[12/07/2011] News

In Asia centrale non ci sarÓ pace senza la gestione sostenibile dell'acqua dell'Amu Darya

Nel giorno in cui muore l'ennesimo militare italiano in Afghanistan e i talebani assassinano il fratello del presidente Hamid Karzai viene reso noto il rapporto "Environment and Security in the Amu Darya River Basin" che guarda al conflitto centroasiatico da un'angolazione inusuale: «Rafforzare la cooperazione tra i Paesi che condividono le acque dell'Amu Darya, il fiume più lungo dell'Asia centrale, potrebbe essere la chiave per un futuro di pace e sicurezza nella regione».

Che l'acqua sia la vera risorsa sulla quale si giocheranno i destini di questa parte turbolenta del pianeta non lo dice una Ong ambientalista, ma l'Envesec, un'organizzazione della quale fanno parte il Programma Onu per l'ambiente (Unep) il Development Programme Onu (Undp), l'Organizzazioone per la cooperazione sicurezza e in Europa (Ocse); l'Economic commission for Europe dell'Onu, il Regional environmental centre for central and eastern Europe e soprattutto un'organizzazione che di guerre se ne intende: la Nato.

Secondo Unep ed Envesec «i grandi progetti idroelettrici pianificati a monte, la domanda per l'agricoltura irrigua a valle e la crescente preoccupazione che il cambiamento climatico stia modificando i modelli climatici, stanno emergendo come grandi sfide legate alle risorse naturali per le quattro principali nazioni coinvolte: Afghanistan, Tagikistan, Turkmenistan ed Uzbekistan».

Grandi dighe hanno sbarrato e deviato flussi consistenti dal bacino fluviale dell'Amu Darya verso le coltivazioni di cotone, grano e foraggio in regioni aride e desertiche. Progetti che hanno contribuito ad un maggiore degrado del suolo e danni al territorio. L'esempio più drammatico è quello del lago Aral che in parte è tributario dell'Amu Darya, che resta gravemente degradato, tanto che il rapporto evidenzia che la sua superficie ed il suo volume si sono ridotti di 10 volte, mentre il livello dell'acqua è calato di 26 metri ed in alcuni punti la costa si è ormai allontanata anche centinaia di chilometri.

Ma nell'intero bacino dell'Amu Darya cresce la preoccupazione per la qualità dell'acqua che ha forti ricadute sulla salute umana, come dimostra l'aumento delle malattie renali, della tiroide e del fegato che sembrano associate alla presenza di sostanze chimiche sversate nei terreni in epoca sovietica (e post) ed al "lavaggio" dei suoli in inverno per ridurre i livelli di sale. Il rapporto rivela che tra gli anni Sessanta e i Novanta il contenuto medio di sale medio nell'acqua nel basso bacino dell'Amu Darya è più che raddoppiato e che «non è migliorata».

Anche l'inquinamento prodotto da miniere, industrie siderurgiche, petrolifere e chimiche lungo il sistema fluviale e l'inquinamento atmosferico sotto forma di polvere e sale che si produce nell'area disseccata del lago Aral sono grandi sfide per la salute umana.

Il direttore esecutivo dell'Unep, Achim Steiner, spiega che «già nel 1994, la ricerca aveva identificato il delta dell'Amu Darya come un hot spot per l'ambiente e la sicurezza e queste preoccupazioni stanno aumentando, piuttosto che diminuire. Dal punto di vista della sicurezza, poi,  cambiamento climatico, acqua, energia e agricoltura costituiscono le principali aree di interesse di questo rapporto perché rivelano un potenziale di crescente instabilità e anche il conflitto che può nascere dalla captazione delle acque a monte, che riduce la disponibilità e la qualità dell'acqua a valle. Costruire la fiducia, ripensare la produzione agricola, compresi i sistemi di irrigazione, e promuovere la cooperazione per le risorse condivise e le infrastrutture sarà la chiave per lo sviluppo sostenibile in questa parte dell'Asia centrale. Il rapporto indica chiare raccomandazioni su come questo può essere realizzato, con un partenariato tra i Paesi interessati e la comunità internazionale».

Il rapporto sottolinea che per risolvere i problemi esistenti e quelli emergenti «richiederà diplomazia ambientale per promuovere la cooperazione, in particolare riguardo ai focolai tra le nazioni che condividono l'Amu Darya». Nei prossimi 50 anni le temperature nell'area sono destinate ad aumentare di 2-3 gradi centigradi, il che potrebbe portare a significativi cambiamenti ambientali, alcuni dei quali sono già in corso: nelle montagne dell'Asia centrale nell'ultima parte del ventesimo secolo c‘è già stata una significativa perdita dei ghiacciai e sta continuando. Molti grandi ghiacciai si sono ritirati di diverse centinaia di metri e centinaia di quelli più piccoli sono scomparsi del tutto. Ghiacci, neve e pioggia in catene montane come il Pamir sono le sorgenti che alimentano l'Amu Darya, un fiume lungo 2.500 chilometri.

