In un mese i paesi ricchi hanno raccolto oltre 16 miliardi di dollari per la crisi in Ucraina

Siccità, in Africa orientale rischia di morire una persona ogni 48 secondi

Servono 4,4 mld di dollari per salvare vite umane prima che sia troppo tardi, ma l’appello Onu ad oggi è finanziato solo al 2%: «La fame è nient’altro che il fallimento della politica»

[20 Maggio 2022]

La siccità è tornata a colpire duro nell’Africa orientale e meridionale: a 10 anni dall’ultima carestia che ha fatto 260mila vittime in Somalia – di cui la metà bambini –, oggi quasi mezzo milione di persone è in carestia in alcune regioni di Somalia e Etiopia, mentre in Kenya 3,5 milioni soffrono la fame.

In Somalia, Etiopia e Kenya, il numero di persone che soffrono la fame estrema è più che raddoppiato dallo scorso anno, passando da 10 a oltre 23 milioni. Ciò accade in paesi stritolati da un debito che è più che triplicato in meno di un decennio – da 20,7 miliardi di dollari nel 2012 a 65,3 miliardi di dollari nel 2020 –, e dove la crisi climatica avanza più velocemente della media globale, esacerbando i conflitti.

L’attuale siccità in Corno d’Africa, la peggiore degli ultimi 40 anni, ha bruciato le riserve economiche, decimato il bestiame, riducendo drasticamente la disponibilità di cibo per milioni di persone. Eppure, la regione non ha praticamente responsabilità della crisi climatica, essendo responsabile collettivamente dello 0,1% delle emissioni globali di CO2.

In questa situazione, come documenta il nuovo report congiunto di Oxfam e Save the children, in Etiopia, Kenya e Somalia, la siccità potrebbe uccidere una persona ogni 48 secondi.

«Nessuno dei segnali allarmanti degli ultimi anni ha spinto i leader mondiali ad agire per scongiurare la fame – spiega Francesco Petrelli, esperto di finanza per lo sviluppo di Oxfam Italia – Si fa sempre troppo poco e troppo tardi. La fame è nient’altro che il fallimento della politica».

Da una parte i paesi del G7 o in generale le nazioni più ricche – Italia compresa – hanno concentrato sforzi e risorse al loro interno, per lo più per reagire a emergenze quali il Covid-19 e più recentemente il conflitto in Ucraina, anche facendo marcia indietro sugli aiuti promessi ai paesi poveri e spingendoli sull’orlo della bancarotta con il debito. Allo stesso tempo, i governi dell’Africa orientale hanno la loro parte di responsabilità per non aver agito tempestivamente ed essersi rifiutati di riconoscere l’ampiezza e gravità della crisi, ad esempio mancando di investire adeguatamente in agricoltura o nei sistemi di protezione sociale.

E ora che il conflitto in Ucraina ha portato i prezzi del cibo al livello più alto mai registrato, la fame sta diventando una drammatica realtà per altri milioni di persone.

«Quasi 5,7 milioni di bambini saranno colpiti da malnutrizione acuta entro la fine di quest’anno – sottolinea Filippo Ungaro, portavoce di Save the Children – Le Nazioni Unite avvertono inoltre che più di 350 mila persone potrebbero morire se non agiremo in fretta. Ogni minuto che passa è un minuto di troppo perché un altro bambino potrebbe morire di fame, eventualità con la quale non possiamo convivere».

Solo il 2% (93,1 milioni di dollari) dell’attuale appello delle Nazioni Unite da 4,4 miliardi di dollari per Etiopia, Kenya e Somalia è stato formalmente finanziato fino ad oggi. Eppure per altre crisi che ci appaiono più vicine, sforzi ben più ingenti sono stati (fortunatamente) traguardati: «Si muore di fame non per mancanza di cibo o denaro, ma per mancanza di coraggio politico – conclude Petrelli – In un mese i paesi ricchi hanno raccolto oltre 16 miliardi di dollari per la crisi in Ucraina e hanno iniettato nelle loro economie oltre 16 mila miliardi di dollari per rispondere all’emergenza Covid-19. È chiaro dunque che mobilitare risorse si può, basta volerlo». In un mondo sempre più interconnesso, converrebbe a tutti.