[11/07/2011] News

Alberto Alesina a greenreport.it: «Ribadisco che questa crisi non č quella del '29 e tra 50 anni...»

Nel bel mezzo degli attacchi speculativi contro un'Italia che paga una politica conflittuale e poco credibile da parte dei mercati, greenperport.it ha intervistato sui grandi temi sollevati dalla crisi finanziaria ed ecologica Alberto Alesina, noto economista italiano, professore all'Università Harvard a Cambridge ed editorialista per il Sole 24 Ore ed il Corriere della Sera. Che ringraziamo pubblicamente per la disponibilità.

 

A fine 2008, intervenendo alla conferenza «Liberismo e uguaglianza: come uscire dall'attuale crisi economica?», disse che i paragoni tra l'attuale crisi e quella del 1929 non stavano in piedi: è ancora di quella opinione? E se lo è ancora, perché?

«Assolutamente sì. Nel ‘29 e negli anni seguenti il Pil americano e di molti altri Paesi europei scese di un terzo e la disoccupazione salì al 30 per cento. Nulla di tutto questo è successo con questa crisi finanziaria».

Sempre in quella sede, disse che «la prima lezione sbagliata, più generale, è che questa crisi derivi da un capitalismo senza regole, da un capitalismo sfrenato, senza controllo politico, e che quindi il problema sia il fatto che il liberismo abbia intrinsecamente delle debolezze strutturali. Nicolas Sarkozy, il presidente francese, è un leader di questa interpretazione della crisi». Ma persino Martin Wolf alcuni mesi fa ha sostenuto che «il problema non è tanto prevenire cose non consentite, il problema sono le cose che sono consentite. Non voglio dire che dietro alla crisi finanziaria non ci sia una dose consistente di comportamenti fraudolenti. Come scriveva John Kenneth Galbraith, la pianta del peculato fiorisce sempre in tempi di vacche grasse. Ma la vera catastrofe, come ho scritto la settimana scorsa, sono i rischi che prendono quei giocatori d'azzardo che lavorano legalmente dentro il sistema». Dopo tre anni, peraltro, la crisi non è ancora finita, i subprime sono tornati in gran voga, i debiti crescono e sembrano sempre più vicini i primi default di stati europei. E pure gli Usa tremano...

«Non capisco cosa si intenda per "perfino" Martin Wolf. Martin Wolf può avere ragione o torto. A mio parere Martin ha tratto una lezione troppo protezionista dalla crisi. Le motivazione della crisi sono complesse ed una deregolamentazione dei mercati finanziari fatta male è solo una delle cause. Non è affatto vero che i subprime sono diventati di nuovo in gran voga. Anzi, uno dei problemi di oggi è la cautela con cui le banche prestano soldi all'economia reale. Per quanto riguarda i rischi, se non si prendono rischi non si cresce. I rischi vanno presi. Sarebbe facilissimo evitare qualunque crisi finanziaria in futuro mettendo tante regole che evitino i rischi, ma sarebbe un grande fardello per  l'economia».

Lei ritiene anche che «la seconda lezione sbagliata è che i mercati finanziari non servono a niente, che bisogna restringerne il funzionamento, limitarli ad attività relativamente semplici perché la sofisticazione degli strumenti finanziari non fa che creare instabilità». Non crede, tuttavia, che la finanza almeno sulle materie prime e sulle commodities, essendo per sua natura legata al rischio, possa giocare troppo sulla pelle delle gente? Le rivolte del pane del nord africa e i gridi di dolore della Fao, a mio avviso, rendono l'economia finanziaria un macigno sull'economia reale.

«Non sono affatto d'accordo. Sarebbe un discorso lungo ma la invito a leggere il primo capitolo del mio libro con Francesco Giavazzi intitolato "La crisi" sull'utilità di una buona finanza. Vi è un'enorme letteratura empirica che dimostra come lo sviluppo della finanza sia positivo per l'economia reale. Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio, da un criminale come Madoff a onesti operatori finanziari. Il mondo sta cercando di trovare regole adeguate in un settore molto complesso ma scagliarsi a testa bassa contro la finanza è controproducente. E' un argomento troppo complesso per affrontarlo a slogan».

