La prima intervista al nuovo assessore regionale all’Ambiente

Monia Monni, economia circolare e geotermia al centro dello sviluppo sostenibile toscano

Per superare la crisi Covid-19 insieme a quella climatica serve un percorso di sviluppo che sia in grado di durare nel tempo: «Fondamentale recuperare un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni»

È Monia Monni la nuova assessora all’Ambiente della Giunta toscana, nata dalle elezioni che hanno portato Eugenio Giani alla guida di una legislatura chiamata ad affrontare sfide impervie.

Su un territorio che ancora non ha riassorbito il colpo arrivato con la depressione iniziata nel 2008 si è abbattuta la nuova crisi da Covid-19, alla cui ombra continua a montare – forse più silenziosa ma dalle prospettive ancora più allarmanti – quella legata ai cambiamenti climatici in corso.

Monni, cui è stata affidata anche la delega alla Protezione civile, in questo momento siede tra i due fuochi. Ma insieme alla gestione dell’emergenza sanitaria c’è da mettere in campo una nuova prospettiva di sviluppo, sostenibile, per rinascere dalle macerie della pandemia. Nella scorsa legislatura l’impegno di Monia Monni nel ruolo di consigliera regionale è stato determinante per fare della Toscana la prima Regione in Italia ad inserire la sostenibilità e l’economia circolare nel proprio Statuto: dopo una rivoluzione di principio adesso è però l’ora della concretezza, un salto di qualità tutt’altro che scontato.

Il nuovo Programma di governo della Toscana punta a «portare la raccolta differenziata all’80% e il riciclo della materia al 65% entro il 2030», anticipando gli obiettivi Ue sui rifiuti urbani. In che modo?

«Per quanto importante la raccolta differenziata non è un obiettivo, ma uno strumento a servizio del riciclo: nel nuovo Prb (Piano regionale rifiuti e bonifiche, ndr) vorrei fosse questo il vero target».

Ma il Prb è atteso dalla scorsa legislatura, quando sarà pronto?

«C’è un orizzonte dettato dalla legge. Dobbiamo avviare a breve l’iter e lo faremo: il percorso di approvazione di un Prb occupa almeno un anno, se siamo bravi e veloci, perché vanno considerate anche tutte le procedure di partecipazione collegate e la concertazione con i territori. Tra l’altro io vorrei anche dotarmi di un’analisi Lca per una pianificazione più efficace e capire quali sono le reali esigenze impiantistiche. L’iter del Prb dunque è lungo, ma ci stiamo già attrezzando per metterci a tracciare la rotta appena finita l’emergenza della pandemia».

Tornando agli obiettivi esplicitati nel Programma di governo, partiamo dal dato sulla raccolta differenziata: oggi è al 60%.

«Dobbiamo migliorare ma i dati mostrano che la strada intrapresa è corretta, nell’ultimo anno abbiamo registrato un +4% ed è la prima volta di un progresso così omogeneo sul territorio regionale. Serve un’ulteriore spinta propulsiva che passa per un ampliamento dei sistemi di raccolta: il porta a porta si è mostrato quello più efficace ma non è l’unico, a seconda dei contesti servono anche forme di raccolta con scelte tecnologiche diverse, oltre a meccanismi premiali come la tariffa puntuale. Ma in ogni caso l’elemento fondamentale è essere in grado di re-immettere i rifiuti raccolti all’interno di un ciclo di recupero e riciclo: dobbiamo potenziare e diversificare l’attuale sistema impiantistico di piattaforme legate alla valorizzazione dei rifiuti in nuovi ambiti produttivi, superando la logica dello smaltimento».

Ad oggi circa il 30% dei rifiuti va in discarica, ma l’impianto più grande di questo tipo in Toscana – quello di Scapigliato – ha in progetto di renderlo marginale entro il 2030 risalendo la gerarchia di gestione. Immagina percorsi del genere?

