Rendere il valore della natura più visibile affinché sia preso davvero in considerazione

La metà del Pil mondiale è dipendente dalla natura, a cui non stiamo dando il giusto valore

Vause: «Il rapporto Dasgupta propone di misurare il progresso in base alla ricchezza inclusiva, che include anche il capitale naturale»

[18 Maggio 2022]

L’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) ha contattato James Vause, capo economista del Centro di monitoraggio della conservazione mondiale del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, Unep-Wcmc – che ha contributo al rapporto Dasgupta sull’economia della biodiversità – per rispondere ad alcune domande fondamentali: Assegnare un valore alla natura può contribuire a proteggerla o abbiamo bisogno di nuovi modelli di governance? In che modo il commercio è legato alla perdita di biodiversità e alle disuguaglianze? Riportiamo di seguito l’intervista di approfondimento a Vause.

Che cosa occorrerebbe fare per porre fine alla perdita di biodiversità, assegnando il «giusto» valore economico alla natura?

«Perché le misure siano efficaci è essenziale una conoscenza trasversale. Potrebbe riferirsi alla conoscenza del ruolo della natura nel favorire l’attività economica, all’impatto di quest’ultima sulla biodiversità, ai costi e i benefici delle opzioni in materia di politica per affrontare tali impatti o valutare i numerosi benefici che comporta investire nella natura. In questo consiste il nostro lavoro presso Unep-Wcmc. Il nostro impegno è rivolto, tra le altre cose, alle aree protette, all’agricoltura, alla finanza sostenibile, al turismo, al commercio, alle infrastrutture e all’economia blu.

Di recente abbiamo pubblicato uno studio nel quale abbiamo analizzato un’enorme mole di lavoro prodotta negli ultimi anni: ne emerge la necessità di affrontare i fondamentali elementi responsabili della perdita di biodiversità al di fuori del settore della conservazione. Dobbiamo modificare il modo in cui soddisfiamo le esigenze e i desideri umani per assicurare che l’economia mondiale operi entro i limiti del pianeta.

Ciò potrebbe richiedere di rendere il valore economico della natura molto più visibile e di assicurarsi che sia un aspetto preso in considerazione. Ma questo è solo un elemento. Come è stato evidenziato nel rapporto Dasgupta, un elemento consistente del problema è legato a un fallimento a livello istituzionale, ossia al modo in cui regolamentiamo le attività economiche e finanziarie e anche a come misuriamo i progressi».

Quali punti del rapporto Dasgupta vorrebbe sottolineare?

«Il rapporto Dasgupta non si allontana dalla portata della sfida davanti a noi: infatti sottolinea che, se vogliamo aumentare l’approvvigionamento del capitale naturale e ridurre le nostre esigenze a livello di biosfera, saranno indispensabili cambiamenti su vasta scala.

Questi cambiamenti dovranno essere supportati da livelli di ambizione, coordinamento e volontà politica equiparabili almeno a quelli del piano Marshall lanciato al termine della Seconda guerra mondiale. Dimostra che occorre un impegno sia tra i vari governi che tra i confini internazionali.

Il rapporto Dasgupta evidenzia quanto siano importanti l’istruzione e la capacità di riconoscere il nostro posto nella natura per poter essere disposti a intraprendere e proseguire le iniziative necessarie. Oltre a questo, menziona il ruolo del singolo individuo. Tutti prendiamo decisioni che generano un impatto sulla natura, quindi tutti possiamo contribuire al cambiamento. Io, ad esempio, ho cambiato di recente banca e il mio piano pensionistico».

Che tipo di strutture a livello di governance ci servono per superare questo «fallimento istituzionale»?

«Insieme ai nostri partner della Cambridge conservation initiative, stiamo analizzando il tipo di governance necessaria per gestire i paesaggi al fine di ottenere numerosi benefici, tra cui la biodiversità. Esistono svariate organizzazioni, tutte con incarichi e missioni differenti e operative entro confini amministrativi diversi ma simili, e nessuna è in linea con i confini ecologici. Può esistere perfino una dimensione internazionale, ad esempio nel caso del commercio internazionale e degli interessi di investimento. Come possiamo trovare un equilibrio tra gli interessi internazionali con gli obiettivi delle persone del luogo e gli obiettivi di biodiversità su scala nazionale? Questa è una sfida di governance.

Secondo il programma di lavoro New nature economy del Forum economico mondiale, circa metà del prodotto interno lordo (Pil) mondiale è moderatamente o fortemente dipendente dalla natura; questa dipendenza non è concentrata nei grandi paesi produttori agricoli al mondo a causa dei legami commerciali globali. Cambiare il rapporto tra le nostre economie e la biodiversità non dipende solo dalla capacità di trovare un buon accordo sul quadro per la biodiversità post-2020 della Convenzione per la diversità biologica, ma anche dal suo utilizzo da parte di altre istituzioni internazionali, in questo caso l’Organizzazione mondiale del commercio. Fortunatamente stiamo assistendo a dei progressi a riguardo. L’Accordo sui cambiamenti climatici, sul commercio e sulla sostenibilità, ad esempio, sta cercando di stabilire in che modo le regole commerciali possano favorire il raggiungimento degli obiettivi in materia di clima e sostenibilità.

