Clima: il presidente della Cop27 Unfccc sarà l’amico di Mubarak e della dittatura militare

L'Egitto ha nominato il ministro degli esteri Sameh Shoukry e non l’esperta ministra dell’ambiente Yasmine Fouad

[24 Gennaio 2022]

Chi frequenta i vertici Onu sul clima è rimasto sorpreso quando l’Egitto ha nominato come presidente della 27esima Conferenza delle parti dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (COP27 Unfccc) il ministro degli esteri Sameh Shoukry, sconosciuto nel mondo dei negoziati climatici.

Praticamente tutti davano per scontato che il regime di Abdel Fattah el-Sisi avrebbe nominato presidente della COP27, che si terrà quest’anno a Sharm El-Sheikh, il ministro dell’ambiente Yasmine Fouad, una scienziata climatica con una notevole esperienza internazionale – è stata la principale autrice  di un capitolo del rapporto speciale sulla desertificazione del 2017 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change –  e che, a detta di tutti, ha fatto un buon lavoro co-presiedendo colloqui sulla finanza climatica alla Cop26 di Glasgow. Invece è stato nominato Shoukry e la Fouad ha ottenuto il ruolo importante ma secondario di “coordinatore ministeriale e inviato” della Cop27.

Però, secondo la matematica Megan Darby, editor di Climate Home News, «A pensarci bene, non è così sorprendente. La storia delle nomine dei presidenti delle COP è disseminata di esempi di competenze climatiche superate dal potere politico (percepito). Certamente, l’esperienza politica è essenziale per ottenere un esito positivo. Comprendere  la scienza non è quel che conclude accordi. Ma lo sfortunato effetto della scelta di noti agenti di potere è un vasto gap di genere: solo 5 COP su 26 sono state presiedute da donne». E tra i delegati dei governi alle COP Unfccc gli uomini sono sempre molti di più delle donne.

La Darby si chiede: «E se, invece di rafforzare le gerarchie esistenti, la  Cop fosse stata colta come un’opportunità per promuovere e responsabilizzare coloro che comprendono la meglio la crisi climatica?» E fa l’esempio del ministro dell’energia dell’Arabia Saudita Abdulaziz bin Salman che al World Economic Forum di Davos ha detto che  «L’Arabia saudita sta perseguendo lo sviluppo dell’idrogeno blu, verde e rosa». Aggiungendo che quello “rosa”, da produrre con centrali nucleari che la monarchia assoluta prevede di costruire nei prossimi anni, «E’ di particolare interesse per le donne del settore. Stiamo reclutando, tra l’altro, giovani donne saudite che sono felici di vedere arrivare il rosa. Abbiamo iniziato a essere molto consapevoli di prenderci cura delle nostre nuove reclute e delle nuove cadette. Stiamo diventando una società estremamente ben emancipata».

E la Darby commenta: «E se, invece di perpetuare gli stereotipi di genere, il ministro desse a queste donne una piattaforma per parlare da sole?»

Con le sue abbondanti riserve di gas e il sole, il regno saudita potrebbe produrre idrogeno blu e verde a buon mercato. Mentre quale sia Il suo vantaggio a produrlo con il nucleare è meno chiaro, ma lo diventa se si pensa che l’Arabia saudita, mentre accusa l’Iran di volersi dotare della bomba atomica, non nasconde di voler diventare una potenza militare nucleare.

Quindi, l’emancipazione femminile c’entra poco in un Paese dove le donne hanno conquistato solo negli ultimi anni la possibilità di guidare auto e che  proprio il World Economic Forum dove è intervenuto bin Salman  ha classificato l’Arabia Saudita 147esima su 156 Paesi nel suo “Global Gender Gap Report”. In Arabia Saudita non ci sono ministri donna, le donne occupano solo il 7% dei ruoli manageriali e guadagnano in media un quarto del reddito di un uomo.

E il regime dittatoriale egiziano di el-Sisi, pur dichiarando di volersi liberare dall’estremismo religioso dei Fratelli Musulmani, non è che tratti molto meglio le donne. E la scelta di Shoukry per guidare la Cop27 di Sharm El-Sheikh a novembre va in questa direzione: Soukry non ha nessuna esperienza in campo ambientale e climatico, la Fouad ha lavorato per agenzie Onu, ONG e università ed è diventata viceministro dell’ambiente nel 2014 e poi è stata promosso al vertice del ministero nel 2018.