«La rapida crescita della popolazione in Asia centrale e la crescente domanda di acqua in agricoltura possono portare ad una situazione di scarsità d'acqua nei fiumi condivisi da diversi paesi - dice il rapporto - Flussi d'acqua ridotti potrebbe anche portare ad ulteriori sfide, compresi gli impatti sulla biodiversità, l'aumento dell'insabbiamento delle dighe e un più diffuso degrado del suolo».

L'utilizzo di acqua, molta della quale per uso irriguo, è alto, ma solo una frazione dei 7mila-12mila metri cubi per ettaro raggiunge davvero i campi agricoli, più della metà è perso a causa delle perdite in canali e tubazioni e per l'evaporazione. L'Uzbekistan ha avviato diversi progetti per svariati milioni di dollari per ricostruire in parte la sua disastrata rete irrigua, comprese le stazioni di pompaggio, per migliorare le prospettive di oltre 200mila ettari di terre agricole. Il rapporto suggerisce di migliorare il monitoraggio e le previsioni idro-meteorologiche nell'alto bacino dell'Amu Darya e dice che sono necessari più stringenti accordi sul consumo d'acqua tra i Paesi dell'area.

Il più disastrato di questi Paesi, l'Afghanistan è escluso dal quadro regionale di gestione delle acque, ma «aumentare l'irrigazione da falde sotterranee del 20 per cento - avverte il rapporto affrontando la situazione afghana - farebbe aumentare l'estrazione totale afghana di 5-6 chilometri cubici la quantità di acqua estratta. Anche se ancora leggera, è tutt'altro che trascurabile, in particolare nel contesto degli anni secchi». Intanto l'Afghanistan prevede piani per la ricostruzione a lungo termine che puntano sull'energia idroelettrica, con forti conseguenze per le forniture d'acqua a valle.

Secondo Unep ed Envesec «le ricorrenti condizioni climatiche estreme, come la siccità e le temperature invernali estreme, combinate all'aumento della domanda energetica nazionale e regionale, hanno convinto i Paesi a monte che è necessario sviluppare le loro risorse energetiche, in particolare l'energia idroelettrica».

Per esempio: Afghanistan e Tagikistan stanno discutendo i piani per costruire una grande centrale da 4mila megawatt a Dusht-i-Jum lettrica, sul fiume Panj, un affluente dell'Amu Darya. Il Tagikistan ha anche ripreso la costruzione della diga di Rogunche (3.600 megawatt) che sbarra il fiume Vakhsh, un altro affluente dell'Amu Daryandrà. Il rapporto sottolinea che «questi progetti hanno suscitato una forte reazione da parte dei Paesi a valle» e pur riconoscendo che «i governi della regione stanno iniziando a muoversi su molte delle sfide» dice che c'è ancora molto da fare per promuovere la cooperazione allo sviluppo sostenibile e ridurre le tensioni per risorse naturali sempre più limitate.

Un primo passo significativo in questa direzione sarebbe che gli Stati centro-asiatici ratificassero la "Economic Commission for Europe's Convention on the Protection and Use of Transboundary Watercourses and International Lakes" dell'Onu che finalmente permetterebbe di stabilire un quadro giuridico e la responsabilità per la gestione collettiva delle risorse del bacino dell'Amu Darya. Il rapporto chiede anche un maggiore scambio di informazioni tra i vari Paesi riguardo alle proposte e progetti che potrebbero avere un impatto transfrontaliero.

La cooperazione per lo sfruttamento sostenibile delle risorse dell'Amu Darya «potrebbe rappresentare un meccanismo importante per costruire la fiducia e promuovere la cooperazione - conclude il rapporto - I Paesi della regione dovrebbero prendere in considerazione la ripartizione degli oneri in termini di manutenzione delle infrastrutture idriche, ma anche di promuovere misure e tecnologie per l'efficienza idrica. Consultazioni sui costi ed i principi alla base una gestione che funzioni correttamente e su sistemi idrici equilibrati, devono essere effettuate da parte degli stati rivieraschi. La modernizzazione dei sistemi energetici e delle reti elettriche regionali, che dovrebbe continuare, sostenuta da una migliore efficienza energetica e dallo sviluppo di fonti energetiche alternative potrebbero ridurre la necessità di incrementare i progetti idroelettrici».

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