Neve, in Italia calo generalizzato dei quantitativi stagionali e della permanenza al suolo

Fazzini: «Vi è una relazione statisticamente molto significativa con l’andamento delle temperature, in deciso aumento nell’ultimo trentennio, specialmente sui rilievi del nord»

[18 Gennaio 2024]

Stiamo vivendo la prima estesa quanto moderata fase fredda dell’inverno meteorologico 2023-24, e con essa si stanno verificando nevicate piuttosto diffuse ed abbondanti sull’intero territorio montano fisico nazionale, e comunque  a quote non di certo particolarmente basse o nella Val Padana.

Evidentemente, dunque, occorre riflettere non poco su questo aspetto tipico della pianura e delle basse quote, delle medie latitudini boreali invernali.

La climatologia dell’Italia ci dice che sino al termine del XX secolo, le nevicate erano modeste quanto a cumulate ma non infrequenti sull’intera pianura padana veneta, a tutte le medie quote collinari del centro nord oltre che sulle coste del medio versante adriatico ed infine sui rilievi alto collinari e montuosi del Mezzogiorno e delle isole maggiori.

Ora, uno studio preliminare effettuato dallo scrivente in collaborazione con il Servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare, già presentato al recente  World landslide forum – Wlf 2023 di Firenze tenutosi nel passato novembre e relativo al trend  nivologico dell’ultimo clino 1991-2020,  ha evidenziato un nuovo scenario nella distribuzione spazio-altitudinale delle cosiddetta “dama bianca”.

In breve, su tutte le aree pianeggianti e collinari del centro-nord e dei litorali adriatico-jonico, il calo nella frequenza e nella quantità di neve fresca stagionale è divenuto talmente significativo che non è più possibile ricavare dall’analisi dei dati una statistica soddisfacente della variabile calo generalizzato dei quantitativi stagionali (di 2-3 cm/stagione) ma soprattutto del numero di giorni continuativi con permanenza della neve al suolo

Inoltre alle medie quote alpine ed appenniniche – sino ai 1500 m., e salvo rare eccezioni rilegate al medio versante adriatico e all’area montana altoatesina – il segnale è caratterizzato da un calo generalizzato dei quantitativi stagionali (di 2-3 cm/stagione) ma soprattutto del numero di giorni continuativi con permanenza della neve al suolo spesso dimezzato nel trentennio.

Alle quote di alta montagna alpina ed appenninica, invece, le sommatorie nivometriche stagionali sembrerebbero rimanere mediamente costanti o addirittura aumentare nelle Alpi tridentine a fronte di una tendenza malnota nella persistenza della neve al suolo.

Certamente, vi è una relazione statisticamente molto significativa con l’andamento delle temperature, in deciso aumento nell’ultimo trentennio, specialmente sui rilievi del nord. Ciò si traduce in un inizio della stagione “invernale” sempre più ritardato rispetto a mezzo secolo fa, sia in termini di prima nevicata in libera atmosfera, sia in termini di attecchimento della neve al suolo.

In particolare, relativamente a questo ultimo punto, occorre evidenziare che anche le temperature del suolo stanno gradualmente aumentando, con le ovvie ripercussioni sulla presenza continuativa del manto nevoso.

Allo stesso tempo, in primavera, a fronte di nevicate spesso più abbondanti rispetto a 50 anni fa, si evidenzia una ablazione del manto nevoso più repentina, stante l’incremento delle temperature, molto deciso nel mese di marzo e la scomparsa del manto nevoso stesso anche a quote molto elevate già nel merse di maggio. Logico anche riflettere sulle conseguenze di tali nuovi comportamenti termo-nivometrici sull’evoluzione dei sistemi climatici glaciale e periglaciale.

di Massimiliano Fazzini, referente Team rischio climatico della Società italiana di geologia ambientale