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Se 1.200 miliardi all’anno vi sembran troppi. La Bce fa il calcolo di quanto serve investire fino al 2030 per la transizione green a livello comunitario. L’alternativa? Pagare il costo dei disastri climatici

 |  Editoriale

Nell’Unione europea sono necessari investimenti verdi per circa 1.200 miliardi di euro all’anno, pari all’8,3% del Pil del 2023, per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione fissati a livello comunitario per il 2030. Sia la cifra assoluta che la percentuale possono apparire abnormi, ma considerando che a realizzare analisi e calcoli è la Banca centrale europea, il dato va preso in seria considerazione. Non solo. L’altro fattore che Francoforte mette sul piatto riguarda i costi che si dovrebbero pagare se di fronte alla serietà dei cambiamenti climatici non si assumesse altrettanta serietà nel fronteggiarla. «I disastri legati al clima stanno aumentando di frequenza e gravità in Europa e altrove, indicando sostanziali necessità di investimenti per decarbonizzare rapidamente l’economia e adattare l’Ue a un clima che cambia», viene innanzitutto sottolineato. E quel che non si spenderà oggi in un’ottica di previsione e prevenzione, verrà pagato domani per adattamento ed emergenze.

Il focus sulla transizione green è compreso nel primo numero del Bollettino economico 2025 appena diffuso da Francoforte. Nel testo della Bce dedicato agli “Sviluppi economici, finanziari e monetari” si dà conto delle motivazioni che alla riunione del 30 gennaio hanno portato il Consiglio direttivo ad abbassare di 25 punti base i tassi di interesse. Ma non è casuale il fatto che Francoforte abbia deciso di pubblicare una parte ad hoc dedicata alle “Esigenze di investimenti verdi nell’Ue e relativi finanziamenti”. E la ragione è semplice perché, viene sottolineato, «un ritardo nella transizione verde implicherebbe costi aggiuntivi per l’adattamento» ai cambiamenti climatici.

Negli ultimi anni sono stati compiuti importanti progressi su questo fronte ma, segnala la Bce, gli investimenti finora dedicati alle misure utili alla decarbonizzazione sono insufficienti. La riduzione delle emissioni di gas serra del 55% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 ed emissioni nette zero entro il 2050 necessita infatti di più soldi che arrivino sia dalla sfera pubblica che dal settore privato. Alla base dei calcoli di Francoforte c’è l’analisi della Commissione europea da cui emerge che nel periodo compreso tra il 2011 e il 2020 nell’Ue sono stati investiti in media 764 miliardi di euro ogni anno per ridurre le emissioni di gas serra. Una cifra che corrisponde a circa il 5,1% del Pil comunitario del 2023. Per raggiungere l’obiettivo fissato per il 2030, però, la Commissione stima che ogni anno saranno necessari ulteriori 477 miliardi di euro di investimenti verdi, pari al 3,2% del Pil del 2023. Da qui la cifra indicata in apertura che, per la precisione, sarebbe di 1.241 miliardi di euro all’anno, pari all’8,3% del Pil del 2023.

La cifra necessaria ulteriore rispetto a quella fin qui dedicata agli investimenti green è diversa da quella individuata da altri enti o istituzioni, che varia dai 558 miliardi di euro calcolati da BloombergNEF  ai circa 400 miliardi di euro indicati dall’Agenzia Internazionale per l'Energia e dall’Istituto per l’economia del clima fino al 2030. E la Bce spiega che ciò è dovuto a una serie di fattori. Primo, l’analisi di diversi scenari. Secondo: la definizione di investimento verde utilizzata nel Bollettino di Francoforte è più ampia di quella utilizzata in ambito nazionale, in quanto include beni di consumo durevoli a basse emissioni di carbonio come i veicoli elettrici. Terzo: una parte sostanziale degli investimenti aggiuntivi indicati come necessari non è un’aggiunta ma piuttosto una sostituzione per beni di investimento e acquisti di beni durevoli che non sono considerati “verdi”. Ad esempio, viene sottolineato nel documento, sono da considerare gli acquisti di auto elettriche che andrebbero a sostituire le auto con motori alimentati da combustibili fossili e l’installazione di nuovi sistemi di riscaldamento domestico.

