[12/10/2007] Aria

La Oroya, Norilsk, Chernobyl: i tre peggiori inferni delle dieci città più inquinate del mondo

LIVORNO. Sumgayit in Azerbaijan, Linfen e Tianying in China, Sukinda e Vapi in India, La Oroya in Perù, Dzerzhinsk e Norilsk in Russia, Chernobyl in Ucraina, Kabwe in Zambia, sono questi i dieci inferni ambientali della terra, la sporca decina del mondo, la “World´s worst polluted places 2007”.

La classifica dei cattivi l’ha stilata, come ogni anno, il Blacksmith institute e nel 2007, per il secondo anno di fila, le più inquinate del pianeta sono le città di La Oroya e Norilsk, insieme naturalmente a Chernobyl.

Metalli pesanti e diossido di zolfo sono stati trovati sia nell’aria che nella quasi totalità della popolazione. Due continenti, due emisferi, due popolazioni e lo stesso inquinamento.

La Oroya (nella foto), un piccolo centro delle Ande peruviane, e Norilsk, una località russa a nord del circolo polare, sono entrambe da più di 80 anni sedi di prospere industrie minerarie che oggi sono accusate di aver provocato l’inquinamento di vasti territori e l’avvelenamento della popolazione.

I colpevoli di questo disastro sarebbero in particolare due imprese: la Doe Run Peru a La Oroya, e la Norilsk Nickel in Russia, che scaricano senza ritegno sostanze tossiche.

Il complesso metallurgico di La Oroya dà però da vivere alla maggioranza dei 35 mila abitanti della cittadina omonima, ed è dal 1997 di proprietà di una multinazionale americana che estrae e tratta rame, piombo, zinco ed altri metalli.

Secondo il ministro della sanità peruviano il 99,9% dei bambini di La Oroya ha un tasso di piombo superiore al massimo accettabile fissato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Le emissioni di anidride solforosa (SO2) della fabbrica, 800 tonnellate al giorno, sono 4 volte più elevate del limite fissato dallo Stato e metalli pesanti vengono liberati nell’aria. Questo sta provocando numerosissimi casi di ritardi mentali, cancro al polmone e malattie diverse.

Ma la Doe Run rifiuta ogni responsabilità ed ogni piano di risanamento ambientale per «la cattiva salute finanziaria» dell’impresa che non potrebbe sopportare gli investimenti richiesti e minaccia di chiudere tutto ed andarsene, tanto che gli operai hanno manifestato contro le misure di risanamento ambientale chieste dal governo peruviano e che le Ong avevano considerato insufficienti.

«La Oroya non può aspettare – hanno scritto in un comunicato comune l’associazione interamericana per la difesa dell’ambiente e la Società peruviana dei diritti ambientali - l’applicazione dell’attuale programma non risolverà che una minima parte dei problemi di salute pubblica».

A tredicimila chilometri di distanza lo scenario cambia di poco. Norilsk, fondata nel 1935 intorno a un gulag che sfruttava le miniere esistenti, è diventata poi un centro dell’industria sovietica che è stato privatizzato nel 1994, diventando la Norilsk Nickel, primo produttore mondiale di nichel e di palladio, e maggior produttore d’oro della Russia, l’impresa a più alto rendimento del Paese nel 2006, tanto che recentemente ha investito in Canada ed Africa.
L’azienda russa è ancora meno trasparente della sua gemella peruviana: nega qualsiasi coinvolgimento nell’inquinamento della regione di Norilsk, e respinge ogni critica ambientale, pur emettendo circa 2 milioni di SO2 all’anno, più di quattro volte di quelle dell’intera Francia; scarica ogni anno 70 milioni di acqua inquinata nei fiumi; nell’intera area ci sono le stesse tragiche conseguenza sanitarie di La Oroya, tanto che nel 2007 è stata proibita la raccolta di funghi in un raggio di 50 chilometri intoro alla fabbrica di Norilsk.

Per difendersi la Norilsk Nickel sventola un piano di protezione ambientale da un miliardo di euro e la responsabile delle relazioni pubbliche, Elena Kovaleva, assicura che «Le emissioni inquinanti sono calate dopo il 2003, e diminuiranno ancora. Abbiamo previsto di modernizzare tutte le nostre installazioni entro il 2015». Secono lei le emissioni sono quotidianamente adattate alla qualità dell’aria e la Norilsk Nickel ha messo in campo programmi di sensibilizzazione ai problemi sanitari.

Un discorso che non convince Alexey Kiselev, portavoce di Greenpeace Russia: «Il Piano evocato è ambizioso. Ma manca di finanziamenti e di volontà nella parte dell’accordo che è sostenuto dallo Stato. Il loro raggiungimento entro il 2015 lascia scettici».

Le due imprese, russa e peruviana, hanno mandato addirittura una lettera di protesta al Blacksmith Insitute, per contestare la loro inclusione nella poco onorevole classifica, ma mentre giurano sui loro impegni ambientali, sfruttano complicità governative per non metterli in atto e, come ha fatto la Doe Run Peru. Respingono ogni richiesta di risanamento, mentre la Norilsk Nickel ha vinto un processo per far annullare la tassa sull’inquinamento che gli era stata imposta.

In quanto a Chernobyl c’è poco da aggiungere, permane, nonostante le speranze dei più accesi nuclearisti, una immane catastrofe ambientale, umana e faunistica che il mondo si porterà dietro, come monito concreto, per moltissimo tempo ancora.

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