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Il Giappone punta a tagliare le emissioni del 60% rispetto al 2013 entro dieci anni
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Si potrà poi calcolare se sia più o meno ambizioso di quello recentemente presentato dalla Gran Bretagna (-81% rispetto al 1990), ma merita sicuramente attenzione anche il piano climatico presentato dal Giappone. Tokyo si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra del 60% entro il 2035 rispetto al 2013, accompagnando al piano una revisione della strategia energetica del Paese. La quarta economia mondiale, ancora molto dipendente dai combustibili fossili e accusata di avere il mix energetico più inquinante tra le potenze del G7, conta di bruciare le tappe nei prossimi anni e ha l’obiettivo di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050.
L’impegno è stato messo nero su bianco nel nuovo Contributo determinato a livello nazionale (Ndc) che Tokyo, come tutti i Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015, avrebbe dovuto presentare all’Onu entro il 10 febbraio. Secondo i dati delle Nazioni Unite, solo dieci dei quasi 200 paesi interessati lo hanno fatto in tempo.
L’obiettivo deve essere raggiunto nel corso dell’esercizio finanziario giapponese 2035, che si concluderà alla fine di marzo 2036. Toky mira inoltre a ridurre le proprie emissioni del 73% entro il 2040, sempre rispetto al 2013, ha precisato il ministero giapponese dell’Ambiente. Nel suo precedente contributo nazionale presentato all’Onu nel marzo 2020, il Giappone si era impegnato a ridurre le proprie emissioni solo del 26% entro il 2030, suscitando aspre critiche da parte di Ong ed esperti del clima. Di conseguenza, un piano più ambizioso, presentato nell'ottobre 2021, ha fissato un obiettivo di riduzione del 46% entro il 2030 rispetto al 2013. Il nuovo obiettivo «è una grande opportunità mancata per mostrare al mondo la leadership del Giappone nella lotta contro il cambiamento climatico», ha spiegato all’Afp Masayoshi Iyoda, responsabile per il Giappone dell’Ong ambientalista 350.org. «Gli scienziati hanno avvertito che il Giappone deve ridurre le sue emissioni dell'81% entro il 2035 per allinearsi all’obiettivo di 1,5 °C. Il primo ministro Shigeru Ishiba ha ceduto alle pressioni dell'industria, che deve molto agli interessi dei combustibili fossili», si è rammaricato Iyoda denunciando «un grave fallimento per una transizione verso un futuro di energia rinnovabile giusto ed equo».
Le sfide per il Giappone sono enormi. Nel 2023, quasi il 70% del suo fabbisogno di elettricità è stato soddisfatto da centrali termiche a carbone e idrocarburi. Le importazioni di combustibili fossili, pari al 23% delle importazioni totali del Giappone, costano al Paese l’equivalente di circa 470 milioni di dollari al giorno, secondo i dati doganali giapponesi per il 2024. Per porre rimedio a questa situazione, il governo di Shigeru Ishiba ha annunciato a metà dicembre un progetto preliminare volto a rendere le energie rinnovabili la prima fonte di elettricità del paese entro il 2040, aumentando al contempo il ricorso al nucleare. Tanto più che Tokyo punta a un aumento del 10-20% della produzione di elettricità del Paese entro il 2040, rispetto al 2023, a fronte di una domanda crescente legata in particolare all'intelligenza artificiale (IA) e alla produzione di semiconduttori. Questo 'Piano strategico energetico' è stato perfezionato e dettagliato martedì scorso. Entro il 2040, secondo gli obiettivi adottati, le centrali termiche dovranno rappresentare solo tra il 30 e il 40% del mix elettrico giapponese. Al contrario, la quota di energie rinnovabili nella produzione di elettricità sarà aumentata fino a raggiungere il 40-50%, rispetto al solo 23% nel 2023. L'obiettivo precedentemente fissato era del 38%. Il contributo del solare al mix elettrico dovrebbe salire al 23-29% entro il 2040, quello dell'eolico al 4-8% e quello dell'idroelettrico all'8-10%.
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