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Energia dall’acqua. Si va verso le gare per l’idroelettrico: ora servono più garanzie per risparmi in bolletta e sbloccare subito 15 miliardi di euro in investimenti negli impianti e nelle dighe

 |  Editoriale

Si è svolto ieri a Roma, presso la Sala Regina di Montecitorio, il convegno “Idroelettrico. Un valore per l’Italia” a cura dell’associazione imprenditoriale Elettricità futura. Il presidente Vittorio Armani ha illustrato i principali dati del settore: 4.880 impianti, 50 TWh di produzione elettrica, un valore economico superiore ai 5 miliardi di euro, con prospettive di superare i 6 miliardi nel 2024. Inoltre, il settore impiega 12.000 addetti altamente specializzati e rappresenta quasi il 40% dell’energia elettrica rinnovabile nazionale.

Il settore idroelettrico è strategico per la transizione energetica del Paese, ma necessita di investimenti per l’introduzione di nuove tecnologie, interventi di manutenzione straordinaria e adeguamenti gestionali ai principi di sostenibilità ambientale. In questo contesto, si stima un fabbisogno di investimenti aggiuntivi di 15 miliardi di euro nei prossimi anni.

Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato l’impegno del Governo per un settore di rilevanza strategica, non solo per lo sviluppo energetico ed economico, ma anche per la gestione ambientale e del ciclo dell’acqua. Basti ricordare che le dighe italiane hanno una capacità in termini di volume di acqua pari a 4 miliardi e mezzo di mc e quindi rappresentano un bacino potenziale sia per la laminazione delle piene sia per la distribuzione di acqua nei momenti di scarsità nei territori.

Un tema centrale del dibattito è stato il rinnovo delle concessioni idroelettriche, vincolato alla legge sulla Concorrenza del 2022 e al Pnrr. Molte concessioni sono già scadute o lo saranno nei prossimi cinque anni, rendendo necessaria la loro riassegnazione tramite procedure concorrenziali. Il ministro ha ribadito che sarà difficile eludere questo impegno con l'Unione europea e che il rinnovo dovrà garantire crescita degli investimenti, innovazione e un maggiore ritorno pubblico della ricchezza prodotta dagli impianti.

Dopo i due interventi principali, si è sviluppato il dibattito attraverso due “panel” uno più tecnico-associativo (Cisl, Regione Lombardia, Confindustria, Kyoto club, Adoc) e uno più politico-parlamentare (Gruppi FdI, Forza Italia, Pd, Italia viva e Lega).

I due panel hanno messo in evidenza un grande consenso, con poche sfumature di differenziazione, alla richiesta all’Europa di deroga dello strumento delle gare. L’Europa dopo il rilievo di infrazione verso quasi tutti i Paesi europei per il rinvio delle gare ha stabilito, nel 2021, che le concessioni potevano essere rinnovate anche con strumenti di assegnazione diversi, non competitivi. Questo anche perché in molte situazioni veniva rilevato che il rapporto fra strumento concorrenziale e incremento dell’efficienza non era verificato. Ma l’Italia nel 2022 con la propria legge sulla Concorrenza stabiliva invece la scelta dello strumento competitivo della gara oltre che, con successive deliberazioni, la competenza delle singole regioni a gestire il rinnovo delle concessioni.

Queste due scelte sono apparse alla quasi totalità dei presenti al panel come elementi critici da superare. Salvo al rappresentante della Regione Lombardia che ha sottolineato favorevolmente lo spostamento al livello regionale della competenza confermando peraltro l’avvio dei procedimenti di gara nella regione.

Qualche voce discordante è emersa. In particolare, il rappresentante del Pd che ha escluso la possibilità di deroga puntando invece a qualificare la gara con una richiesta di forti investimenti da realizzare nel corso della concessione, e il rappresentante di Confindustria che ha espresso l’interesse a sperimentare il modello dei “three-party contracts” che si sta affermando come modello a livello europeo e che potrebbe qualificare il processo di gara in maniera più complessa e più attenta ai diversi portatori di risorse e di interesse.

Ma, in generale, l’avversione allo strumento gara non è parso provenire da una generica avversione alla logica concorrenziale, quanto dalla considerazione di una serie di elementi critici da tenere in considerazione allorquando si parla di individuare i gestori delle concessioni in un generico ambito europeo.

