Riparte all’Onu il negoziato per il trattato mondiale sugli oceani (VIDEO)

Ambientalisti e scienziati: risultato a portata di mano per difendere almeno il 30% del mare e la vita sul pianeta

[20 Febbraio 2023]

Oggi all’Onu, a New York, riprende l’ Intergovernmental Conference on Marine Biodiversity of Areas Beyond National Jurisdiction, il negoziato per il Trattato mondiale sugli oceani, che nell’agosto 2022 era stato sospeso a un passo da una conclusione positiva. Greenpeace ricorda che «Dal successo di questo negoziato dipende l’impegno concordato lo scorso dicembre a Montreal alla Conferenza mondiale sulla Biodiversità per tutelare il 30 per cento della superficie terrestre e degli oceani entro il 2030: il cosiddetto “obiettivo 30 x 30”. I progressi fatti in agosto fanno sperare che sia a portata di mano un Trattato ambizioso che consenta di rispettare questo impegno».

Laura Meller, Oceans Campaigner e Polar Advisor di Greenpeace Nordic, aggiunge che «Gli oceani sostengono la vita sul pianeta Terra e il loro destino verrà deciso a questo negoziato. La scienza è chiara: proteggere il 30% degli oceani entro il 2030 è il minimo impegno necessario per evitare la catastrofe. È stato incoraggiante vedere gli Stati adottare a dicembre l’obiettivo del 30 x 30, ma obiettivi elevati senza azioni conseguenti non significano nulla».

Per gli ambientalisti, «Il fatto che si tenga una sessione speciale a pochi mesi dalla sospensione formale del negoziato è un buon segnale. Se il 3 marzo sarà firmato un Trattato forte, allora l’obiettivo 30 x 30 sarà ancora a portata di mano. Greenpeace auspica che i governi tornino al negoziato pronti anche ai compromessi necessari per arrivare a un trattato efficace: siamo già ai tempi supplementari. Questa è l’ultima occasione e i governi non possono fallire».

Un gruppo di oltre 50 Paesi, la High Ambition Coalition (che comprende i Paesi dell’Unione Europea, quindi anche l’Italia) aveva promesso un Trattato entro il 2022, ma senza riuscirci. Molti autoproclamati “campioni degli oceani” del Nord del mondo hanno rifiutato di accettare compromessi su punti importanti, come gli aspetti finanziari o la condivisione dei benefici economici ricavati dalle risorse genetiche degli organismi marini. Su questi punti, come su quelli relativi alla cooperazione e capacity building, si gioca il negoziato e spetta anzitutto ai Paesi del Nord del mondo risolvere l’impasse e proporre offerte negoziali credibili ai Paesi del Sud.

Il l’assistente del segretario di Stato americano per gli oceani e gli affari ambientali e scientifici internazionali, Monica Medina, ha affermato che «Il trattato è una priorità per il mio Paese. Questo accordo mira a creare, per la prima volta, un approccio coordinato alla creazione di aree marine protette in alto mare. E’ ora di finire il lavoro».

Gli scienziati hanno scoperto che le Aree marine protette (AMP),  in particolare le riserve integrali, sono strumenti di conservazione efficaci che salvaguardano la biodiversità, proteggono i principali predatori, mantengono l’equilibrio dell’ecosistema e costruiscono la resilienza ai cambiamenti climatici. In alto mare, le reti di AMP che creano collegamenti significativi tra gli habitat potrebbero avvantaggiare le specie altamente migratorie, come le balene e le tartarughe».

Simon Ingram, un biologo dell’Università di Plymouth ha detto che «C’è un urgente bisogno di un accordo. E’ un momento davvero urgente per questo, specialmente quando si hanno cose come l’estrazione mineraria in acque profonde che potrebbero essere una vera minaccia per la biodiversità prima ancora che siamo stati in grado di esaminare e capire cosa vive sul fondo dell’oceano».

Greenpeace chiede che «L’obiettivo principale del Trattato sia la realizzazione di una rete globale di aree marine protette che copra almeno il 30% degli oceani. Un Trattato forte deve poter definire Santuari a protezione integrale nelle acque internazionali e la Conferenza delle Parti (CoP) creata dal Trattato deve poter prendere decisioni rispetto a ogni possibile minaccia alle future aree protette in acque internazionali: dalla pesca, all’inquinamento e alle estrazioni minerarie. La CoP deve inoltre poter operare con decisioni prese a maggioranza, senza la minaccia di restare paralizzata dai veti di uno o pochi Paesi».

Nei giorni scorsi il Pew Charitable Trusts (Pew) ha pubblicato il “Protect High Seas” e Liz Karan, che è a capo della governance degli oceani del Pew, ha spiegato che »Questo nuovo strumento aiuta i decision-makers e il pubblico a concentrarsi sulle aree prioritarie per la protezione e vedere come tali decisioni potrebbero aiutare a creare una rete di aree protette in alto mare. Sebbene non sia stato ancora concordato un testo definitivo, il nuovo trattato in alto mare potrebbe offrire un percorso per creare un meccanismo legale che consentirebbe alle nazioni di istituire aree marine protette (AMP) efficaci e garantire valutazioni rigorose degli impatti ambientali che le attività umane hanno in alto mare».

Per Jessica Battle, esperta di governance degli oceani del Wwf International, «Abbiamo bisogno di un quadro giuridicamente vincolante che consenta ai paesi di lavorare insieme per raggiungere effettivamente gli obiettivi che hanno concordato».

Gemma Nelson, una avvocato delle Samoa che attualmente è borsista di Ocean Voices all’università di Edimburgo, ha detto ad Al Jazeera  che «I piccoli Paesi insulari del Pacifico e dei Caraibi sono particolarmente vulnerabili ai problemi globali degli oceani, come l’inquinamento e il cambiamento climatico, che generalmente non causano e che non hanno le risorse per affrontare facilmente. Far riconoscere come valide le conoscenze tradizionali delle popolazioni e delle comunità locali è essenziale anche per proteggere sia gli ecosistemi che i modi di vita dei gruppi indigeni».

Gladys Martinez de Lemos, direttrice esecutiva dell’Interamerican Association for Environmental Defense (AIDA) che di occupa delle questioni ambientali in tutta l’America Latina, ha concluso: «Con quasi la metà della superficie del pianeta coperta da mare aperto, i colloqui sono di grande importanza. Il trattato dovrebbe essere forte e ambizioso, con l’autorità di stabilire aree alte e completamente protette in alto mare. In queste settimane alle Nazioni Unite è in gioco il destino di metà del mondo».

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