Dissalatori contro la siccità da crisi climatica: la Toscana all’avanguardia nel Mediterraneo

Mazzei (Autorità idrica): «Ci sono state ben 5 crisi idriche negli ultimi 15 anni, lo stimolo necessario a cambiare rotta è arrivato dai cambiamenti climatici»

[2 Novembre 2023]

A causa della crisi climatica in corso l’Italia ha già perso il 20% della disponibilità d’acqua rispetto agli anni 1921-1950, e l’intera area del Mediterraneo è uno dei principali hotspot della crisi climatica in corso. Non a caso l’impiego della dissalazione si sta facendo largo contro il crescente rischio siccità, con alcuni Paesi in particolare nel ruolo di apripista.

«Tra i Paesi mediterranei – spiega Alessandro Mazzei, direttore generarle dell’Autorità idrica toscana (Ait) – è Israele il Paese che più di ogni altro fa un ricorso massiccio alla dissalazione, seguito seppur a distanza dalla Spagna. Personalmente ho visitato il dissalatore presente a sud di Tel Aviv, in una zona purtroppo ad alto rischio in questo momento: l’impianto rappresenta la più importante fonte di approvvigionamento idrico di un’area metropolitana che conta oltre 4 milioni di abitanti, ovvero più dell’intera Toscana.

Appena al di là del perimetro mediterraneo, anche i Paesi che si affacciano sul Golfo Persico – che per ovvi motivi fronteggiano continuamente una forte scarsità idrica – hanno sviluppato molto la dissalazione. L’impianto più recente, a Dubai, è in grado di produrre 800mila mc d’acqua potabile al giorno; per dare un’idea delle dimensioni in gioco, il dissalatore in via di realizzazione all’Isola d’Elba produce invece 2,5 mln mc all’anno».

Il nuovo rapporto della Fondazione Utilitatis mostra che in Italia le acque marine o salmastre rappresentano solo lo 0,1 % delle fonti di approvvigionamento idrico, contro il 3% della Grecia o il 7% della Spagna. Come spiega il ritardo infrastrutturale del nostro Paese, e come superarlo?

«L’Italia ha molto problemi aperti sul fronte dell’acqua. Il primo è rappresentato da una rete di acquedotti con un’età media di quasi cinquant’anni, quindi soggetta a un livello di perdite molto elevato, anche perché l’infrastruttura è mal gestita da decenni. Il motivo è semplice: il nostro Paese ha una grandissima disponibilità d’acqua, basti osservare che mediamente piove a Roma più che a Londra. Finora dunque lo spreco rappresentato dalle perdite di rete non veniva visto come un grosso problema; anche sulla dissalazione si è investito poco perché si tratta di un processo energivoro, dunque costoso in termini di consumi elettrici.

Da qualche anno a questa parte lo stimolo necessario a cambiare rotta è arrivato dai cambiamenti climatici: solo in Toscana ci sono state ben 5 crisi idriche negli ultimi 15 anni, una dinamica che impone di aguzzare l’ingegno per trovare soluzioni sostenibili».

Con quattro dissalatori attivi, la Toscana racchiude il 10% del parco impiantistico nazionale, presentandosi come una regione tra le più virtuose in Italia. A Mola (Isola d’Elba) è in costruzione il quinto impianto: è stata scelta una tecnologia in linea con le migliori adottate a livello internazionale?

«Assolutamente sì è stato fatto un progetto molto accurato per arrivare alla massima sostenibilità ambientale, a partire dalla fase del cantiere di costruzione che prevede la posa a mare di tubazioni che fungano sia da presa per l’acqua marina sia da scarico per l’acqua residua (che in molti chiamano salamoia, ma sfido chiunque a distinguerla dall’acqua di mare in quanto ha solo una maggiore concentrazione di sali).

Le tubazioni arrivano su di un fondale dove, fino ad una certa profondità, sono presenti praterie di posidonia; per proteggerle, durante la fase di cantiere verranno spostate e poi re-impiantate, in modo da non danneggiare l’ecosistema marino, basandoci su esperienze simili già testate e realizzate da università spagnole».

Qual è invece la tecnologia di dissalazione che verrà impiegata all’Elba?

«Quella a osmosi inversa, che consiste nello sparare l’acqua marina ad alta pressione su delle membrane che trattengono tutti i sali disciolti, restituendo un’acqua quasi distillata. Anche per questo abbiamo scelto Mola come localizzazione dell’impianto. Nell’area sono presenti dei pozzi per l’acqua potabile,  che già oggi utilizziamo, ma è molto ricca di sali; la potremo dunque miscelare con l’acqua prodotta dal dissalatore, ottenendo il giusto equilibrio per un’acqua di alta qualità, e senza il bisogno degli ulteriori trattamenti di rimineralizzazione che in genere sono necessari, come nel caso dei dissalatori di Giglio o Capraia».

Per quanto riguarda invece la sostenibilità energetica del processo, sono previsti interventi migliorativi rispetto al semplice approvvigionamento dal mix elettrico della rete nazionale?

«Il gestore del servizio idrico (Asa, ndr) sta portando avanti una progettualità che riguarda ampia parte dei suoi grandi impianti, prevedendo l’installazione sui tetti di pannelli fotovoltaici; uno di questi impianti sarà proprio il dissalatore di Mola, per arrivare non dico all’autosufficienza ma comunque a coprire una parte importante dei consumi energetici, che in totale arrivano a 3 kWh per metro cubo d’acqua dissalata. È utile osservare che impianti più grandi possono avvantaggiarsi di economie di scala  e profili di efficienza ben diversi; ad esempio, il dissalatore di Dubai consuma circa la metà di quello di Mola. Nel medio termine, in ogni caso, l’obiettivo è dotare di pannelli fotovoltaici sia il dissalatore dell’Elba sia gli altri presenti in Toscana».

Le utility dell’acqua riunite in Utilitalia affermano che la dissalazione è una «valida tecnologia soprattutto nei contesti dove l’acqua dolce non è disponibile, come ad esempio le isole minori o le zone che soffrono della risalita del cuneo salino». Oltre all’Arcipelago, in Toscana quali aree potrebbero trarre particolare vantaggio dai dissalatori?

«Tutte le aree costiere, penso per esempio all’area della Val di Cornia, dove c’è un importante fenomeno di intrusione del cuneo salino nelle falde: nel giro di pochi anni si sono quasi raddoppiati i valori di cloruri e di solfati presenti nell’acqua di queste falde.

Inoltre, spesso le falde sono molto sfruttate – quella della Val di Cornia viene utilizzata sia per scopi potabili sia irrigui, ad esempio per le coltivazioni di pomodoro presenti nell’area –, e questo contribuisce a far scendere la falda e far salire il cuneo salino. Anche per contribuire a risolvere questi problemi, conto che in futuro possano essere realizzati altri dissalatori».