Come in qualsiasi struttura di governance, è indispensabile avere un meccanismo di applicazione delle regole. In ultima analisi, dipende dall’impegno dei paesi e dei loro leader nell’assegnare risorse sufficienti per far fronte alla perdita di biodiversità. Anche in questo ambito stiamo assistendo a sviluppi promettenti, come il Green deal europeo e il Leaders’ pledge for nature (impegno dei leader a favore della natura) dal vertice delle Nazioni Unite sulla biodiversità del 2020. Tuttavia, come evidenzia il rapporto Dasgupta, abbiamo bisogno di azioni coordinate su scala massiccia».

Che tipo di disuguaglianze sociali sono legate alla perdita di biodiversità?

«Innanzitutto, la disuguaglianza dell’impatto tra i vari paesi. A causa del commercio, esistono luoghi in cui l’impronta umana supera la capacità locale della natura di creare quella impronta. Su scala globale significa che il commercio permette ai paesi più ricchi di favorire la perdita di biodiversità in tutto il mondo. Se tracciamo l’andamento dell’indice di sviluppo umano dei paesi rispetto alla propria impronta ecologica, solo pochissimi paesi con un indice di sviluppo umano elevato si posizionano entro i limiti di una quota equa della biocapacità mondiale.

Ci sono poi differenze all’interno della società. Utilizzando l’esempio del commercio presentato sopra, se consideriamo che i vantaggi del commercio non sono necessariamente colti dalle persone più povere della società, il quadro che ne emerge è allarmante. Ciò è dovuto al fatto che i più poveri della società sono quelli che probabilmente si fanno carico dei costi maggiori di un’eventuale perdita di biodiversità associata al commercio, perché dipendono maggiormente dalla natura nella loro vita quotidiana.

Infine, c’è una disuguaglianza intergenerazionale. Dopo aver letto di recente il libro di David Attenborough A life on our planet (La vita sul nostro pianeta), la questione intergenerazionale mi terrorizza. Il mondo sta cambiando a una velocità altissima. Un’analisi svolta per il rapporto Dasgupta dal Museo di storia naturale di Londra e Vivid economics ha evidenziato che un ritardo di dieci anni nell’implementazione di azioni per la biodiversità comporterà un costo doppio per stabilizzare la perdita di biodiversità e che la possibilità di mantenere i livelli di biodiversità simili a quelli attuali svanisca. Pertanto, l’urgenza di un intervento immediato è più evidente che mai».

Il nuovo sistema di contabilità delle Nazioni Unite può rivoluzionare il modo in cui valutiamo la natura?

«Il rapporto Dasgupta suggerisce di passare a una quantificazione della nostra ricchezza come misura del nostro progresso economico, invece che del nostro reddito o dei livelli di attività rappresentati dal Pil. Propone di misurare il progresso in base alla ricchezza inclusiva, che include anche il capitale naturale. Questa idea è incorporata nel nuovo sistema di contabilità economico ambientale – contabilità degli ecosistemi (Seea-Ea) dell’Onu come componente chiave del capitale naturale dei nostri ecosistemi.

Nel nostro lavoro stiamo già assistendo alle conseguenze del nuovo sistema. Le indicazioni del Seea-Ea hanno ampliato la portata dei dati sulla biodiversità. Invece di essere di interesse per il ministero dell’Ambiente, i dati ora vengono raccolti e distribuiti dagli uffici di statistiche nazionali e analizzati dai dipartimenti di pianificazione economica, i quali poi sono fautori delle politiche per proteggere la natura dal punto di vista dei progressi socio-economici. È uno scenario molto stimolante e promettente».

Nutre ottimismo verso la nostra capacità di cambiare il modo in cui valutiamo la natura e interagiamo con essa?

«Sono convinto che le persone vogliano vedere un cambiamento e che chiedano ai governi più che parole. E penso anche che la pandemia di Covid-19 sia stata un po’ come un campanello d’allarme per noi. Anche nel rapporto Dasgupta l’attenzione è rivolta all’idea delle preferenze integrate a livello sociale, vale a dire al fatto che il comportamento e le azioni di una persona sono condizionate dal comportamento e dalle azioni altrui. Quest’idea offre speranza: un cambiamento diffuso nei comportamenti forse è possibile, e a un prezzo inferiore rispetto a quanto crediamo, se lo seguiamo. L’attuale maggior attenzione verso delle diete principalmente vegetali potrebbe essere un buon esempio».