Commissione d’inchiesta Onu: l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale ai sensi del diritto internazionale

«Si configurano crimini ai sensi del diritto penale internazionale, compreso il crimine di guerra. Israele deve essere rinviato alla Corte internazionale di giustizia»

[21 Ottobre 2022]

Il 27 maggio 2021 l’United Nations Human Rights Council ha incaricato l’United Nations Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and in Israel di “indagare, nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est, e in Israele, su tutte le presunte violazioni del diritto internazionale umanitario e su tutte le presunte violazioni e abusi del diritto internazionale dei diritti umani, dall’inizio e fino al 13 aprile 2021». Nel luglio 2021, il presidente dell’Human Rights Council ha annunciato la nomina di Navanethem Pillay (Sudafrica), Miloon Kothari (India) e Christopher Sidoti (Australia) come componenti  della Commissione e ha indicato la Pillay come Presidente e ha inoltre chiesto alla commissione d’inchiesta di «Indagare su tutte le cause profonde alla base delle tensioni ricorrenti, dell’instabilità e del protrarsi del conflitto, inclusa la discriminazione e la repressione sistematiche basate sull’identità nazionale, etnica, razziale o religiosa». La Commissione d’inchiesta è stata incaricata di riferire all’Human Rights Council e all’Assemblea generale dell’Onu ogni anno. Il primo  rapporto della Commissione, presentato all’Assemblea generale dell’Onu evidenzia che «Vi sono ragionevoli motivi per concludere che l’occupazione israeliana del territorio palestinese sia ora illegale ai sensi del diritto internazionale a causa della sua permanenza e delle politiche di annessione de facto del governo israeliano».

Sottolineando che «Ai sensi del diritto internazionale umanitario l’occupazione di un territorio in tempo di guerra è una situazione temporanea e non priva la Potenza occupata della sua statualità né della sua sovranità», la Commissione ha invitato l’Assemblea generale dell’Onu a «Richiedere un parere consultivo urgente alla Corte internazionale di giustizia sulle conseguenze legali del continuo rifiuto di Israele di porre fine alla sua occupazione dei Territori Palestinesi Occupati».

La Pillay ha ricordato che «Recenti dichiarazioni del Segretario generale (António Guterres) e di numerosi Stati membri hanno chiaramente indicato che qualsiasi tentativo di annessione unilaterale del territorio di uno Stato da parte di un altro Stato è una violazione del diritto internazionale ed è nullo; 143 Stati membri, incluso Israele, la scorsa settimana hanno votato a favore di una risoluzione dell’Assemblea Generale che lo riafferma. Se non applicato universalmente, anche alla situazione nei Territori Palestinesi Occupati, questo principio fondamentale della Carta delle Nazioni Unite diventerà privo di significato».

Per arrivare a queste conclusioni, la Commissione ha esaminato «Le politiche e le azioni impiegate dai governi di Israele per mantenere l’occupazione e annettere parti del Territorio Palestinese Occupato». Il riesame della Commissione si è basato su interviste con esperti e parti interessate e comunicazioni ricevute a seguito di un invito a presentare proposte pubblicato il 22 settembre 2021.

Il rapporto di 28 pagine si concentra sul sostegno e l’espansione degli insediamenti dei coloni israeliani, comprese le dichiarazioni rilasciate da governanti israeliani che indicano l’intenzione di mantenere il controllo permanente sul territrio in violazione del diritto internazionale. La Commissione conclude che «Continuando ad occupare il territorio con la forza, Israele si assume responsabilità internazionali e resta responsabile delle violazioni dei diritti dei palestinesi, individualmente e come popolo».

La Pillay ha aggiunto che «Ignorando il diritto internazionale nello stabilire o facilitare la creazione di successivi governi israeliani che si sono succeduti hanno messo in atto azioni per garantire il controllo israeliano permanente in Cisgiordania».

Nel redigere il suo rapporto, «La Commissione ha esaminato l’espropriazione e lo sfruttamento israeliano della terra e delle risorse naturali e le politiche restrittive di pianificazione urbana e di zonizzazione di Israele in Cisgiordania» ed evidenzia che «La terra viene spesso confiscata per scopi militari ma viene poi utilizzata per la costruzione di insediamenti».

La Commissione ha esaminato le dichiarazioni di funzionari israeliani che indicano che «Le costruzioni palestinesi sono viste come un ostacolo agli insediamenti israeliani, che richiedono azioni come la confisca, la demolizione e lo sfollamento». La Commissione ha anche osservato processi simili a Gerusalemme est, «Dove i regimi restrittivi di pianificazione e zonizzazione, che hanno ostacolato alloggi, infrastrutture e mezzi di sussistenza adeguati, hanno contribuito a ridurre lo spazio per i palestinesi».