Il primo elemento fa riferimento all’interesse nazionale. L’energia si sta affermando sempre più come un settore strategico per i paesi e appare quindi “pericoloso” privare il settore da presenze imprenditoriali saldamente legate al territorio nazionale e magari anche al sistema pubblico eventualmente attraverso strumenti tipo “golden share”. Legato a questo elemento è emerso in maniera forte nella discussione il tema della “reciprocità”. Perché l’Italia deve aprire un settore così “delicato” al resto degli operatori europei mentre ciò non avviene per gli altri paesi? E così interesse nazionale e principio di reciprocità, purtroppo ma comprensibilmente, non attenuati dalla necessità di rafforzamento di un mercato unico stanno alla base dell’avversione alla gara in tema di concessioni idroelettriche. Appare evidente che la costruzione e il rafforzamento di un mercato unico in Europa in questa fase richiederebbe un di più di unità politica e strategica dell’Europa. Ma non si può pensare di fare il necessario “salto quantico” partendo dalle concessioni idroelettriche o da singoli settori industriali.

Un secondo elemento, questo sicuramente di maggiore interesse e fondatezza dal punto di vista industriale, è legato alla capacità del procedimento concorrenziale a “scegliere” soggetti di natura industriale, con competenze e storia produttiva nel settore, e non di natura finanziaria. Magari dotati di alta capacità di investimento ma più attenti al rendimento finanziario a breve dell’investimento piuttosto che alla realizzazione di presenze industriali dotate di crescita e sviluppo innovativo nel tempo.

Il terzo elemento è legato alla capacità di individuazione di soggetti imprenditoriali radicati in qualche modo nel territorio, e adeguati a rispondere alle domande che da esso provengono, in tema di sviluppo della quantità e qualità occupazionale e dei fornitori di beni e servizi, della qualificazione dell’ambiente e del paesaggio ed infine della gestione, a più voci se si pensa all’uso civile, agricolo, industriale, ecologico, della risorsa idrica e del suo ciclo naturale.

Infine, come ultimo punto ma non meno rilevante degli altri, come riuscire a definire una “contrattazione dinamica” in grado distribuire in maniera equa la ricchezza che si viene a creare nel corso della concessione ai diversi soggetti coinvolti in qualche modo nella produzione idroelettrica. E cioè il gestore degli impianti, i territori in cui è situata la diga, il soggetto pubblico proprietario della risorsa e infine anche i consumatori di energia.

Insomma, sembra di poter concludere che il tema delle concessioni e delle relative gare appare dominante fra le forze di Governo, le forze politiche, associative e imprenditoriali del paese. Ed è giusto così.

Le gare, come è stato rilevato da molti, potrebbero “distorcere”, in maniera negativa per lo sviluppo del Paese, il processo di assegnazione delle concessioni. Forse in questa fase, laddove oramai la scelta non potesse ritornare al punto di partenza pena una perdita di credibilità rispetto all’Europa, potrebbe avere un senso qualificare i percorsi di gara con una forte salvaguardia dei principi in precedenza individuati oltre ovviamente ad una capacità e volontà di forte investimento innovativo. E cioè il privilegio dei soggetti industriali rispetto ai soggetti finanziari, dei soggetti che hanno un radicamento nel territorio rispetto ad altri che non lo hanno o che non presentano caratteristiche per costruirselo ed infine dei soggetti capaci di stabilire una contrattazione equa, magari anche “pluriparte”, coi soggetti portatori di risorse e di interesse.

Forse, in questo modo, anche la “rigidità” dello strumento di gara potrebbe trovare la flessibilità giusta per fare delle nuove concessioni l’occasione di uno sviluppo quantitativo e qualitativo del sistema idroelettrico del paese.

riccardo zucconi idroelettrico

Mauro Grassi

Mauro Grassi, economista, ha lavorato come ricercatore capo nell’Istituto di ricerca per la programmazione economica della Toscana (Irpet), ha lavorato a Roma come dirigente caposegreteria del Sottosegretario ai Trasporti Erasmo D’Angelis (Ministero delle Infrastrutture) e quindi come direttore di Italiasicura (Presidenza del Consiglio) con i Governi Renzi e Gentiloni. Attualmente è consulente e direttore della Fondazione earth and water agenda.