
Il Sud Sudan nuovamente sull'orlo della guerra civile

Il Sud Sudan ha ottenuto l'indipendenza dal Sudan nel 2011, ma da allora i due Paesi non hanno più trovato pace, sconvolti da guerre civili ed etniche, colpi di stato ed eccidi perpetrati da bande armate. In entrambi i Sudan, dietro il velo dello scontro etnico e settario c’è la lotta per accaparrarsi le risorse petrolifere e le terre fertili. E dietro la guerra civile ci sono potenze regionali e globali come gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e la Cina.
Nel Sud Sudan la nazione più giovane del mondo, nel 2013 è scoppiata una guerra civile tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle del suo ex vice, Riek Machar, i due protagonisti della guerriglia contro Il Sudan che ha portato all’indipendenza del Paese. E’ iniziata così una guerra, segnata da violenza etnica, atrocità di massa e una crisi umanitaria diffusa, che è durata fino alla firma di un fragile accordo di pace nel 2018. L’Onu e il Vaticano hanno più volte avvertito che, sebbene l'accordo di pace rivitalizzato del 2018 abbia portato un certo grado di stabilità, i ritardi nella sua attuazione e le persistenti rivalità politiche hanno mantenuto le tensioni latenti.
Ora, Nicholas Haysom, il capo United Nations Mission in South Sudan (UNMISS), ha lanciato un nuovo drammatico allarme: «Il Sudan del Sud è sull'orlo di un ritorno alla guerra civile su vasta scala, mentre la violenza aumenta e le tensioni politiche si aggravano». Durante una conferenza stampa all’Onu a New York, in collegamento video da Juba, Haysom ha descritto «Attacchi indiscriminati contro i civili, sfollamenti di massa e crescenti tensioni etniche» e ha esortato tutte le parti in causa a «Fare un passo indietro e ad impegnarsi per la pace prima che il Paese sprofondi in un altro conflitto devastante. Un conflitto cancellerebbe tutti i progressi duramente conquistati dopo la firma dell'accordo di pace del 2018. Devasterebbe non solo il Sud Sudan, ma l'intera regione, che semplicemente non può permettersi un'altra guerra».
Nel Sud Sudan l'ultima ondata di violenza è scoppiata il 4 marzo, quando la cosiddetta White Army (Esercito Bianco), una milizia giovanile dell’etnia Nuer, ha occupato le caserme delle South Sudan People’s Defence Forces (SSPDF) – l’esercito regolare sudsudanese a Nasir, nella provincia dell'Alto Nilo. Per rappresaglia, le forze governative hanno bombardato con aerei aree civili, utilizzando bombe-barile che presumibilmente contenevano acceleranti altamente infiammabili.
Haysom ha denunciato che «Questi attacchi indiscriminati contro i civili stanno causando molte vittime e ferite orribili, in particolare ustioni, anche a donne e bambini. Almeno 63.000 persone sono fuggite dalla zona».
I rapporti indicano che sia l'Esercito Bianco che l’esercito sudsudanese si stanno mobilitando per ulteriori scontri, con accuse incrociate di reclutamento di bambini nei gruppi armati. L'invio di forze armate straniere su richiesta del governo centrale di Juba ha ulteriormente aumentato le tensioni, evocando dolorosi ricordi delle precedenti guerre civili del Paese.
Haysom ha avvertito che «Anche le tensioni politiche stanno aumentando. ALti funzionari affiliati al Sudan People’s Liberation Movement in Opposition (SPLM-IO) , la principale milizia che fa capo all’opposizione, sono stati rimossi, sostituiti, detenuti o costretti a nascondersi. Inoltre, si registra inoltre un crescente ricorso a disinformazione, informazione scorretta e incitamento all'odio, che alimentano divisioni etniche e paure, rendendo la riconciliazione ancora più difficile. Data questa situazione fosca, non ci resta altra conclusione se non quella di constatare che il Sud Sudan è sull'orlo di una ricaduta nella guerra civile».
