Greenpeace: il futuro alimentare dell’Italia nella morsa tra guerra e siccità (VIDEO)

Guerra in Ucraina, Coldiretti e Cia: +34% prezzi cibo spinge crisi alimentare

[21 Aprile 2022]

Commentando l’allarme lanciato da Janet Yellen, la segretaria al tesoro Usa sul rischio che, sulla base dell’indice Fao a marzo 2022, la guerra in Ucraina possa far precipitare in povertà altri 10 milioni di persone, Coldiretti ha evidenziato che «A provocare la crisi alimentare è il balzo delle quotazioni delle materie prime alimentari a livello mondiale che sono aumentate del 34% nell’ultimo anno».

Secondo l’analisi della Coldiretti sulla base dei dati del Centro Studi Divulga, «L’aumento dei prezzi alimentari nei Paesi più ricchi provoca inflazione e mancanza di alcuni prodotti ma anche gravi carestie nei Paesi meno sviluppati che sono dipendenti dalle importazioni. Con la guerra rischia infatti di venire a mancare dal mercato oltre ¼ del grano mondiale con l’Ucraina che insieme alla Russia controlla circa il 28% sugli scambi internazionali con oltre 55 milioni di tonnellate movimentate, ma anche il 16 % sugli scambi di mais (30 milioni di tonnellate) per l’alimentazione degli animali negli allevamenti e ben il 65% sugli scambi di olio di girasole (10 milioni di tonnellate). I cereali che sono alla base dell’alimentazione in molti Paesi sono aumentati in un anno del 37% con il grano che ha raggiunto le stesse quotazioni registrate negli anni delle drammatiche rivolte del pane che hanno coinvolto molti Paesi a partire dal nord Africa come Tunisia, Algeria ed Egitto che peraltro è il maggior importatore mondiale di grano e dipende soprattutto da Russia e Ucraina. Ma in difficoltà sono anche Paesi come il Congo che importa da Mosca il 55% del suo grano e da Kiev un altro 15%».

Per Coldiretti, «A preoccupare sono le speculazioni che si spostano dai mercati finanziari in difficoltà ai metalli preziosi come l’oro fino ai prodotti agricoli dove le quotazioni dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie di mercato che trovano nei contratti derivati “future” uno strumento su cui chiunque può investire acquistando e vendendo solo virtualmente il prodotto. Occorre fermare con nuove regole una speculazione sulla fame che gioca sulle tensioni internazionali con accaparramenti e blocchi delle esportazioni e amplifica le difficoltà di approvvigionamento sui mercati soprattutto per i Paesi più poveri in uno scenario dove a pagare sono le fasce più deboli della società».

Ma Greenpeace Italia fa notare che in questo scenario entra in gioco anche il cambiamento climatico: «La tragica guerra in corso nel cuore dell’Europa ha messo in allarme il settore alimentare in seguito al blocco delle esportazioni dall’Ucraina, anche se i dati mostrano che il nostro Paese non rischia una reale carenza di cibo, ma principalmente una minore disponibilità di mais per il settore zootecnico, aggravata dalla siccità nel nostro Paese. L’Italia, in particolare in alcune zone del Nord in cui si concentra la produzione agricola e zootecnica, sta infatti fronteggiando una carenza idrica senza precedenti. Secondo l’ANBI, in Lombardia le riserve idriche sono al 40% della media storica, mentre in Emilia Romagna le falde normalmente accessibili alle colture segnano fino a un 200% in meno rispetto alle medie stagionali. Alcune province stanno permettendo il prelievo per fini agricoli dai corsi d’acqua superficiali in deroga al principio del deflusso minimo vitale, che prevede che i prelievi non debbano superare certe soglie per mantenere l’equilibrio ecologico del fiume. In Veneto e Piemonte la situazione non è migliore, con una carenza idrica che colpisce addirittura alcuni piccoli paesi montani, in cui il disgelo dello scarso manto nevoso non ricarica le falde come servirebbe».