«Senz’altro. Sono consapevole che c’è un eccesso di rifiuti portati in discarica in Toscana, abbiamo ancora bisogno degli impianti esistenti ma in un’ottica transitoria e di superamento. Vogliamo diventare un’eccellenza dell’economia circolare facendo leva sui distretti industriali del territorio, che sono molto maturi – quello pratese ad esempio fa economia circolare da cent’anni –, e penso sia dunque importante occuparsi anche di quella parte di rifiuti sui quali noi non esprimiamo una competenza diretta (i rifiuti speciali, ndr) ma possiamo giocare un ruolo importante di regia».

Come mostrano anche gli scarti tessili pure dalle migliorie economie circolari esitano però nuovi rifiuti, che devono poi essere gestiti. Per gli urbani le direttive Ue ad esempio lasciano il 25% di spazio al recupero energetico mentre la termovalorizzazione in Toscana è al 10%, e anche guardando ai rifiuti speciali ci sono ampi deficit impiantistici: si parla dell’equivalente di oltre 8mila tir di rifiuti in uscita dai confini regionali ogni anno. Il Prb affronterà questi gap?

«Dovremmo senz’altro ed è uno dei temi principali che dobbiamo porci. Il Prb riguarda la pianificazione dei rifiuti urbani e per noi è uno strumento ovviamente indispensabile, ma serve andare oltre. Per norma nazionale la gestione dei rifiuti speciali è rimandata alle logiche di mercato e dunque sono liberi di circolare sul territorio nazionale e internazionale, però noi non vogliamo sottrarci nemmeno a questa sfida: l’obiettivo del Prb sarà quello di massimizzare le forme di riciclo anche per gli scarti produttivi. Va portato avanti e potenziato il percorso già avviato coi principali distretti toscani nella scorsa legislatura, al fine di individuare le soluzioni tecnologiche ed impiantistiche necessarie ad evitare che i rifiuti speciali, solo perché la legge lo consente, vengano esportati. Al contempo vorremmo anche trasformare il più possibile i rifiuti urbani in speciali, per poi avviarli a recupero all’interno di cicli produttivi presenti sul territorio; in questo modo i rifiuti urbani che dovranno essere gestiti nell’ambito del Prb saranno meno. Sono dunque convinta che le necessità di smaltimento per chiudere il ciclo dei rifiuti, che ovviamente ci sono, saranno sempre più marginali. Parlo delle discariche ma anche dei termovalorizzatori: tra i più vetusti ne chiuderemo diversi nei tempi previsti – penso ad esempio a Montale e Livorno –, saranno sufficienti gli altri che già abbiamo».

Se alcuni impianti chiuderanno è dunque possibile che altri siano soggetti a revamping?

«Assolutamente, rispetto a quanto dicevo precedentemente alcune operazioni di revamping saranno funzionali al sistema che intendiamo proporre per la Toscana, in un’ottica di chiusura del ciclo di gestione rifiuti più ampia e articolata».

Come si articolerà l’applicazione del Prb sui territori?

«Passando da una battaglia che ho condotto già in Consiglio regionale che è quella di procedere alla realizzazione di un Ato unico per i rifiuti al quale affidare la parte di pianificazione generale, mentre vorrei dotare il territorio regionale di più sub-ambiti ai quali affidare la gestione rifiuti, perché è giusto che sia più vicina i territori, che conoscono le esigenze e le peculiarità locali».

Prima ha accennato all’importanza primaria di puntare al riciclo, un comparto però che a livello nazionale non è ancora incentivato. La Regione ha intenzione di varare politiche di sostegno, ad esempio rafforzando il Gpp o anche attraverso forme d’incentivazione diretta come già accaduto anni fa per il plasmix?

«Sì, senz’altro. Nella scorsa legislatura, oltre ad aver inserito i principi dell’economia circolare nello Statuto della Regione – che è un po’ la nostra Carta costituzionale – abbiamo approvato una legge sempre a mia prima firma che vuole rendere questi principi trasversali alla Pa. Quindi punteremo sugli acquisti verdi, ma anche meccanismi d’incentivo (e disincentivo) ai privati rientreranno tra gli strumenti che adotteremo».

