Senza un Piano auto per la transizione all’elettrico l’Italia mette a rischio 200mila lavoratori

Zorzoli: «Il 38% delle aziende attive nella subfornitura sono a gestione padronale, l'unica possibilità per salvarle è mettere in campo politiche industriali che consentano l'aggregazione»

[10 Novembre 2022]

Dal nuovo Governo arrivano poche attenzioni per le rinnovabili e la transizione ecologica in generale, con una disattenzione anche e specialmente vero le imprese, tutte cose che sono in aperta contraddizione con le dichiarazioni del presidente Meloni a Cop 27 dove ha affermato che il proprio Governo lavorerà per il pieno raggiungimento degli obiettivi europei al 2030.

Quello della mobilità è un caso studio che può essere sintomatico delle difficoltà che ha l’Italia circa la transizione ecologica, anche e soprattutto su una comunicazione che paventa il “bagno di sangue” su fronte dell’occupazione.

Se si realizza il pacchetto Fit for 55 si dovrà arrivare al 72% di elettricità da rinnovabili e in questo quadro si creeranno posti di lavoro, ma si dovranno adottare politiche specifiche per le filiere più problematiche come quella dell’automotive, anche per non “subire” le decisioni delle case automobilistiche che stanno agendo già ora.

La riduzione delle emissioni del 55% per le autovetture e del 50% per i furgoni al 2030 anticipa a livello industriale, infatti, il phase out dell’endotermico fissato al 2035. Se  a ciò aggiungiamo che sull’elettrico sono stati decisi investimenti al livello mondiale per 1,3 trilioni di dollari è chiaro che l’industria ha già deciso e che produrre endotermici a breve non sarà più conveniente.

Si può decidere se essere protagonisti, oppure attori passivi e ciò dipenderà dalle politiche d’incentivazione per i veicoli elettrici, che devono essere simili a quelle che fecero decollare il fotovoltaico. Si tratta di una logica che stanno adottando tutti i paesi europei a parte l’Italia.

Un solo esempio. Il nostro Paese è l’unico che non possiede un Piano auto e ciò la dice lunga. Per arrivare agli obiettivi del Fit for 55, bisogna aggiungere ai 6 milioni di veicoli elettrici (50% puri e 50% ibridi) previsti nel vecchio Pniec, altri 1,5 milioni di auto elettriche e oltre a ciò è necessario ridurre il parco circolante che in Italia è il più vasto, a livello procapite, con 39 milioni di autovetture circolanti.

I fatti però non vanno in questa direzione. Sulle colonnine di ricarica c’è una grande disparità tra nord e sud, e anche al nord dove c’è una maggiore concentrazione, osserviamo che sono poche quelle a ricarica veloce necessaria per i lunghi viaggi. Si direbbe che si sia puntato solo sulla mobilità elettrica urbana e ciò rappresenta un problema per un paese come l’Italia.

Sul piano della manifattura della componentistica per l’auto elettrica poi abbiamo il problema che il 38% delle aziende attive nella subfornitura sono a gestione padronale e si tratta d’imprese che hanno difficoltà ad accedere al credito e all’innovazione necessari per il passaggio all’elettrico.

L’unica possibilità per salvare queste imprese è il mettere in campo politiche industriali che consentano l’aggregazione, affinché si sviluppino realtà di grandi dimensioni in grado di competere sia sui mercati, sia sul piano dell’innovazione. E per fare ciò serve, come abbiamo detto, il Piano auto che a oggi non abbiamo, in assenza del quale si mettono sul serio a rischio ben 200 mila addetti, con gravi ripercussioni sociali.

di G.B. Zorzoli, presidente onorario del Coordinamento Free