[10/02/2012] News

La speculazione sulle commodity fa danni sociali e ambientali, ma non frutto di una serie di sfortunati eventi

Macché cigni neri. Macché cambiamenti climatici e siccità. Il nemico pubblico numero uno delle commodity - detto per inciso tutte quelle materie prime che ci permettono di far funzionare l'economia e pure di sfamarci - è la speculazione.

«Commodity ostaggio degli speculatori» è il titolo inequivocabile che il Sole24Ore ha dato alla sua inchiesta svolta da Daniela Roveda. Per noi solo una conferma della nostra analisi che ha indicato proprio nella speculazione sulle commodity il cuore dei guai economici ed ecologici mondiali. Quello che in parte ci mancava è la "certificazione" che tutto quanto accaduto negli ultimi anni non fosse frutto del caso o di eterogenesi dei fini, ma il disegno ben preciso di una classe politica sotto i colpi delle corporation.

Due le date storiche indicate dall'inchiesta del Sole: il 2000, quando con il "Commodity futures Modernization act" gli strumenti derivati uscirono dalla regolamentazione della Securities Exchange Commission; e il 2005, quando un'altra legge «caldeggiata da Goldman Sachs rimosse l'obbligo di accantonare riserve di capitale a fronte di possibili perdite per le società di Wall Strett».

Due "freni" tolti che hanno permesso un aumento della speculazione «incontrovertibile» come dimostrano questi dati: «prima del 2000, l'88% del mercato dei futures sul granturco era a scopo di hedging; nel 2008 la percentuale era scesa al 35% e quella gestita dagli speculatori era salita al 65 per cento». L' hedging è in sostanza la strategia di investimento per ridurre il rischio dell'investimento stesso. Un contratto in cui le parti coinvolte si obbligano a scambiarsi, alla scadenza, un certo quantitativo di determinate attività a un prezzo stabilito. In questo modo qualunque sia il raccolto, ad esempio se parliamo di un contadino, non dovrebbe mai rimetterci ed avere la consapevolezza di un guadagno certo. Tutto questo, che era il lato migliore dell'economia finanziaria, è saltato.

Con la seconda iniziativa, quella caldeggiata da Goldman Sachs, è saltato l'altro tappo, perché come spiega il Sole proprio dal 2005 «è aumentato anche il volume di scambi negli indici sui futures delle materie prime, strumenti puramente speculativi dove il petrolio ha un peso preponderante; di conseguenza le fluttuazioni nei prezzi del petrolio hanno contagiato i prezzi di tutte le altre materie prime». Anche a occhi abbastanza inesperti come i nostri appare evidente che oggi siamo esattamente dove queste due iniziative ci volevano portare. Ovvero al caos, nel quale gli speculatori grazie a un'informatizzazione mai vista prima d'ora che permette loro con un algoritmo che innesca macchinette da pochi dollari di guadagnare cifre folli che in nessun modo vengono ridistribuite e mandare pure a gamba all'aria investimenti di milioni di euro. Non solo, il guaio vero è che questa speculazione nascono quei famosi derivati che hanno messo in ginocchio l'economia degli Stati di mezzo mondo. E dopo tre anni ancora si è fatto molto poco per affrontarla.

Anche perché - con un'inquietante simmetria con la battaglia tra ambientalisti ed eco scettici sul global warming - «la ricerca economica non ha individuato un chiaro nesso causale tra l'aumento delle transazioni in futures a scopo puramente speculativo e le fluttuazioni dei prezzi» non solo «ha concluso che i prezzi del petrolio, del grano e del cotone anche in questi dieci anni di ampie fluttuazioni sono stati determinati solamente dai fondametals, ovvero dalle forze della domanda e dell'offerta». Una balla colossale, insomma (dal dicembre 2008 al luglio 2011 il brent è aumentato del 280%) che però ha impedito per dirne una a Sarkozy di far passare in tutta l'Ue la proposta della Tobin Tax.

Fin qui, potremmo dire, gli aspetti negativi, ma c'è il rovescio della medaglia: appurato che tutto quanto sta accadendo non è come dicevamo all'inizio frutto del caso, ma di scelte ben precise, altrettante scelte ben precise -che non è detto siano, sfortunatamente, il semplice ripristino delle regole tolte perché le cose cambiano a velocità spaventose e non lineari - si può ancora porre rimedio e cambiare registro. L'idea di una no fly zone sulle commodity alimentari è al momento una proposta che ci sentiamo ancora di avallare.

Come ci pare più urgente che mai un Consiglio di sicurezza dell'Onu sulle commodity, perché come scrive sempre il Sole, anche nel caso tutte le iniziative contro la speculazione intraprese andassero a buon fine, «il mercato dei derivati sulle materie prime si potrebbe spostare su piazze non regolamentate come Dubai o Singapore». Come noto, infatti, le commodity spostano gli equilibri anche di tutte le filiere sottostanti. A risentirne non sono solo coloro che utilizzano le materie prime e quelli che le producono, ma anche quelli che riutilizzano gli scarti delle materie prime, che sono i riciclatori. Speculare sulle commodity quindi ha un impatto negativo sociale e pure ambientale di enormi dimensioni.

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