitività e del modello ambientale, sociale ed economico che vogliamo promuovere».