L’economia circolare porta ampie possibilità d’investimento ma, più in generale, ammodernare la dotazione impiantistica per l’erogazione dei servizi pubblici – come acqua, ambiente, energia, tpl – può rappresentare uno straordinario volano di sviluppo sostenibile per la ripresa post-Covid: le imprese associate Cispel hanno avanzato proposte d’investimento da 10 miliardi di euro, chiedendo di essere messe in condizione di farli. Pensa siano d’interesse?

«Assolutamente sì perché la pandemia è stata ed è un trauma globale che ha evidenziato i limiti del sistema economico attuale, e oggi più che mai il valore della sostenibilità va inteso in una dimensione duplice: la salvaguardia delle risorse naturali come volano per una nuova modalità di sviluppo. Tra le proposte di investimento che hanno avanzato i settori dei servizi pubblici, noi abbiamo già fatto nostre quelle delle aziende di gestione dei rifiuti e del servizio idrico integrato, e questi input sono diventati la base su cui abbiamo orientato la nostra proposta di utilizzo delle risorse del Recovery fund che proprio in questi giorni stiamo condividendo con la Conferenza Stato-Regioni e quindi con il Governo nazionale. Operiamo dunque in un’ottica di massima collaborazione».

Il pacchetto di proposte per il Recovery fund europeo quando sarà completato?

«Ci stiamo lavorando. Un primo pacchetto noi lo definiremo già nei prossimi giorni perché il Governo ci ha dato scadenze molto strette, ma passeremo comunque attraverso una fase di concertazione».

Un altro capitolo fondamentale del Programma di governo riguarda la crisi climatica: si parla di emissioni nette zero e 100% di elettricità da rinnovabili entro il 2050, ricorrendo in particolare alla geotermia. Da almeno 200 anni è questa la fonte rinnovabile che più di ogni altra caratterizza il nostro territorio: pensa ci siano ancora margini di sviluppo?

«Assolutamente sì. Non pensiamo solo alla geotermia, però è evidente che questa risorsa è una nostra caratteristica, perché in Toscana è dal 1904 che si produce elettricità da fonte geotermica. Questo ovviamente dipende dalle caratteristiche eccezionali del nostro sottosuolo, non è che siamo bravi, abbiamo questa fortuna ma abbiamo saputo anche sfruttarla. La geotermia è una fonte energetica carbon neutral e attualmente copre più del 70% dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili nella nostra regione. Quindi è chiaro che è un elemento imprescindibile nel nostro modello di sviluppo sostenibile. I margini di sviluppo ci sono e abbiamo intenzione di utilizzarli tutti».

Lo sviluppo del comparto però è da tempo frenato a causa dello stop agli incentivi causato dal Fer 1, e la scadenza delle attuali concessioni al 2024 non aiuta a fornire un quadro di riferimento stabile per gli investimenti. Come intende muoversi la Regione su entrambi i fronti?

«In continuità direi, perché la Giunta passata ha dato grande centralità alla risorsa geotermica assumendo anche posizioni molto forti e decise nei confronti del Governo nazionale; ha richiesto infatti l’inserimento della fonte geotermica nel Fer 2, e noi adesso dobbiamo lavorare in continuità rilanciando con maggiore forza questa richiesta, in particolare proprio in funzione della scadenza delle concessioni al 2024. Faremo comprendere al Governo che la geotermia rappresenta certo una particolarità Toscana, ma può diventare un vero e proprio fattore di sviluppo per l’intero sistema-paese. Io sono molto ottimista su questo».

Il varo del Fer 2 però è già slittato più volte, nonostante le rassicurazioni del Governo. C’è una nuova deadline?

«Non ancora, ma ci stiamo lavorando».

Sulle concessioni invece, Enrico Rossi un anno si disse favorevole a una proroga ad Enel in cambio di investimenti e miglioramenti ambientali. Pensa sia un’opzione da perseguire?

«Dobbiamo ancora discuterla però è sicuramente un’opzione sulla quale lavoreremo».

Nonostante gli indubbi benefici legati alla sua coltivazione, la geotermia è ancora oggi vittima costante di attacchi Nimby e Nimto. Si tratta di un problema più generale, che riguarda anche le altre rinnovabili come pure l’economia circolare, in tutta Italia. Alla base sembra esserci una sfiducia di fondo verso le istituzioni e – secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio nimby forum – per contrastarla occorre investire in migliore informazione e comunicazione: crede sia una lettura corretta?

