[01/10/2007] Urbanistica

Fioriscono i porti toscani. Appassisce la costa?

LIVORNO. Ieri esultava l’Unità, contenta perché dopo 50 anni il centrosinistra pisano è risuscito a mettere la parola fine alla vicenda del porto turistico di Marina di Pisa: i lavori per l’ormeggio di 500 barche prenderanno il via fra una settimana e dovrebbero essere terminati nel 2011. Oggi “La Repubblica” illustra le magnifiche sorti progressive della portualità turistica italiana, mentre il Tirreno plaude all’avvio di Marina di Pisa e illustra una vera e propria pioggia di nuovi porti e porticcioli che dovrebbero sorgere sulla costa toscana per saziare la fame di approdi sicuri della nautica da diporto, alla quale stanno strette le 57 strutture di approdo esistenti in Toscana e gli oltre 24mila posti barca (ufficiali) già oggi disponibili.

Ma quello che sembra ancora meno gradito è il vecchio Piano dei porti e degli approdi turistici, con i suoi standard urbanistici e di sevizi, che infatti la regione sta rivedendo e del quale ha più volte annunciato la prossima approvazione. Intanto le proposte e le conferme di strutture che aspettano di essere realizzate da decenni si sprecano e quasi tutte hanno il fine di eliminare gli ormeggi (che però spesso, come succede all’Elba, vengono semplicemente trasferiti in altri luoghi appetibili) e aumentare i posti barca protetti da nuove o allargate strutture portuali attrezzate.

I nuovi porti vedono quasi sempre l’opposizione degli ambientalisti e spesso dei locali preoccupati del loro impatto ambientale e paesaggistico e di essere “sfrattati” con le loro piccole imbarcazioni per far posto a yacht e mega-yacht, ma la nuova moda politico-amministrativa è quella di giustificarli con il riordino portuale, l’efficienza e soprattutto con l’ambiente, con necessità di limitare l’impatto degli ormeggi, liberi o organizzati, sui fondali marini. Di solito però i nuovi porti turistici all’interno di strutture esistenti ed ampliate, producono posti in sicurezza per imbarcazioni grandi o medie e nuovi campi boe dedicati ai locali in aree più esposte, e quindi aumentano l’impatto sull’ambiente.

Secondo il masterplan della regione Toscana, la portualità turistica dovrebbe cambiare radicalmente: aumento fino a 350 posti barca, del già criticatissimo porto turistico di San Vincenzo; trasformazione in approdi turistici di sezioni dedicate dei porti di Viareggio, Mediceo di Livorno, Foce del Cecina, Santo Stefano, Marciana Marina e Portoferraio (350 posti barca a San Giovanni). E poi ci sono le previsioni di 3 nuovi approdi solo a Livorno (Ardenza, Antignano, Quercianella); 4 in provincia di Grosseto (porto canale di Castiglione della Pescaia, Talamone, Porto Ercole, Giglio Porto), 5 all’Elba (Rio Marina, Cavo, Marina di Campo, Mola a Capoliveri, alcuni dei quali praticamente realizzati), senza contare il fiorire di strutture “provvisorie” e a volte abusive, di ormeggi destinati ai locali che spesso diventano a pagamento per il transito, di centinaia di corpi morti installati, come ha denunciato Legambiente all’Elba, senza che gli strumenti urbanistici lo prevedessero. E senza contare le richieste che vengono dalla costa più a nord della Toscana, da Massa e Carrara che reclamano nuovi porti turistici anche per loro, e da Piombino che forse non si accontenterebbe di un solo porto turistico in più.

Intanto in Finanziaria vengono inseriti 34 milioni di euro per le isole minori che dovrebbero andare a energia e concorrenza, ma anche ai trasporti, una bella fetta dei quali dovrebbe arrivare ai 10 comuni dell’Arcipelago toscano (poco meno di un terzo dei comuni delle piccole isole italiane), «E’ sicuramente una buona notizia – dicono a Legambiente Arcipelago – ma un po’ di preoccupazione ce l’abbiamo, visto che nel precedente Dupim (Documento unico programmatico per le isole minori n.d.r.) sei comuni elbani proposero 10 nuovi porti e approdi turistici, compresi due porti canale, per più di 3.000 nuovi posti barca, per 130 miliardi di lire di finanziamenti, in appena 140 chilometri di costa isolana dove esistono già 6 porti e una miriade di campi boe in baie ridossate. Molti di quei porti erano in contrasto con il piano regionale o nemmeno previsti »

E’ preoccupante vedere, scorrendo semplicemente le località previste e candidate, come spesso le nuove strutture coincidano con coste dove sono in corso avanzati fenomeni di erosione che hanno già bisogno di continui e costosi ripascimenti e compromettono le attività turistiche balneari e, a volte, nelle aree più sensibili dal punto di vista ambientale e lungo le coste delle isole.
«Anche se l’utilità economica di una significativa attività nautica appare incontestabile – dice Sebastiano Venneri, responsabile mare di Legambiente - è altrettanto evidente che troppo spesso le proposte di piani per la portualità turistica appaiono condizionate da alcune presunte esigenze che tendono ad appesantire più del necessario l’infrastrutturazione del litorale. Si afferma infatti comunemente che i porti turistici devono avere una grande dimensione, per ragioni di economia di gestione: ma accettare indiscriminatamente questo principio significa ignorare la distinzione di funzioni tra i porti stanziali, destinati a servire da basi logistiche permanenti, ed i porti di scalo, da utilizzare su base stagionale come semplici punti di tappa durante le crociere estive. E’ evidente che i porti del secondo tipo non richiedono né le dimensioni né il complesso di servizi che devono caratterizzare i porti stanziali.

Da sfatare anche la presunta esigenza di attrezzare l’intero sviluppo costiero italiano e toscano con una catena ininterrotta di porti a brevi distanze di navigazione uno dall’altro. «Già oggi è elevatissimo il numero di imbarcazioni che dai porti di Liguria, Toscana e Lazio migrano verso Corsica, Sardegna, Arcipelago toscano – dice Venneri - coprendo tratte in mare aperto anche dell’ordine di centinaia di miglia. E’ dimostrato che appena ci si allontana dai principali bacini di utenza, la possibilità di realizzare porti turistici in termini aziendali, utilizzando esclusivamente capitali privati, sussiste solo quando si accetti di abbinare alla realizzazione dei porti delle grosse operazioni immobiliari. Un modello di sviluppo di questo tipo è esemplificato da quanto accaduto nelle Baleari, specie a Maiorca, dove i numerosissimi porti turistici sono soltanto "garage da barche" dei complessi turistici realizzati a filo di costa. C’è insomma un rischio reale – conclude Venneri - che dietro l’obiettivo ufficiale dello sviluppo possano nascondersi interessi per operazioni immobiliari sul litorale o per costruzioni di porti inutili a carico della collettività».

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