
Trump impone dazi al 25% sulle auto, a pagare per primi sono i consumatori statunitensi

Donald Trump ha annunciato ieri nuovi dazi del 25% su tutte le auto non prodotte negli Stati Uniti, con un impatto su centinaia di miliardi di auto importate da Paesi come Messico, Canada, e ovviamente Stati membri dell’Ue tra i quali l’Italia.
Si tratta dell’ennesima puntata di quella che il Wall street journal ha definito la «guerra commerciale più stupida della storia», perché autolesionista per gli stessi Stati Uniti, come notato oggi persino dal first buddy del presidente Usa, Elon Musk: «Per essere chiari, questo inciderà sul prezzo dei pezzi di ricambio per auto Tesla che provengono da altri Paesi».
«Esortiamo il presidente Trump a considerare l'impatto negativo delle tariffe non solo sulle case automobilistiche globali, ma anche sulla produzione nazionale degli Stati Uniti – osserva nel merito l’Associazione europea dei costruttori di automobili (Acea) – Le tariffe non avranno un impatto solo sulle importazioni negli Stati Uniti, una penalità che i consumatori americani probabilmente pagheranno, ma le misure sui componenti per auto danneggeranno anche i produttori di automobili che producono auto negli Stati Uniti per i mercati di esportazione. I produttori europei esportano tra il 50% e il 60% dei veicoli che producono negli Stati Uniti, apportando un contributo positivo sostanziale alla bilancia commerciale degli Stati Uniti. L'Unione europea e gli Stati Uniti devono avviare un dialogo per trovare una soluzione immediata che consenta di scongiurare i dazi e le conseguenze dannose di una guerra commerciale».
La conferma arriva anche dalla principale associazione ambientalista statunitense, Sierra club, che sottolinea come questi dazi sulle auto «aumenteranno probabilmente i costi di migliaia di dollari» sulle auto nuove per i consumatori americani.
«Imponendo tariffe non strategiche sulle auto, Donald Trump – dichiara la direttrice di Sierra Club Clean Transportation for All, Katherine García – aumenterà i prezzi delle auto per gli americani e danneggerà le famiglie lavoratrici. Affinché le tariffe aiutino a incrementare la produzione nazionale, devono essere accompagnate da investimenti innovativi nell'industria automobilistica statunitense. L'amministrazione Trump non ha offerto nulla di tutto ciò. Invece, con questa azione insieme ai suoi attacchi agli standard sui veicoli puliti, sta rendendo più difficile per le persone permettersi le auto in generale e ancora più difficile acquistare veicoli puliti che non inquinano».
La Bce stima che dazi al 25% sulle importazioni dall’Europa taglierebbero il Pil dell’Ue dello 0,3% il primo anno, ma le ricadute sarebbero ovviamente più pesanti sui settori di mercato direttamente colpiti, a maggior ragione quando si parla della filiera automotive dove la crisi è già pienamente in corso.
Come rispondere? «I dazi sono tasse: dannose per le aziende, peggiori per i consumatori, sia negli Stati Uniti che nell'Unione europea – dichiara nel merito la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen – Valuteremo ora questo annuncio, insieme ad altre misure che gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione nei prossimi giorni. L'Ue continuerà a cercare soluzioni negoziate, salvaguardando al contempo i propri interessi economici». Anche Mario Draghi, intervenendo all'Hsbc Global Investment Summit, sottolinea che «se Trump costruisce un muro tariffario, non è nel nostro interesse costruire un muro tariffario. Dobbiamo chiederci: reagire o no?».
Una strategia efficace di ritorsione potrebbe nascere da quanto sta suggerendo un crescente numero di intellettuali europei di area progressista, come gli economisti Gabriel Zucman e Andrea Roventini o il giurista Alberto Alemanno. Ovvero, non rispondere ai dazi Usa varandone a nostra volta di generalizzati contro l’import di merci statunitensi, ma concentrando la ritorsione su quanto davvero conta per Trump – ovvero il sostegno dell’oligarchia tech di cui si è circondato – limitando l’accesso al mercato europeo per i vari Musk, Bezos e Zuckerberg, subordinandolo a standard fiscali minimi. In altre parole, si tratta di una nuova forma di protezionismo per colpire le aziende e gli oligarchi che distruggono il clima senza neanche partecipare a criteri di equità fiscale.
Zucman porta un esempio pratico guardando a Tesla: immaginando che la casa automobilistica di Musk non paghi in patria alcuna imposta sulla società (o carbon tax), ma che realizzi il 5% delle vendite di auto nel mercato europeo, gli Stati Ue potrebbero calcolare quanto Tesla avrebbe dovuto pagare negli Usa se le leggi europee fossero lì applicate, e riscuotere il 5% di tale importo; allo stesso modo, potrebbero tassare lo stesso Elon Musk con una patrimoniale in proporzione alla quota parte della ricchezza sgraffignata dall’oligarca in Europa (poiché tale ricchezza arriva prevalentemente da azioni Tesla, ancora una volta l’esempio punta al 5%).
«Gli Stati Uniti hanno una debolezza – conclude Zucman – la loro oligarchia strisciante e altamente internazionalizzata. Perché è una debolezza? Perché si tratta di un numero esiguo di persone che, per la loro ricchezza, fanno affidamento sull'accesso ai mercati esteri, dando così ai Paesi stranieri un notevole potere su di loro È ora di usare questo potere».
