[12/10/2007] Urbanistica

Partecipazione e Pit, risponde il garante della comunicazione

FIRENZE. Leggo con molto interesse gli articoli di Mauro Parigi e Renzo Moschini che attengono, oltre a una critica radicale al Pit, alla posizione istituzionale del garante della comunicazione per il governo del territorio e alla partecipazione civica al medesimo. Lo spunto era dato da alcune mie considerazioni su informazione e dibattito urbanistico che ho svolto in un recente articolo sulle pagine locali de “la Repubblica”.

Sul Pit e sulla lettura alternativa (a quella di Moschini e Parigi) che esso merita è stato detto e ridetto tutto e in ogni sede, istituzionale e non. Il Pit è oggi parte dell’ordinamento regionale. La sua messa in opera ci dirà chi aveva torto e chi ragione. Per l’intanto oggi registriamo un mutamento profondo di aspettative sia nelle amministrazioni che negli operatori che va in direzione opposta a quella temuta dai suoi detrattori. Ma è una replica che, nella mia posizione attuale, non mi compete. La questione che intendevo porre in quel mio articoletto riguardava altro. Cioè il ruolo dei giornali e dei media circa le vicende del governo del territorio nella nostra regione. La questione non era né e se e quanto si parli del pit o se esso goda di buona o pessima stampa.

Osservavo solo che, se c’è conflitto, c’è notizia. Se ci sono discussione, argomentazione, con-fronto di idee, ipotesi o valutazioni anche divergenti o del tutto giustapposte, ma che non si tra-ducono in “scontro” o in reciproca accusa, la cosa difficilmente viene riportata alla pubblica o-pinione. E’ solo un dato, banalissimo e di pacifica evidenza. Non varrebbe neppure la pena rile-arlo di questi tempi se non per rimarcare come tutto questo non aiuti quella partecipazione pubblica al governo del territorio fondata sul libero confronto di visioni, analisi e argomenti, e rischi invece di schiacciarla sotto il peso di meno liberi conflitti ideologici. E mi permettevo di rilevare che la partecipazione è tale, l’ho scritto più volte, se è vigile, critica e anche conflittuale se necessario (perché il territorio e il suo governo sono arene politiche per eccellenza) ma è efficace se sa anche essere “deliberativa” nel senso vero della parola, cioè fondata su argomenti che sanno formarsi e confrontarsi durante lo stesso svolgersi del processo partecipativo. Altrimenti quello stesso processo diventa una corrida che declama posizioni predefinite o una sorta di refe-rendum che semplifica e banalizza tutto in un sì o in no, mentre qualunque questione territoriale è di incomprimibile complessità. Se tale complessità non ci fosse, non ci saremmo dovuti inventare articolati strumenti di governo come la Pianificazione pubblica del territorio.

E, per ciò stesso, ritenevo e ritengo che giornali e media debbano meglio informare sulle questioni e gli argomenti in discussione prima di filtrarli al setaccio della mera registrazione del confliggere delle posizioni e dei giudizi di valore. Tutto qui. So bene che è un pio desiderio ma qualcosa di meglio si può fare. Ad esempio, il modo in cui la stampa locale sta finora trattando Castelfalfi è, nell’insieme, un buon aiuto a un processo partecipativo importante, impegnativo e che occorre garantire nella sua massima pubblicità e qualità informativa.

L’opacità dei processi di governance, mi sembra un altro punto sollevato. Si, vanno resi più chiari e leggibili nei loro presupposti, nei loro percorsi, nelle loro conclusioni e nelle responsa-bilità che mobilitano. Sono convinto che l’ordinamento toscano del governo del territorio abbia tutti gli strumenti per riuscirvi, anche se la strada è ancora lunga e difficile perché la società chiede si partecipazione collettiva ma anche decisioni certe e rapide. Il pit, leggendo la legge 1 in senso evolutivo, affronta la questione sotto un profilo che a me pare centrale, quello dell’efficacia della pianificazione e degli atti di governo del territorio. Nel senso che solo proce-dimenti organizzati per essere aperti e partecipati assicurano la condivisione necessaria affinché scelte e decisioni trovino quella legittimazione civica che ne sostiene la messa in opera. Ed è in questa prospettiva che si inseriscono i garanti della comunicazione tanto a livello locale come regionale: un istituto probabilmente sottovalutato nella prima applicazione della legge 1 e che ora si manifesta come una funzione dalla cui attività dipende non poco di quella stessa efficacia.