Ma Shoukry è un diplomatico di carriera con così tanto pelo sullo stomaco da  diventare nel 2008 l’ambasciatore a Washington dell’allora presidente egisziano Hosni Mubarak a Washington nel 2008, incarico che ha mantenuto fino al 2012 nonostante la rivoluzione egiziana della Primavera araba. Dopo la parentesi del governo dei Fratelli Musulmani e il colpo di stato militare che ha portato al potere Abdel Fattah el-Sisi nel 2014, Shoukry è ritornato al governo come ministro degli Esteri.

In un messaggio confidenziale rivelato da Wikileaks, nel 2008, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Ginevra Warren Tichenor descrisse Shoukry, allora la sua controparte egiziana all’Human Rights Council, come «Aggressivo, pesante, brusco e scortese», con un “approccio attivista e a volte aggressivo nei confronti della diplomazia multilaterale di Ginevra, nel perseguimento di obiettivi che gli Stati Uniti non supportano».

Scrivendo al suo successore, Tichenor lo avvertiva che Shoukry, che parla un inglese eccellente e un po’ di spagnolo, «Può essere affascinante» e un «Ospite gentile» che «ricorda con affetto i suoi anni alle scuole elementari nell’area di Washington DC.», ma che «Anche nel suo comportamento personale, rivela una mano pesante, come nel modo derisorio in cui tratta il suo autista». E lo accusava di essere stato «brusco e scortese» con i visitatori del suo ufficio portati dalla missione statunitense.

L’Egitto è stato scelto come Paese ospite della COP27 Unfccc dal Gruppo africano, uno dei più attivi nel chiedere giustizia climatica e impegni e finanziamenti certi per ridurre velocemente le emissioni di gas serra e per la mitigazione e la resilienza climatica. Ma la scelta non sembra essere stata proprio ben meditata: nonostante  l’Egitto abbia promesso di fare della resilienza e dell’adattamento agli effetti del cambiamento climatico la sua priorità e che, nel rapporto “Intended Nationally Determined Contributions as per United Nation Framework Convention on Climate Change” abbia delineato la vulnerabilità del Paese alle ondate di caldo, alle inondazioni e alla scarsità d’acqua a causa dei cambiamenti climatici, Il Cairo non ha finora quantificato un obiettivo di emissioni. Come fa notare Climate Home News: «In base all’Accordo di Parigi, i Paesi avrebbero dovuto aumentare l’ambizione dei loro piani climatici entro il 2020. L’Egitto deve ancora farlo».

E, nonostante le competenze dimostrate dalla Fouad nelle precedenti COP Unfccc, il governo militare egiziano non ha certamente informato la sua popolazione sul perché il Paese sia così colpito da fenomeni climatici estremi:   il sondaggio “Views On Climate Change In The Middle East & North Africa”, pubblicato nel liglio 2020 da Ipsos in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Giordania, Egitto, Tunisia e Marocco <, ha rivelato che la consapevolezza del cambiamento climatico è inferiore in Egitto rispetto ad altri paesi nordafricani e del Medio Oriente: solo il 26% degli egiziani ha affermato che il cambiamento climatico “esiste ed è causato principalmente dall’attività umana”. In Marocco, che ha ospitato due COP Unfccc, i cittadini consapevoli di cosa sia il cambiamento climatico e di quali siano i rischi che comporta sono il 71%.

La retrograda e cleptomane dittatura egiziana, questo retroterra sociale e politico disinformato e la nomina di Shoukry al posto della Fouad a presidente della COP27 Unfccc di Sharm El-Sheikh, non fanno certo ben sperare sul fatto che in Egitto si possano recuperare i ritardi e i fallimenti della COP26 di Glasgow. E sarà molto difficile che in Egitto – un Paese che vive in un perenne stato di assedio non dichiarato e dove i diritti civili e politici sono conculcati dagli apparati repressivi della dittatura, come ci hanno insegnato dolorosamente le vicende Regeni e Zaky –  le ONG ambientaliste e i movimenti per la giustizia climatica abbiano la stessa libertà di manifestare e parlare della quale hanno goduto alla COP26 di Glasgow. Probabilmente si tratterà di una COP di transizione verso la  COP28 Unfccc che è già stata assegnata agli Emirati Arabi Uniti, una federazione di micro-petro-monarchie assolute islamiste che però ha come ministro dell’ambiente una donna: Mariam bint Mohammed Almheiri. E forse Abu Dhabi non seguirà l’esempio del Cairo e non la sostituirà all’ultimo momento alla presidenza della COP con un uomo.