Nell'analisi lei indicava, invece, tra le "lezioni giuste" da imparare il fatto che «le regole sono state applicate male o i regolatori non sono stati sufficientemente attenti. Senza entrare nei dettagli tecnici, gli "Accordi di Basilea" fissavano regole per la capitalizzazione delle banche che non sono state applicate correttamente; inoltre alcuni operatori finanziari - come le banche d'investimento - sono riusciti a sfuggirvi». Ma verso questi aggiustamenti non mi pare si sia fatto alcunché, o mi sbaglio?

«Sbaglia. In america il Dodd Frank Act, giusto o sbagliato che sia, si occupa anche di quello. Basilea 3 è da molti giudicato troppo restrittivo e si occupa anche di quello».

Sul banco degli imputati sono finite ora le società di rating, l'Ue pare le abbia dichiarato guerra. Ed è stata lanciata l'idea di una loro nazionalizzazione: lei che ne pensa?

«E' un pessima idea nazionalizzare le agenzie di rating, è come imbavagliarle. Soprattutto quando oggi il più grave rischio per l'economia viene dal debito pubblico dei paesi sovrani»

Accanto alla crisi economica, è in corso anche una crisi ecologica. Ormai è opinione anche degli economisti più accreditati. Per affrontarla non si vede altra via che una pianificazione globale degli interventi. Con tutte le difficoltà del caso, già riscontrare nei vari summit mondiali. Ma a partire dall'energia, fino alla materia, la finanziarizzazione dell'economia sempre più spinta ha creato un vulnus tra quello che i governi possono fare e i mercati che non hanno più da tempo attinenza con la scarsità delle risorse, unica base sulla quale costruire un'economia che non le depauperi e le comprometta per sempre. Sempre Martin Wolf alcuni mesi fa ha scritto: «(...) le risorse torneranno ad essere ancora una volta limiti vincolanti, come si sono rivelate tante volte prima del 1800. L'ingegno continuerà a superare la scarsità, o no? Se la risposta è "sì", tutta l'umanità potrebbe arrivare a godere dello stile di vita storicamente senza precedenti dei privilegiati di oggi. Se la risposta è "no", potremmo, invece, cadere vittime di quelli che Morris chiama i «cinque cavalieri dell'apocalisse»: cambiamento climatico, carestia, fallimento dello Stato, migrazione e malattia». Lei che ne pensa?

«Non sono un esperto di ecologia ma non capisco come la scarsità delle risorse non si traduca in un aumento del loro prezzo che riduca il consumo».

L'altro grande tema è quello della variabile tempo: gli Stati, o gli organismi di controllo per meglio dire, dovrebbero avere capacità di risposte veloci almeno al pari di quelle dei trader. Ma questi hanno dimostrato più volte che hanno capacità di decidere e agire - peraltro grazie a algoritmi e macchine - a velocità supersoniche. Con un click si spostano miliardi da una parte all'altra del mondo. Dall'altra parte i tempi giusti sono come minimo quelli dell'analisi del cervello, che poi devono procedere attraverso tutti i "passaggi" burocratici e si fa notte. La variabile tempo è dunque troppo squilibrata a favore dei trader, non crede? E se è d'accordo con questa analisi, come si può intervenire per riportare questi tempi a ritmi più consoni alla realtà delle cose?

«Non sono sicuro di capire bene la domanda. Ma se la burocrazia è lenta non bisogna rallentare i mercati, ma bisogna velocizzare i controllori»

L. Randall Wray, professore di Economics at the University of Missouri-Kansas City e Senior Scholar al Levy Economics Institute of Bard College, sosteneva giovedì scorso sul blog di Nouriel Roubini (http://www.economonitor.com/lrwray/2011/07/06/lessons-we-should-have-learned-from-the-global-financial-crisis) che "All of that is to say that financial reform is deader than Elvis. Nothing can be done until the next Wall Street-induced crash. But I am an eternal optimist-the crash will come soon-and so it is time to enumerate the lessons we should have learned from the GFC so as to prepare the reforms that should have been adopte". Siamo davvero di fronte a una nuova crisi? Se sì, dove si è sbagliato stavolta?

«Non ho idea a cosa il professor Wray si riferisse, ma sono un po' stufo di "catastrofismo". Fra 50 anni questa crisi sarà vista come un incidente sul percorso di una crescita stabile del capitalismo. 2/3 terzi dell' umanità, quella più povera fra l'altro, della crisi non se ne è neanche accorta. Cina, India, Paesi latino-americani e perfino l'Africa crescevano alla grande mentre noi ricchi ci dibattevamo nella crisi».

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