Haysom ha anche riferito che «L'UNMISS ha intrapreso intensi sforzi diplomatici insieme ai partner regionali e internazionali, tra cui l'Unione Africana (UA), il blocco di sviluppo regionale, l'IGAD e la Reconstituted Joint Monitoring and Evaluation Commission. Tuttavia, una visita di alto livello programmata dai ministri degli esteri dell'IGAD a Juba, volta a mediare tra le parti, è stata bruscamente rinviata dal governo del Sudan del Sud senza fornire spiegazioni. Si tratta di uno sviluppo deludente in un momento in cui l'impegno diplomatico è più importante che mai. Esorto i leader del Sudan del Sud a impegnarsi nuovamente e immediatamente per rispettare l'accordo di pace del 2018, a rispettare il cessate il fuoco, a rilasciare i funzionari detenuti e a risolvere le controversie attraverso il dialogo piuttosto che con lo scontro militare. Chiedo al presidente Kiir e al primo vicepresidente Machar di incontrarsi e di riaffermare pubblicamente il loro impegno comune per la pace. E’ il momento di agire adesso perché l’alternativa è troppo terribile da contemplare».
Un appello che arriva dopo quello lanciato il 18 marzo dai partner per la pace regionali e internazionali che hanno chiesto ai leader del Sud Sudan di «Adottare urgentemente misure collettive per allentare le tensioni e impedire una ricaduta nella guerra civile, che causerebbe sofferenze senza precedenti e avrebbe ripercussioni sull'intera regione.
L’inviato speciale dell’Intergovernmental Authority on Development (IGAD), Ismail Wais, ha evidenziato che «La pace che è stata mantenuta e sostenuta negli ultimi sette anni è ora in grave e imminente pericolo di crollo. Un intervento diplomatico immediato e concertato è essenziale per evitare una guerra su vasta scala che altrimenti travolgerebbe l'intera regione e oltre».
Anche Wais ha sottolineato che «Una serie di fattori che hanno contribuito al deterioramento della situazione, tra cui gli scontri tra le SSPDF e l'Esercito Bianco a Nasir, gli attacchi aerei nella stessa località, le crescenti tensioni legate allo spiegamento di truppe ugandesi nel Sud Sudan e una disputa pubblica tra le parti. Se scoppiasse un conflitto nel Sudan del Sud ora, sarebbe come nessun altro. La distruzione e la sofferenza sarebbero senza precedenti. Ora è il momento giusto per agire».
Parlando a nome del governo del Sud Sudan, l'ambasciatore facente funzione Boutrus Thok Deng ha affermato che «L'incidente di Nasir è stato innescato da un malinteso verificatosi durante un normale ridispiegamento militare. il governo sta adottando tutte le misure necessarie per ristabilire la pace e l'ordine» e ha citato un recente discorso alla nazione del presidente Salva Kiir, con il quale si impegna a non tornare in guerra: «Il governo è fermamente impegnato nell'attuazione dell'accordo di pace affinché il nostro popolo possa continuare a vivere in pace e armonia».
Ma il capo dell'UNMISS ha chiesto la cessazione delle ostilità e il rispetto dell'accordo di pace, e ha invitato governo e opposizione a «Incontrarsi, affrontare le loro divergenze in modo costruttivo e parlare insieme alla nazione in una dimostrazione di unità, rilasciare i funzionari militari e civili detenuti o trattarli in conformità con la procedura legale e affrontare immediatamente le tensioni di Nasir attraverso il dialogo piuttosto che un ulteriore confronto militare. Non abbiamo bisogno di guardare oltre il confine settentrionale con il Sudan per avere un duro promemoria di quanto velocemente i Paesi possano sprofondare in una guerra catastrofica. C'è solo una via d'uscita da questo ciclo di conflitto ed è attraverso il Revitalized Agreement. L'imperativo primario ora è di indirizzare tutti i nostri sforzi per prevenire una ricaduta nella guerra, sostenere la piena attuazione dell'accordo e far progredire la transizione verso le prime elezioni democratiche del Paese».