Il regolamento sul garante regionale è quanto mai esplicito sul punto e se si ha la pazienza di leggersi queste disposizioni insieme a quanto prevede la legge 1, si vede che il garante non è una authority (come ad esempio, nel débat public francese) e non è neppure un “arbitro” tra cit-tadini e amministrazioni che si contrappongono. Ma per l’appunto un organo che a), deve assi-curare che la partecipazione possa aver luogo e che di partecipazione si tratti; b), che si prodighi perché la partecipazione possa avvalersi di una qualità informativa a favore dei cittadini, orga-nizzati e non, tale da renderla effettiva ed efficace; c), che si impegni perché la partecipazione diventi pratica comune non solo a livello regionale ma nell’insieme del sistema amministrativo toscano e dunque nei suoi enti locali, senza tuttavia poter ingerirsi nelle modalità autonome con cui ogni Comune e ogni Provincia daranno corso al ruolo dei rispettivi garanti. Sta in questa tri-plice funzionalità del garante regionale la sostanza della sua missione. E la sua terzietà va ap-punto giudicata sul piano sostanziale, nel come e nel quanto avrà saputo interpretare detta mis-sione, ben più e ben prima che nei criteri che avranno presieduto alla sua nomina. La quale (vedi l’art. 3 di detto regolamento) presuppone il garante come organo dell’amministrazione regionale in funzione della partecipazione civica al governo del territorio, non come organo “altro” dall’amministrazione stessa. Proprio perché è l’amministrazione regionale in sé che assume la partecipazione come propria pratica di governo, non come pratica “alternativa” al pubblico am-ministrare.

Ebbene, e vengo al punto di critica, in particolare contenuta nell’articolo di Mauro Parigi, che riguarda il ruolo che mi trovo a ricoprire. Aver contributo alla formazione del pit insieme ai tan-ti, che dentro e fuori la Regione, hanno creduto in un progetto innovativo lungo un processo pubblico durato anni di discussione e riflessione altrettanto pubbliche, non pregiudica certo l’impegno a interpretare la missione del garante ai fini che ho sopra richiamato. Anzi, proprio aver collaborato al pit e tenere molto al suo successo, è uno stimolo essenziale a rendere effettivo uno degli strumenti centrali della sua efficacia: per l’appunto il metodo della partecipazione nella sua messa in opera. Per questo è bene attendere i fatti e i comportamenti concreti, poi ognuno avrà argomenti per giudicare se l’attuale garante sarà stato o meno adeguatamente “terzo”. Fatti e comportamenti per i quali saranno benvenuti e preziosi suggerimenti, idee, proposte e critiche da chiunque provengano per la migliore applicazione delle regole che ho sopra ri-chiamato. Altro naturalmente è la delegittimazione pregiudiziale.

Infine, la legge regionale sulla partecipazione. Anch’io ne sono un convinto fautore (anche fra gli stessi detrattori del pit, coloro con i quali ne abbiamo più volte parlato, lo sanno bene). La at-tendo come una innovazione importante per la stessa cultura amministrativa. Nel frattempo, però, cerchiamo di sfruttare bene lo strumentario che già abbiamo, tra cui anche l’istituto del garante per contribuire a nuove pratiche nel governo del territorio in Toscana (vedi la stessa vi-cenda in itinere di Castelfalfi) e per rendere così il terreno più propizio a una proficua applica-zione anche della nuova legge.

* Garante della comunicazione della Regione Toscana

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