[15/10/2007] Recensioni

La Recensione. Progetto per una economia verde di D. Pearce, A. Markandya, E. Barbier

Per inquadrare bene un libro come “Progetto per una economia verde” di David Pearce Anil Markandya e Edward Barbier, è necessario ricordare che questo lavoro fu redatto nel 1989 come rapporto per il dipartimento dell’ambiente del Regno Unito e che ha dato un contributo molto importante a definire i concetti di sviluppo sostenibile e di contabilità ambientale. Realizzato sulla scia del rapporto Brundtland del 1987 e dell’ancor precedente Strategia di conservazione mondiale del 1980 (Iucn), questo lavoro di Pearce è stato quindi uno dei primi tentativi di dare contenuti alla sostenibilità individuando come prerequisito un approccio preventivo alla politica ambientale e non quello reattivo cui si è invece fatto ricorso purtroppo fino a oggi, ignorando quasi del tutto gli avvisi che la comunità scientifica e quella economica hanno dato nel corso degli anni.

Fa male leggere oggi, in attesa di una conferenza di Bali i cui esiti sono tutt’altro che scontati e mentre in Italia si presentano i dati diEcosistema urbano (iniziativa buona in sé, ma che dimostra come sia necessario assumere indicatori di sostenibilità omogenei per tutti e non lasciati alla buona volontà di un’associazione ambientalista e a quella del funzionario del Comune che compilerà il questionario), che nel 1989 un ‘guru’ dell’economia come Davide Pearce nella prima pagina del loro rapporto sosteneva che “la Strategia della conservazione mondiale non ha avuto successo nell’integrare economia e ambiente. Ma le cose sono cambiate, il mondo è diventato più verde e la nostra comprensione dell’interazione ambiente-economia continua a crescere”.

Era il 1989. 18 anni fa. La stessa conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro nel giugno 1992, affermò quello che il rapporto dei consulenti inglesi aveva anticipato qualche anno prima, ovvero che la sostenibilità comporta non solo una riduzione dell´uso delle risorse tale da garantirne il mantenimento per le generazioni future, ma anche una uguale possibilità di accedervi da parte di tutti i popoli della Terra.
Pearce, Markandya e Barbier sottolineano infatti in questo libro che l´equità deve riguardare sia il soddisfacimento dei bisogni dei meno avvantaggiati (equità intragenerazionale), sia quella relativa a un trattamento equo delle generazioni future (equità intergenerazionale).

Ma molto più genericamente, il lavoro dei tre economisti inglesi mirava a dimostrare quanto lo sviluppo sostenibile fosse prima di tutto praticabile e in seconda battuta anche conveniente. Dopo aver quindi chiarito e ampliato il concetto di sviluppo sostenibile coniato dalla Commissione Bruntland eleggendolo a cardine della delle proprietà sistemiche fondamentali delle popolazioni naturali, delle comunità e degli ecosistemi ( ‘produttività’, in termini di numeri di singole specie; ‘stabilità’, capacità di mantenersi in equilibrio; e appunto ‘sostenibilità’ o resilienza, intesa come capacità di adattarsi al cambiamento), Pearce e soci passano nel terzo e quarto capitolo ad analizzare come sia possibile valutare concretamente l’ambiente e come sia quindi possibile per ogni singolo Paese introdurre la contabilità ambientale accanto a quella ordinaria, partendo da una considerazione fondamentale, ovvero che “se lasciamo l’allocazione delle risorse all’operare non controllato del mercato, esso tenderà a utilizzare eccessivamente i servizi degli ambienti naturali”.

E purtroppo l’importanza di una corretta valutazione dell’ambiente come una delle maggiori caratteristiche dello sviluppo sostenibile oggi non è ancora accettata neppure da alcuni sostenitori “della protezione della natura”, ancorati a un’idea dell’ambientalismo unicamente alla (pur indispensabile) salvaguardia.

La seconda parte del libro è quella in cui i tre professori dell’Environmental economics centre di Londra, tentano di proporre suggerimenti concreti e di arrivare a conclusioni condivise e proprio nell’ultimo capitolo si comincia a disegnare quella strategia di misurazione dell’inquinamento (il concetto “chi inquina paga” era stato enunciato per la prima volta dall’Ocse nel 1974) e della “tassa sul carbonio” che troverà la sua applicazione nel protocollo di Kyoto. Ma già allora Davide Pearce e i suoi colleghi ammonivano: “la tassa sul carbonio è uno strumento da prendere in considerazione nel contesto di una convenzione globale sulle emissioni contenti carbonio”.

Infine in questo libro si individua nel risparmio energetico il ruolo maggiore nell’assicurare la riduzioni delle emissioni. Dopo aver premesso che “negli ultimi cento anni la quantità di energia richiesta per produrre una singola unità è diminuita in modo sistematico” (ma aggiungiamo noi è aumentata enormemente la quantità di unità prodotte).

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