[21/05/2012] News

Dal Medio Oriente a Brindisi: c ancora tempo per la pace fra gli Stati e gli uomini?

Si è conclusa ieri a Trento "Officina Medio Oriente", con un minuto di silenzio per l'attentato di Brindisi. «Dalla violenza cieca contro una scuola e le sue studentesse alla violenza che dilania il Medio Oriente, dunque - dicono gli organizzatori - ma con l'obiettivo, proprio di tutta la manifestazione, di porre l'accento soprattutto sulle dinamiche di trasformazione e sui segnali di speranza, su quanto cioè le persone di buona volontà possono e devono fare in favore della pace. Anche se le tensioni e le guerre in Medio Oriente, così come le mafie in Italia, durano da tanti, troppi anni». 

«A Brindisi è stata colpita una scuola e sono state colpite delle ragazze - ha detto l'assessore provinciale alla solidarietà internazionale di Trento, Lia Giovanazzi Beltrami, ideatrice della manifestazione - Siamo doppiamente sconvolte. La settimana scorsa ero a Palermo, all'Ucciardone, assieme a tante altre donne. La sostituta procuratore Antimafia lo aveva sottolineato in quell'occasione: a fare paura alle mafie, a fare paura a chi usa la violenza, oggi sono in primo luogo le donne, che respingono quel tipo di cultura e di mentalità. Anche ad Officina Medio Oriente abbiamo visto in questi giorni una fortissima presenza di donne da un lato e di giovani dall'altro. Il tutto all'insegna della non-violenza. Così, anche di fronte alle notizie che ci arrivano da Brindisi, dobbiamo rilanciare con forza il valore della non-violenza, l'insegnamento che ci arriva da Gandhi. E non perderci mai d'animo, non stancarci mai di costruire la pace "dal basso", come abbiamo fatto con gli studenti trentini che hanno animato i vari eventi, con i ragazzi di Beresheet La Shalom, con le donne per la pace e con quelle della Coldiretti, con le associazioni, con i tanti cittadini "comuni" che non si rassegnano al degrado, all'odio, alla guerra».

Piergiorgio Cattani, caporedattore di Unimondo, si è soffermato sul ruolo dei social network nella Primavera araba ed in generale nella galassia dell'informazione, ma anche quello di potenti network come Al Jazeera, «Che ha assunto un ruolo di guida in alcuni degli eventi degli ultimi due anni, ma che è sostenuta finanziariamente dal Qatar, ed è quindi influenzata dagli interessi politici di quel Paese e dei suoi alleati. Al tempo stesso, in Siria, i cittadini che riprendono gli eventi della guerra civile con il loro telefonino e li postano su youtube sono oggi a tutti gli effetti protagonisti a pieno titolo dell'informazione globale. Tuttavia anche qui bisogna stare attenti: spesso ci sono delle bufale. Ci vuole una info-peace, un'informazione che sia anch'essa ispirata dai principi della pace, fin dal linguaggio adoperato».

L'iniviato Rai Filippo Landi ha ricordato quanto gli ha detto un cuoco egiziano, uno dei tanti testimoni muti della storia e delle sue tragedie: «Per quanto sia difficile oggi la situazione, mi ha detto questa persona, non accadrà più quello che succedeva prima: ci stavano succhiando l'anima. L'Occidente ha trascurato per troppo tempo questi scenari, non ha visto ciò che stava maturando nelle società mediorientali. Ma in questo siamo in buona compagnia. Mentre scoppiava la crisi egiziana i vertici dei servizi segreti israeliani sembravano del tutto all'oscuro». Al centro della tensione e dei conflitti mediorientali rimane l'eterno conflitto israelo-palestinese e Landi ha sottolineato che «Nulla negli ultimi quarant'anni è migliorato nella situazione dei palestinesi e forse a qualcuno nelle cancellerie europee fa comodo non vedere, ma certamente Al Jazeera e anche altri media, compresi i social network, le immagini le mostrano. E influenzano le opinioni pubbliche di società, come quelle arabe, che comunque stanno cambiando, rapidamente, anche se noi non ce ne rendiamo conto».

Bijan Zarmandili, dell'Espresso, ha spostato l'attenzione su eventi "simbolici", come il suicidio con il fuoco del giovane tunisino che ha dato il via alla rivoluzione dei gelsomini in Tunisia ed alla Primavera araba, ma soprattutto ha analizzato da un punto di vista inusuale la situazione dell'Iran: «La società civile iraniana per molto tempo ha delegato il cambiamento ai giovani, agli universitari. Ma da un certo punto in poi ciò che nasce è un vero e proprio movimento politico, non solo espressione dell'intellighenzia. Nasce un movimento di massa. Il punto è che non basta. Manca un legame con i conflitti strutturali di quella società: la povertà, la repressione dei sindacati, gli insegnanti che non vengono pagati per mesi. Quando avverrà la saldatura le cose allora cambieranno più velocemente. Lo stesso deve avvenire anche altrove, in altri Paesi e altre società fino a qualche tempo fa personificate dai rais, che oggi stanno diventando più complesse e stratificate. Oggi in quella parte del mondo i conflitti non riguardano più l'antioccidentalismo, l'antisionismo, le religioni: questi elementi certo rimangono, ma assumono maggiore vigore le richieste che riguardano la condizione economica e la democratizzazione. Di fronte a ciò sia la classe dirigente israeliana che quella iraniana sono drammaticamente ignoranti, culturalmente arretrate, non danno alcun segno di capire ciò che sta accadendo». Zarmandili non pensa che la rivoluzione islamica iraniana possa essere esportata in altri Paesi e che il modello di islam vincente non sarà quello degli ayatollah, «Piuttosto la Turchia. Un Islam insomma che si sta adeguando ai cambiamenti, ai processi di modernizzazione».

Secondo Fulvio Scaglione, di Famiglia Cristiana, «Un primo segnale di concretezza potrebbe essere quello di riconoscere che il problema del Medio Oriente è un problema anche nostro. Usciamo dall'idea che l'Occidente sia un diffusore di democrazia. Ciò avviene solo quando all'Occidente fa comodo. L'Italia ha avuto per anni rapporti con la Tunisia di Ben Ali e l'Egitto di Mubarak. La nostra visione del Medio Oriente è quella di una realtà fuori dal tempo, e perciò stesso destrutturabile a piacimento, spesso insediando o sostenendo leadership fantoccio. A ciò si somma l'arretratezza delle classi dirigenti: non solo quella israeliana e quella iraniana, anche quella palestinese.

Oggi ciò non è più sostenibile, per due fattori: la crisi economica, che in realtà non è una crisi, è una gigantesca trasformazione delle dinamiche globali, ed inoltre la richiesta di "pane", ovvero il movimento interno a queste società, determinato dalla crescita della componente giovanile. In alcuni Paesi i giovani sono oltre il 50%; sono spesso molto istruiti, ma non hanno lavoro, e non accettano che le risorse nazionali vengano dilapidate dalle satrapie al potere, come è avvenuto in passato. Di fronte a queste realtà non possiamo usare due pesi e due misure: non possiamo stigmatizzare Timoshenko e boicottare i suoi giochi della gioventù e al tempo stesso trascurare la repressione in Bahrein, che ospita le gare di Formula 1».

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