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Il Pome della discordia: la sostenibilità di biomasse e biocarburanti dipende tutta dalla filiera

Tritto (T&E): «I conti non tornano, da mesi mettiamo in guardia i legislatori sulle potenziali frodi di etichettatura delle materie prime per la produzione di Hvo»
 |  Nuove energie

Ha fatto scalpore la pubblicazione, oggi su La Repubblica, dell’inchiesta Biomass: the Green Mirage, frutto di un team internazionale di giornaliste e giornalisti provenienti da cinque Paesi europei e concentrata sulle attività della multinazionale Energetický a průmyslový holding (Eph), ovvero il più importante gruppo energetico dell'Europa centrale. Repubblica si concentra in particolare sulle attività condotte nei due impianti presenti nel crotonese, dove si bruciano biomasse legnose per produrre energia, scavando a monte di un paradosso: Eph è il più grande produttore di carbone in Europa, ma viene sussidiato dall’Ue per la quota parte di energia che produce a partire da biomasse.

Si tratta dell’ennesimo faro acceso sulle potenziali frodi lungo la filiera delle biomasse e quella dei biocarburanti, la cui effettiva sostenibilità dipende interamente dalle fonti d’approvvigionamento: si tratta di rifiuti? Materiali di scarto? Derivano dalla cura dei boschi a km zero o sono frutto di deforestazione dall’altro capo del mondo? Gli interrogativi che pesano sulle biomasse sono molto simili a quelli che pendono sui biocarburanti, dei quali ormai da anni si occupa l’associazione ambientalista Transport&Environment (T&E), che proprio oggi ha pubblicato una nuova analisi in materia: il focus stavolta è sul Pome, un residuo della produzione di olio di palma, tra i principali “ingredienti” del ‘diesel rinnovabile’ (noto come Hvo) venduto dalle multinazionali petrolifere in Ue, tra le quali l’italiana Eni.

Dopo i potenziali rischi di frode legati all’etichettatura di grassi animali e oli esausti da cottura, oggi T&E documenta discrepanza tra i volumi realmente disponibili di Pome sul mercato e quelli effettivamente impiegati nella bioraffinazione da parte delle compagnie petrolifere, rilevando il rischio di potenziali frodi di etichettatura. L’analisi dimostra infatti che, nel 2023, è stato miscelato quasi il doppio di Pome, nei biocarburanti europei, rispetto ai volumi globali effettivamente disponibili.

Nella prospettiva di dover riconvertire le proprie raffinerie (che per proteggere il clima dovrebbero altrimenti essere riconvertite ad altra attività o dismesse) e la possibilità di miscelare la componente bio con quella fossile, tutte le principali oil majors sono interessate alla produzione di biocarburanti. Da alcuni anni hanno iniziato a commercializzare un ‘diesel rinnovabile’ chiamato ‘Hvo’ che (sulla carta) garantisce significative riduzioni delle emissioni – in alcuni casi fino al 95%. Una delle principali materie prime per produrre questo carburante è il Pome, un liquame acquoso derivante dalla produzione dell’olio di palma, che alimenta deforestazione e (dunque) crisi climatica.

T&E stima che, nel 2023, il Pome possa aver rappresentato un quarto di tutti i biocarburanti Hvo consumati in Ue, ma il rischio è che larga parte di esso possa essere olio di palma commercializzato con etichettatura fraudolenta. Le dichiarazioni ufficiali, infatti, parlano di un consumo di olio di Pome per biocarburanti di oltre 2 milioni di tonnellate nel 2023, valore nettamente superiore al milione di tonnellate stimato come disponibilità globale.

I calcoli di T&E suggeriscono che la raccolta effettiva di olio di Pome sia in realtà molto inferiore al milione di tonnellate, visto il potenziale utilizzo di quella stessa biomassa nella produzione di biogas in Indonesia o Malesia, ovvero nei Paesi che maggiormente la producono. Il rischio è che la differenza nei volumi possa essere stata colmata fraudolentemente da olio di palma vergine, il cui impatto climatico è drammaticamente più elevato delle fonti fossili se si tiene conto delle emissioni indirette legate al cambiamento dell’uso del suolo (Iluc). 

grafico pome 1

L’uso di olio di palma convenzionale nella bioraffinazione europea ha raggiunto un picco di circa 3 milioni di tonnellate nel 2019, per poi diminuire dell’80% alla fine del 2023 in seguito alla decisione dell’Ue di eliminare progressivamente i biocarburanti a base di olio di palma dagli obiettivi sulle rinnovabili entro il 2030. Nel frattempo, il consumo di palma è stato sostituito da alternative a base di “rifiuti” come l’olio da cucina usato, i grassi animali e i residui come il Pome, che aggregati hanno rappresentato lo scorso anno il 40% dei biocarburanti dell’UE. T&E avverte che l’olio di palma potrebbe semplicemente entrare in Europa sotto “false spoglie”, con un nome diverso e un’etichetta fraudolenta.

«Da mesi mettiamo in guardia i legislatori sulle potenziali frodi di etichettatura delle materie prime per la produzione di biocarburanti avanzati. Dopo i grassi animali e gli oli da cottura esausti, ora è il Pome che è a rischio di frode, dal momento che ne importiamo molto più di quanto ve ne sia disponibile. I conti non tornano – dichiara Carlo Tritto, Sustainable fuels manager di T&E Italia – In Italia, queste tre materie prime rappresentano oltre il 50% dei consumi di biocarburanti. Le potenziali frodi lungo le catene di approvvigionamento devono suscitare serie preoccupazioni su quanto questo diesel rinnovabile, o Hvo, sia realmente capace di ridurre le emissioni. E spingere a scelte energetiche diverse, perché con tutta probabilità questi vettori non risolvono il problema delle emissioni, mentre certamente non risolvono quello della dipendenza energetica».

grafico pome 2

Il rapido aumento dell'uso di biocarburanti da Pome nell'Ue ha portato i suoi prezzi a raggiungere quasi il 90% di quelli dell'olio di palma a metà del 2024: il valore commerciale di questo “residuo” rappresenta chiaramente uno stimolo economico ad aumentare la produzione di olio di palma. Per T&E, se il suo valore continua a crescere, sarà opportuno rivederne la classificazione, cambiandola da “residuo” a “sottoprodotto”, e correggendo il livello di incentivo di cui beneficia. Le major petrolifere europee hanno speso circa 2 miliardi di euro per il Pome nel 2023, soldi che pagano gli automobilisti quando fanno il pieno.

«Sono anni che evidenziamo i limiti strutturali della produzione su larga scala dei biocarburanti – conclude Tritto – La competizione con i beni alimentari, lo spropositato uso di suolo, la scarsità delle materie prime sostenibili o la poca trasparenza delle catene di approvvigionamento. I soggetti industriali e governativi che sponsorizzano questi vettori come soluzione di decarbonizzazione - chiedendo di impiegarli ovunque nei trasporti, in ossequio alla formula magica della neutralità tecnologica - dovrebbero farsi carico almeno di garantire la trasparenza delle filiere, ammesso sia possibile».

Redazione Greenreport

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