E riferendosi proprio agli allarmi lanciati in questi e di Coldiretti e Confederazione italiana agricoltori (Cia)  Greenpeace ricorda che «Alcune organizzazioni di categoria stimano un miliardo di euro di danni all’agricoltura causati dalla siccità di questi mesi, mentre la comunità scientifica avverte già da qualche anno che circa il 20% del territorio italiano rischia di diventare incoltivabile a causa del progressivo inaridimento e impoverimento dei suoli. L’agricoltura è infatti il settore che ha più bisogno di più acqua dolce: in Europa il consumo si attesta intorno al 59% e l’Italia è il secondo Paese europeo (dopo la Spagna) che fa più  ricorso all’irrigazione per le proprie coltivazioni. La maggior parte della superficie irrigata si trova proprio nel Nord flagellato dalla siccità: secondo ISTAT, le quattro Regioni padane totalizzano insieme il 58% del totale, con un 20% nella sola Lombardia.  Questo dipende senz’altro dalle ampie estensioni di superficie coltivata presenti in queste Regioni, ma anche dal tipo di coltivazioni: esistono colture con un fabbisogno idrico ridotto, come il frumento duro sviluppato maggiormente nel Mezzogiorno, mentre il mais, presente principalmente in Pianura Padana, ha un elevato fabbisogno idrico ed è la seconda coltivazione italiana, dopo il riso, per volumi irrigui utilizzati (circa il 20% del volume totale). Ed è proprio sul mais che, oltre all’allarme guerra, suona l’allarme siccità: la Confederazione Italiana Agricoltori (Cia) avverte che la resa del mais potrebbe essere così bassa per via dei terreni aridi da rendere addirittura non conveniente la trebbiatura».

Proprio la Cia ieri ha tenuto a Venturina (LI), l’iniziativa del  Centro Italia  che ha chiuso il ciclo di manifestazioni dell’organizzazione per chiedere misure straordinarie per fronteggiare gli effetti della guerra: «Aumenti record di materie prime ed energia, costi di produzione alle stelle, mercati in agitazione, inflazione galoppante. L’agricoltura italiana rischia ogni giorno il cortocircuito: per questo serve rendere strutturali le misure emergenziali messe in campo dal Governo e costruire un vero e proprio Piano straordinario d’azione a Bruxelles, come per la pandemia, che affronti in un’ottica di lungo periodo le ripercussioni della guerra in Ucraina». I mille agricoltori venuti a Venturina da tutte le regioni del Centro Italia per dire “basta!” hanno chiesto «Interventi specifici a sostegno dei settori più colpiti dagli effetti del conflitto, come gli allevamenti e i cereali, ma anche per agire finalmente su problemi annosi, dal proliferare incontrollato della fauna selvatica aggravato dall’emergenza peste suina allo spopolamento delle aree rurali».

Secondo Cia, «Se le prime misure del Governo destinate al settore sono state mirate e opportune, dal credito d’imposta per l’acquisto di carburanti ed energia elettrica alla ristrutturazione dei mutui agrari, ora è importante che siano migliorate e implementate, in sede di conversione dei decreti, per renderle strutturali. Altrettanto necessario è uno sforzo aggiuntivo in termini di risorse per prevedere: incentivi alla semina, anche attraverso strumenti assicurativi, in grado di remunerare un’eventuale riduzione dei prezzi pagati agli agricoltori nei prossimi mesi rispetto ai valori attuali; incentivi ai consumi agroalimentari, a partire dalle fasce più deboli della popolazione; pacchetto di interventi mirati di credito agevolato per le piccole e medie imprese; incentivi a multifunzionalità e diversificazione delle imprese agricole; sostegno alle attività agrituristiche, anche tramite voucher per il rilancio dei flussi turistici nelle aree interne. A livello europeo, dopo il primo passo rappresentato dalle recenti decisioni assunte a Bruxelles, occorre promuovere e adottare iniziative di più ampio respiro: rimodulare, anche temporaneamente, gli obiettivi del Green Deal, con particolare riferimento alla Strategia Farm to Fork; semplificare e velocizzare l’erogazione dei contributi comunitari (Pac, Psr; Ocm, etc); favorire una riflessione concreta verso la definizione di una politica energetica comune; introdurre strumenti di gestione del rischio in grado di calmierare la volatilità dei prezzie di garantire la stabilità dei redditi degli agricoltori».