«Io ne sono assolutamente convinta. Credo che per recuperare un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni questo sia tra gli elementi essenziali, e forse uno dei più importanti. Sarà sicuramente una priorità del mio mandato. Ma quelli dello sviluppo sostenibile sono temi complessi, e per fare buona informazione sono indispensabili anche giornalisti ben formati. Recuperare fiducia significa poi investire in trasparenza: questo significa anche mettere a disposizione, senza filtri, tutta l’enorme mole di dati ambientali che abbiamo a disposizione – e io apprezzo moltissimo il lavoro che Arpat sta facendo in questo senso e lo strumento della Relazione sullo stato dell’ambiente che abbiamo messo in campo per fornire un quadro ancora più completo –, ma poi questi devono anche essere resi comprensibili. Infine è centrale promuovere una partecipazione reale della cittadinanza».

In che modo?

«Un sondaggio svolto di recente in Toscana rileva che più del 50% degli intervistati non è disponibile a partecipare a progetti di partecipazione, perché pensa che si tratti di iniziative di facciata che non producono effetti reali nel processo di formazione della decisione. Sostanzialmente pensano di perdere tempo. Però contemporaneamente i temi dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile sono ritenuti prioritari da più del 90% degli stessi intervistati, che vorrebbero trovare canali e forme per comunicare le proprie idee e le proprie opinioni. Ecco io credo si debba partire da qui. C’è voglia di partecipare ma gli strumenti che abbiamo a disposizione non riscuotono la fiducia dei cittadini e da qui bisogna ripartire, perché è chiaro che un rapporto di fiducia va assolutamente ricostruito».

Forse alla base di questa sfiducia nella partecipazione c’è anche un fraintendimento, di chi pensa che questi percorsi sfocino poi in effetti deliberativi, scambiando l’esercizio della democrazia rappresentativa – dove ai rappresentanti va poi l’onere di decidere – con l’ascolto.

«I processi partecipativi devono avere regole chiare, tempi definiti e alla fine comunque una conclusione certa, altrimenti il meccanismo non funziona. Per la politica i momenti di ascolto sono fondamentali per comprendere istanze e sensibilità della popolazione, senza dimenticare però che siamo noi stessi a dover assumere le scelte per rispettare il mandato ricevuto e perseguire l’interesse generale, assumendoci dunque oneri e onori della decisione. Un processo partecipativo che si dilata oltre misura rappresenta un limite alla buona politica, rischiando solo di diventare inconcludente».

Come assessore lei ha le delega anche alla Protezione civile, e sta toccando con mano gli effetti della crisi sanitaria in corso. La pandemia è iniziata però con uno spill-over, e mettendo ancor più in evidenza la necessità di preservare l’equilibrio tra esseri umani e il resto della biodiversità per tutelare la nostra di salute, ancor prima di quella del pianeta. Le aree protette toscane hanno vissuto fasi abbastanza critiche negli ultimi anni, cosa intende fare per rilanciarle?

«Il 10% del territorio toscano è coperto da aree protette, e anche gli indicatori in termini di biodiversità sono confortanti. Io ritengo però che la garanzia di tutela per le risorse ambientali non sia ancora sufficiente, non dobbiamo accontentarci. Per migliorare penso che le aree protette debbano essere tutelate ma anche vissute, fatte proprie dai cittadini e valorizzate in termini di fruizione, anche attraverso forme di ecoturismo, che credo sia una delle sfide che la pandemia ci mette davanti: l’obiettivo deve essere quello di far comprendere l’interdipendenza tra uomo e natura e lo si può centrare offrendo opportunità di frequentare quei luoghi in cui le risorse naturali sono più fragili e preziose. La pandemia rende questa riflessione particolarmente urgente: io ci credo molto e ho già avviato un confronto con gli assessori che hanno competenze convergenti su questi temi – quindi agricoltura e turismo – per intraprendere insieme una strada di valorizzazione, ci stiamo lavorando».