L’antico DNA rivela i segreti e le malattie delle vittime dell’eruzione di Pompei

Analisi genetica dei resti scheletrici di due individui rinvenuti nella Casa del Fabbro: già all'epoca potevano esserci alti livelli di diversità genetica in tutta la penisola italiana

[27 Maggio 2022]

Nature Scientific Reports pubblica oggi lo studio “Bioarchaeological and palaeogenomic portrait of two Pompeians that died during the eruption of Vesuvius in 79 AD”, che ha visto la collaborazione tra il Laboratorio di antropologia fisica dell’università del Salento, il Centro di Antropologia Molecolare per lo studio del DNA antico dell’Università di Roma “Tor Vergata”, il Laboratory of Molecular Psychiatry dell’università della California – Irvine e il Lundbeck Foundation GeoGenetics Centre dell’università di Copenhagen.

I ricercatori italiani spiegano che «Grazie alla disponibilità del Parco Archeologico di Pompei, sono stati analizzati con un approccio multidisciplinare, bioarcheologico e paleogenetico, i resti scheletrici di due individui rinvenuti nella Casa del Fabbro, uno dei numerosi edifici eccezionalmente ben conservati situati a Pompei. Il sito archeologico di Pompei, come ben noto, è uno dei cinquantaquattro siti del patrimonio mondiale dell’UNESCO in Italia. Pompei era una città portuale di età imperiale romana che fu completamente distrutta e sepolta dalle ceneri dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Per anni si è cercato di analizzare geneticamente i reperti antropologici provenienti da questa città, ma la loro analisi molecolare ha rappresentato per anni una grande sfida. Oggi, grazie agli enormi passi in avanti fatti negli ultimi decenni dalla palaeogenomica, è stato possibile recuperare il DNA antico da uno dei due campioni umani analizzati. Il lavoro ha particolare rilevanza scientifica perché i ricercatori sono riusciti a determinare il profilo genetico di un pompeiano, che risulta avere forti affinità con la circostante popolazione dell’Italia centrale di età imperiale romana».

Secondo una delle autrici dello studio, l’antropologa Serena Viva dell’università del Salento, le due vittime studiate dai ricercatori, non stavano tentando di scappare: «Dalla posizione [dei loro corpi] sembra che non stessero scappando – ha detto a Inside Science di BBC Redio4 – La risposta al motivo per cui non stavano fuggendo potrebbe risiedere nelle loro condizioni di salute».

Infatti, le analisi paleopatologiche hanno identificato «La presenza di spondilite tubercolare (morbo di Pott) in uno dei due individui. Questa patologia era endemica in epoca romana imperiale, come riportato nelle fonti antiche di Celso, Galeno e Celio Aureliano, e Areteo di Cappadocia, ma è raro ritrovarla in contesti archeologici perché soltanto in piccole percentuali manifesta alterazioni scheletriche».

Il principale autore dello studio, Gabriele Scorrano, del Dipartimento di biologia dell’università degli studi di Roma Tor Vergata  e del Lundbeck Foundation GeoGenetics Centre dell’università di Copenaghen, sottolinea su BBC News che «Era tutto incentrato sulla conservazione degli scheletri. E’ la prima cosa che abbiamo guardato e sembrava promettente, quindi abbiamo deciso di provare [l’estrazione del DNA]. Sia la conservazione notevole che l’ultima tecnologia di laboratorio hanno permesso agli scienziati di estrarre una grande quantità di informazioni da una quantità davvero piccola di polvere d’osso. Le nuove macchine di sequenziamento possono [leggere] diversi genomi interi contemporaneamente”, ha affermato».

Lo studio genetico ha rivelato che un individuo condivideva marcatori genetici con altri individui vissuti in Italia durante l’età imperiale romana. Ma aveva anche un gruppo di geni che si trovano comunemente nei sardi, il che suggeriva che già all’epoca potevano esserci alti livelli di diversità genetica in tutta la penisola italiana. Scorrano ha detto che «Ci sarebbe molto altro da imparare negli studi biologici di Pompei, incluso dall’antico DNA ambientale, che potrebbe rivelare di più sulla biodiversità dell’epoca. Pompei è come un’isola romana. Abbiamo una foto di un giorno nel 79 d.C.».

La Viva ha aggiunto che «Ogni corpo umano a Pompei è un tesoro. Queste persone sono testimoni silenziosi di uno degli eventi storici più noti al mondo. Lavorare con loro è molto emozionante e un grande privilegio per me».

I ricercatori concludono: «I risultati di questo studio forniscono dati molto preziosi su individui morti durante l’eruzione del 79 d.C., che ampliano le informazioni biologiche, paleopatologiche e genetiche, confermando e dimostrando la possibilità di analizzare DNA dai resti umani provenienti da Pompei»,