In particolare, viene ricordato che secondo la Commissione europea la maggior parte degli investimenti dovrà andare al settore dei trasporti, che richiede un totale di 754 miliardi di euro all’anno per la sua transizione verso la neutralità. «La quota di gran lunga maggiore, pari a circa l’80% - si legge nel documento - riguarda gli investimenti nel trasporto stradale, che comprende il trasporto passeggeri e l'infrastruttura di ricarica per i veicoli elettrici, ma anche il trasporto merci. In termini relativi, invece, l’aumento maggiore degli investimenti verdi sarà necessario per la fornitura di energia pulita. Rispetto alle medie storiche, gli investimenti in questo settore dovranno aumentare di circa 1,7 volte all’anno fino al 2030 per decarbonizzare l'approvvigionamento energetico». 

Francoforte sottolinea che le banche dovrebbero svolgere un ruolo importante nel finanziamento della transizione verde nell’Eurozona, perché le misure di decarbonizzazione richiedono disponibilità economiche derivanti anche dal settore privato e perché gli istituti di credito giocano comunque un ruolo importante nell’indirizzare investimenti in una direzione piuttosto che un’altra. «Dato che i prestiti delle banche dell’area dell’euro rappresentano quasi il 60% dello stock di finanziamento del debito delle società non finanziarie dell’area dell'euro e oltre l'80% dello stock di debito delle famiglie dell’area dell’euro – scrive la Bce –  le banche contribuiscono in modo determinante al finanziamento delle attività che determinano il rilascio di emissioni di carbonio. Ci si aspetta quindi che le banche svolgano un ruolo importante nel finanziamento della transizione verde. La quantità di carbonio emessa dalle imprese dell’area dell’euro che può essere collegata ai finanziamenti delle banche è diminuita complessivamente dal 2018 al 2021, ma le banche hanno continuato a essere molto esposte alle emissioni di carbonio delle imprese. Questa esposizione varia ampiamente tra i settori, ma è particolarmente grande nei settori manifatturiero, energetico e dei trasporti, il che sottolinea le sfide che questi settori hanno ancora davanti a loro nella transizione verde».

Un altro soggetto per cui la Bce ritiene necessario un maggior coinvolgimento sono i mercati finanziari, che possono contribuire ad accelerare la transizione verde, «anche fornendo finanziamenti per progetti più rischiosi e per l’innovazione verde, sebbene questi segmenti di mercato siano ancora piccoli». Il problema è che i finanziamenti che prevedono l’emissione di titoli di debito sostenibili giocano ancora un ruolo limitato nell’area Euro, «rappresentando circa il 7% dello stock di tutti i titoli di debito emessi, con i green bond che costituiscono il segmento di mercato più ampio»: «Mentre la quota di mercato dei titoli di debito sostenibili è cresciuta rapidamente negli ultimi anni, la crescita è rallentata un po’ negli ultimi tempi, soprattutto per le obbligazioni legate alla sostenibilità».

Quanto al sostegno del settore pubblico, la Bce sottolinea che può arrivare direttamente sotto forma di investimenti pubblici o indirettamente sotto forma di sussidi o garanzie statali. «Può incentivare gli investimenti verdi privati riducendo i costi di finanziamento dei mutuatari e riducendo il rischio delle attività di investimento verde sia per le imprese che per i potenziali creditori. Aiutare il settore privato a investire nella transizione verde può essere particolarmente vantaggioso a causa dell’elevato livello di incertezza che circonda il tasso di rendimento quando si finanzia l’innovazione e le nuove tecnologie. Allo stesso modo, lo spazio fiscale per un ampio sostegno del settore pubblico è limitato dall'obbligo di preservare la sostenibilità fiscale in Europa».

