
Nel Clean industrial deal circolarità al centro dell’azione europea

La Commissione ha presentato la sua comunicazione al Parlamento e al Consiglio sul Clean industrial deal, atteso documento strategico del nuovo Gabinetto Von der Layen. Obiettivo dichiarato: coniugare gli obiettivi ambientali europei con una più forte politica di rilancio industriale, per la competitività e la crescita dell’Unione. Il documento, che affronta tutti i temi strutturali dell’economia continentale, dedica una specifica attenzione alla strategia per la circolarità. Vediamo come.
Innanzitutto nel capitolo introduttivo si sottolinea che “la circolarità sarà una priorità” delle politiche europee. Un buon inizio. Nelle politiche ambientali il tema delle risorse, dei materiali e dei rifiuti è sempre stata la “cenerentola” dell’Agenda Verde, di gran lunga più attenta ai temi dell’energia. Finalmente questo documento indica una scelta chiara, considerato che circa la metà delle emissioni di gas serra sono legate alla produzione di beni e prodotti e non alla produzione o uso dell’energia. La decarbonizzazione passa anche dall’uso efficiente dei materiali.
Sempre la premessa del documento precisa che il Clean industrial deal ha l’obiettivo di fare dell’Unione europea un “leader mondiale della circolarità entro il 2030”. Beh, lo siamo già (lo dice poco più avanti lo stesso documento, siamo un “front runner” mondiale) con una tasso medio di circolarità dell’11,8% ben superiore al tasso medio mondiale del 7,3%. Molti Paesi europei sono intorno al 20%, compresa l’Italia. L'obiettivo del documento è quello di raddoppiare il tasso di cicrolarità europeo al 2030, portandolo almeno al 24%. Questo sarebbe regionevole.
La prima preoccupazione della Commissione riguarda la dipendenza dall’importazione di materiali. L’Europa nel 2023 ha importato 1,5 miliardi di tonnellate di materiali, su un totale di poco meno di 8 miliardi di tonnellate di materiali usati nei processi produttivi (esportiamo solo meno di 700 milioni di tonnellate). Ma la maggior parte delle importazioni sono fatte di combustibili fossili (poco meno di 1 miliardo di tonnellate), il restante mezzo miliardo è fatto da minerali non metallici (poco meno di 100 milioni di tonnellate), da minerali metallici (poco più d 200 milioni di tonnellate) e da biomassa (poco meno di 200 milioni di tonnellate). In questo “mucchio” ci stanno terre rare e materiali critici, di enorme valore strategico per la crescita e la competitività della Ue.
In effetti il documento si concentra molto sui “critical raw material” (Crm), puntando ad una crescente indipendenza dell’economia continentale e riducendo l’importazione, oggi pari a 13,7 miliardi di euro l’anno. Indicazioni già contenute nel Critical raw material act, che indica obiettivi e target. Il documento aggiunge la proposta di attivare un sistema di acquisto collettivo di Crm, sulla base dell’esperienza dell’acquisto di vaccini (AggregateEu) e basato su un Centro europeo per le materie prime critiche. Per adesso l’attenzione della policy sembra più dedicata a ridurre la vulnerabilità degli approvvigionamenti (da paesi a rischio), aumentare la produzione inerna, e poco si dice ancora su come estrarre il massimo di Crm dai rifiuti nei processi di riciclo. Una minore attenzione però è data ai restanti flussi di materia e al mercato del riciclo dei materiali tradizionali (biomassa, carta, vetro, metalli, plastiche, materiali da costruzione e demolizione) per cui comunque si rende necessario un salto di qualità, anche se per questi materiali il mercato europeo sembra solido internamente ed il problema semmai sarà ridurre le esportazioni e lavorare in casa questi flussi, a partire dalle batterie.
Il documento indica un obiettivo economico del “distretto del riciclo europeo”: passare da 31 miliardi di euro di fatturato attuale a 100 miliardi entro il 2030 (il triplo !) generando, secondo la Commissione, 500,000 nuovi posti di lavoro nell’Unione. Un target ambizioso e molto ravvicinato. Quale la ricetta per questo scatto?
Il documento indica la strada del “One market”, sottolineando la attuale strozzatura alla crescita del mercato del riciclo dovuta ad un eccesso di dimensione locale dei mercati. Si punta quindi a consentire una più agevole circolazione a scala europea non solo dei prodotti riciclati e dei materiali di riciclo o di riuso, ma anche dei rifiuti, standardizzando a livello europeo i criteri end of waste per la definizione di materie prime seconde (niente si dice sui sottoprodotti) e stimolando un crescente uso di materiali riciclati nei prodotti.
La comunicazione annuncia anche la realizzazione di “Circulary hub” a livello transfrontaliero e transregionale, proprio per superare la dimensione nazionale dei mercati. Tutti temi che saranno dettagliati nel “Circular economy act” annunciato per il 2026, destinato ad accelerare la transizione circolare e promuovere un mercato unico, a partire da una revisione della normativa sui rifiuti elettronici ed elettrici.
Secondo la Commissione non basta “rimuovere le barriere regolatorie nazionali” occorre stimolare e promuovere investimenti industriali di scala adeguata nelle diverse filiere del riciclo, superando una strutturale dimensione piccola delle aziende europee specializzate nel riciclo e promuovendo accordi e acuqisti collettivi di più imprese, simbiosi indistriali e accordi di filiera. Insomma, un salto di scala industriale, capace di investimenti ed innovazione.
C’è infine una prima attenzione agli strumenti economici da mettere in campo per stimolare il mercato circolare e ridurre i prelievi e le importazioni di materia prima vergine. Si annuncia una “strategia verde sull’Iva” a partire dal mercato dell’usato. Poca attenzione invece sia agli altri strumenti economici incentivanti di mercato (Epr, certificati del riciclo), sia alla tassazione disincentivante (tassa discarica, tassa sulle materie prime vergini, di cui non si parla. Come niente si dice supossibili finanziamenti pubblici (nel quadro della futuro bilancio Ue) per ricerca ed innovazione ed investimenti verdi nel settore della circolarità, si fa comunque riferimento ad un rafforzamento degli accordi industriali per progetti di comune interesse europeo (Ipcei).
Prime indicazioni di politica industriale importanti, che potranno essere migliorate nel dialogo con Parlamento e Consiglio e con gli stakehonders (si prevede il Clean industrial dialogue on circularity) e che vedermo come verranno tradotte in pratica.
Una ossevazione generale al testo. Permane una approccio “puro” alla circolarità limitata alla gestione dei materiali all’interno di filere di produzione di altri materiali. Poteva essere l’occazione (prioprio perché siamo nel contesto di un Clean industrial deal) di inserire nella strategia circolare anche le opportunità di recupero energetico dei rifiuti in tutte le varie forme (waste to energy, biometano, biocarburanti). Così come niente si dice sulla necessità urgente per il mondo del riciclo di avere “le spalle coperte” da infrastrutture ed impianti di back up, capaci di gestire (nel rispetto della gerarchia europea) gli scarti del riciclo e eventuali tensioni momentanee di domanda e di prezzo nei mercati delle diverse filiere. Dal recupero di energia dai rifiuti può venire un contributo importante alle politiche di decarbonizzazione (nel 2026 si deciderà se applicare agli inceneritori il sistema Ets, questo mi sembrerebbe un tema da Clean industrial deal. Ma a parte l’uso energetico dei rifiuti indifferenziati e degli scarti del riciclo, c’è il tema del biometano da rifiuti, da rifiuti organici, dei biocarburanti, del biogas, di cui la proposta della Commissione non parla. E non si capisce perché.