Il rapporto denuncia anche «Le politiche del governo israeliano che hanno avuto un impatto serio e sfaccettato su tutti i settori della vita palestinese, compreso l’accesso all’acqua pulita e a prezzi accessibili, che ha avuto un impatto sull’intero settore agricolo palestinese, limitando le opportunità di sostentamento che colpiscono in particolare le donne».

Kothari fa notare che «Ci sono così tanti “danni silenziosi” e traumi psicologici, che potrebbero non essere immediatamente evidenti, derivanti dall’erosione dei diritti economici, sociali e culturali. Questi processi debilitanti hanno gravi conseguenze a breve e lungo termine e devono essere affrontati con urgenza».

La Commissione ha dedicato una parte significativa della sua relazione all’analisi dell’impatto dell’occupazione israeliana e delle politiche di annessione de facto sui diritti umani dei palestinesi, rilevando «Un ambiente coercitivo inteso a costringere i palestinesi a lasciare le loro case e ad alterare la composizione demografica di alcune aree». Per questo, la Commissione ha esaminato «La demolizione di case e la distruzione di proprietà, l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza, l’incarcerazione di massa, la violenza dei coloni, le restrizioni ai movimenti e le limitazioni all’accesso ai mezzi di sussistenza, ai beni di prima necessità, ai servizi e all’assistenza umanitaria» e ha sottolineato che «Questo ambiente coercitivo in atto ha frammentato la società palestinese e ha assicurato che i palestinesi non siano in grado di soddisfare il loro diritto all’autodeterminazione, tra gli altri diritti». La Commissione ha inoltre constatato «L’impatto estremamente dannoso del blocco aereo, terrestre e marittimo di Gaza sui diritti umani dei palestinesi».

Il rapporto delinea un impatto specificamente dannoso sui bambini «Subiscono una costante presenza militare, arresti e detenzioni, frequenti attacchi e atti di violenza, restrizioni ai movimenti, demolizione di case e distruzione di infrastrutture e proprietà». La Commissione ha sottolineato che «Gli effetti cumulativi delle pratiche di occupazione, comprese le restrizioni ai movimenti, hanno avuto un pervasivo effetto discriminatorio sulle donne palestinesi, che subiscono violenze di genere durante le loro attività quotidiane».

Il rapporto termina affermando che «Alcune delle politiche e delle azioni del governo israeliano che portano all’occupazione permanente e all’annessione di fatto possono costituire elementi di crimini ai sensi del diritto penale internazionale, compreso il crimine di guerra di trasferire, direttamente o indirettamente, parte della propria popolazione civile nei territori occupati, e il crimine contro l’umanità della deportazione o del trasferimento forzato».

Sidoti conclude: «Le azioni dei governi israeliani esaminati nel nostro rapporto costituiscono un regime di occupazione e annessione illegale che deve essere affrontato. Il sistema internazionale e i singoli Stati devono agire e rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale. Questo deve iniziare in questa sessione dell’Assemblea generale con un rinvio alla Corte internazionale di giustizia».

Intanto, 65 organizzazioni palestinesi e internazionali – come il gruppo per i diritti dei prigionieri palestinesi Addameer e l’ONG Al-Haq, o Jewish Voice for Peace e la Palestine Solidarity Campaign UK – hanno chiesto con una lettera al nuovo United Nations High Commissioner for Human Rights, l’austriaco Volker Türk, di di dare priorità alla situazione dei diritti umani in Palestina

Le associazioni firmatarie ricordano a Türk che «Al popolo palestinese [è stato] negato il diritto all’autodeterminazione, e ha sopportato oltre 7 decenni di colonialismo e Apartheid da parte di Israele e 55 anni d’occupazione bellicosa. I residenti di Gaza [sopravvivono] in circostanze quasi invivibili da 15 anni e i rifugiati palestinesi [non sono] in grado di esercitare il loro diritto al ritorno. Per troppo tempo, la questione della Palestina è stata trattata come un’eccezione all’attuazione del diritto internazionale», Nella lettera le 65 organizzazioni denunciano anche «L’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa contro i palestinesi, che gli consente di incarcerare i detenuti a tempo indeterminato senza accusa» e ricordano «I 5.330 palestinesi uccisi nelle 5 offensive militari su vasta scala di Israele a Gaza, tra il 2008 e il 2022» e richiamato l’attenzione sul «Recente aumento delle sue incursioni militari nelle città occupate della Cisgiordania».