I fondi pubblici stanno giocando un importante ruolo nella transizione verde, grazie soprattutto al Recovery and resilience facility. E, sottolinea la Bce, per l’attuale periodo di bilancio dell’Ue (2021-27) è previsto che almeno il 30% dei fondi combinati del Quadro finanziario pluriennale e del programma Next generation Eu (NgEu) contribuisca agli obiettivi climatici. «Il Recovery and resilience facility (Rrf), che è il fulcro del programma NgEu, fornisce la quota maggiore (276 miliardi di euro) dei fondi totali messi a disposizione dalla Commissione europea per sostenere gli obiettivi climatici (658 miliardi di euro)». Altri fondi pubblici sono forniti dalla Banca europea per gli investimenti (Bei), dai proventi delle aste del sistema di scambio delle quote di emissione dell’Ue (EU Ets) e da iniziative politiche nazionali. Sottolinea però Francoforte: «Le misure di sostegno offerte alle imprese, pari al 43% dei fondi Rrf legati al clima, si presentano per lo più sotto forma di sussidi e crediti d’imposta che mirano a promuovere gli investimenti verdi in settori quali le infrastrutture energetiche, i veicoli elettrici aziendali e una maggiore efficienza energetica degli edifici. Finora, tuttavia, il tasso di assorbimento di questi fondi è stato generalmente basso. A metà del 2024 era stato erogato solo il 20% (circa 55 miliardi di euro) dei fondi del Rrf legati al clima, mentre il resto è ancora disponibile per essere speso fino alla fine del 2026. Il basso tasso di assorbimento può essere in parte legato alle strozzature causate dall’insufficiente capacità amministrativa e dalle complesse strutture di governance. La natura basata sui risultati del Rrf significa che il sostegno finanziario non viene erogato fino a quando non vengono raggiunte tappe e obiettivi predefiniti. Al contrario, ben il 40% (circa 150 miliardi di euro) dei fondi legati al clima impegnati nell’attuale Quadro finanziario pluriennale è stato erogato entro la fine del 2023».

Secondo Francoforte, una stima di massima della quota pubblica del fabbisogno di investimenti aggiuntivi può essere ricavata dalla quota ponderata di investimenti pubblici di ciascun settore, e la quota complessiva del settore pubblico sarebbe pari a circa il 17% del fabbisogno aggiuntivo di investimenti legati al clima nel periodo dal 2021 al 2030, che equivale a circa 83 miliardi di euro all'anno. «Rispetto ai fondi Ue disponibili e nell’ipotesi di una completa erogazione dei fondi del Rrf entro la fine del 2026, il gap di finanziamento pubblico verde sarebbe limitato a una media di 20 miliardi di euro all’anno (circa il 24% del fabbisogno di finanziamento pubblico) tra il 2025 e il 2030. Questo risultato è tuttavia sensibile alle ipotesi sottostanti, in particolare all'utilizzo completo della dotazione del Rrf. È probabile che il divario di finanziamento pubblico verde diventi sostanzialmente più ampio dopo la scadenza del Rrf alla fine del 2026.

La Bce sottolinea che anche le riforme strutturali svolgeranno un ruolo importante nel sostenere la transizione verso un’economia neutrale dal punto di vista climatico. Riforme che facilitino la riallocazione delle risorse dalle attività ad alte emissioni di carbonio a quelle a basse emissioni, incentivino l’innovazione verde e i nuovi modelli di business e forniscano un ambiente favorevole per l’implementazione e la diffusione di tecnologie a basse emissioni di CO2. Nel documento si fa riferimento anche al rapporto Draghi, che «evidenzia il ruolo chiave che la semplificazione e l’armonizzazione delle normative a livello nazionale e dell’Ue possono svolgere nel sostenere l’innovazione», si cita la tassazione del carbonio come lo strumento politico più efficiente per incentivare gli investimenti privati nella transizione verde, e si definisce «fondamentale» far avanzare l’agenda dell’unione dei mercati capitali, anche per la transizione verde: «Per migliorare il suo ruolo nell’innovazione delle tecnologie pulite – sottolinea in conclusione la Bce – è essenziale che l’Europa raccolga tutti i benefici del mercato unico e affronti la frammentazione normativa».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.