Il presidente nazionale di Cia, Dino Scanavino, ha concluso: «L’agricoltura non si può fermare. Siamo il settore primario proprio perché assicuriamo il cibo, ma la guerra in Ucraina sta sconvolgendo ancora di più quotazioni e mercati, con la conseguenza che tantissime imprese sono in affanno o a rischio default. Per questo servono interventi straordinari da parte delle Istituzioni per difendere il comparto e garantire la sicurezza alimentare».

Invece, il presidente di Coldiretti Ettore Prandini ha detto che coltivando 200 mila ettari in più, ovvero i terreni finora lasciati a riposo, potrebbe essere garantita una produzione aggiuntiva di circa 15 milioni di quintali di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e tenero per la panificazione” per sopperire alle mancate importazioni dall’Ucraina.

Ma per Greenpeace qualcodsa non torna nelle proposte di Coldiretti e Cia: «Il problema infatti non è tanto ampliare le superfici coltivabili, ma il fatto che la siccità mette a rischio anche le superfici già coltivate, senza contare che sacrificare i terreni a riposo rischia di compromettere la biodiversità e la salute delle aree agricole. La stessa Commissione Europea, nelle sue osservazioni al piano nazionale italiano sulla futura politica agricola, mette in guardia dal proporre interventi che comportino “un aumento delle superfici irrigue”, proprio per tutelare la preziosa e sempre più scarsa risorsa idrica. La domanda da porsi allora forse è un’altra: è davvero necessario aumentare la produzione e rinunciare alle tutele ambientali, visto che in questo modo si finirebbe per consumare ancora più acqua, alimentando la siccità e i cambiamenti climatici, anziché rendere la nostra agricoltura più resiliente e meno dipendente da input esterni?»

Per rispondere a questa domanda l’organizzazione ambientalista invita anche in questo caso a seguire il nostro chicco di mais, tanto piccolo quanto centrale: «Secondo ISMEA, il settore zootecnico-mangimistico assorbe la gran parte della disponibilità nazionale di mais, così come del mais di importazione, ai quali si aggiungono altri cereali ad uso mangimistico: si stima che il 53% dei cereali utilizzati in Europa sia destinato agli allevamenti. In sintesi, le grandi lobby agricole europee e italiane vorrebbero indebolire o ritardare ulteriormente gli obiettivi ambientali legati al Green Deal europeo – proprio mentre un evento climatico estremo come la siccità si mostra in tutta la sua potenza – per mantenere gli attuali livelli di produzione e consumo di carne, che la scienza già da anni indica come eccessivi e insostenibili. Una scelta che appare suicida non solo per il Pianeta, ma anche e soprattutto per gli stessi agricoltori, prime vittime dei cambiamenti climatici».

Per Greenpeace, «Una soluzione alternativa per sopperire le carenze determinate dalla guerra in realtà ci sarebbe, e Greenpeace l’ha indicata alla Commissione Europea, insieme a un set di 7 richieste. Tra queste la più immediata indica di ridurre subito del 10% le consistenze zootecniche europee, per destinare una maggiore quantità di cereali al consumo umano e più terreni agricoli alla produzione di cibo, piuttosto che a coltivazioni per la zootecnia ad alta domanda idrica».

Queste proposte Greenpeace le ha ribadite al ministro Patuanelli durante il tavolo istituzionale del 19 aprile, insieme alla richiesta di «Non rimandare l’entrata in vigore della nuova PAC, ma piuttosto di rafforzare le misure ambientali e accelerare la necessaria transizione ecologica del settore».

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