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Sul mercato italiano il prezzo del gas fossile è più alto del 25% rispetto al riferimento europeo

Assocarta chiede al Governo di intervenire per chiudere il gap tra Psv e Ttf: «Un differenziale di 8 euro/MWh nel gas significa 16 euro/MWh in più sul prezzo dell’energia elettrica»
 |  Nuove energie

Nonostante la sovrabbondanza di infrastrutture gas che attraversano il Belpaese, storicamente sull’Italia grava un abbondante differenziale tra i prezzi del gas fossile che si formano sul Psv (il Punto di scambio virtuale, ovvero il mercato di riferimento dove gli operatori italiani ed esteri scambiano gas immesso o prelevato dalla rete Snam, determinandone il prezzo all’ingrosso) e il Ttf (il principale mercato virtuale di riferimento per lo scambio del gas in Europa, con sede ad Amsterdam, che funge da benchmark anche per il Psv dove poi si aggiungono costi dettati dal contesto locale).

Un problema che continua ad aggravarsi. «In questi giorni stiamo assistendo all’ennesima divergenza dei prezzi italiani del gas Psv rispetto a quelli del Ttf dei mercati europei – dichiarano nel merito da Assocarta, in rappresentanza di una filiera industriale tanto importante quanto energivora – I primi freddi, che stanno riguardando l’Italia e l’Europa, non possono spiegare un aumento dei prezzi simile, tanto che in tutta Europa stanno addirittura scendendo. I livelli di stoccaggio italiani sono molto elevati, circa il 70%, ad un livello superiore a quello della media Ue (circa 60%). Non si spiega quindi per quale ragione il gas in Italia arrivi a costare 7-8 €/MWh in più rispetto al nord Europa, ovvero il 25% più alti di quelli del Ttf. Questa situazione ha pesanti ripercussioni anche sui prezzi dell’energia elettrica delle imprese e delle famiglie: un differenziale di 8 euro/MWh nel gas significa 16 euro/MWh in più sul prezzo dell’energia elettrica», dato che di fatto è il gas fossile che ancora oggi determina il prezzo dell’elettricità all’ingrosso nella maggioranza delle ore.

Ma il differenziale tra Psv e Ttf non emerge certo adesso, essendo un problema messo in evidenza da Standard & Poor's almeno dal pre-pandemia, puntando il dito verso la scarsa concorrenza: «Grandi quote del mercato del gas italiano sono nelle mani di pochi grandi attori», tra cui spicca Eni, e «nessun nuovo grande player è mai riuscito a emergere e a spingere i prezzi al ribasso attraverso una strategia di quote di mercato. Al contrario, questi fattori hanno reso l'Italia un luogo attraente per chi si adegua al prezzo del gas, ovvero aziende interessate a detenere una piccola quota di mercato e ad approfittare dello scenario dei prezzi elevati, senza apparente intenzione di cambiarlo».

«Non è più sopportabile né accettabile questa situazione per le imprese industriali italiane siano essere grandi consumatori di gas o di energia elettrica. Il Governo – concludono da Assocarta – intervenga immediatamente per porre fine a questa situazione».

Redazione Greenreport

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