[27/09/2007] Comunicati

Global warming: è l´ora dei fatti e degli strumenti per determinarli

LIVORNO. Una cosa è certa: quando si tratta di far spettacolo gli Usa sono i numeri uno al mondo. Qualcuno si ricorderà quando nel 1985 l’Etiopia fu colpita da una tremenda carestia e Usa for Africa, un supergruppo di celebrità della musica pop, scrisse una celebre canzone (We are the world) i cui proventi furono donati al governo del paese allo stremo delle forze. Furono raccolti in tutto 50 milioni di dollari. La stessa idea è stata alla base del più recente mega-concerto Live Earth, dedicato stavolta ai cambiamenti climatici. Tutto bene, ci mancherebbe altro, ma il punto è che negli Usa anche quando si è armati dei migliori propositi (e purtroppo la cosa sta succedendo anche fuori dai confini statunitensi) spesso si finisce più che altro a Hollywood o su un palco con un microfono in mano.

Come si può inquadrare diversamente anche il summit di Clinton ieri a New York? Parata di stelle, tra le quali proprio Bono degli U2 già protagonista di Usa for Africa, tanti buoni e buonissimi propositi, coriandoli, stelle filanti, cappellini a sonagli e frasi ad effetto. Bello, emozionante da scaldare il cuore, ma sorge spontanea una riflessione: se Clinton quando era presidente degli Usa avesse ratificato il protocollo di Kyoto forse oggi qualcosa di concreto (poco o tanto non si può dire) in più si sarebbe fatto. Ad esempio Bush probabilmente non starebbe facendo un vertice in queste ore proprio per cercare l’alternativa a Kyoto. E Cina e India, sarebbero forse incalzate da un governo che chiede loro non – come sta facendo - un gentlemen´s agreement ma vincoli da rispettare sulle emissioni.

Semplificazioni, è vero, ma pur sempre scenari possibili se al posto degli spot ci fossero in piedi azioni cogenti. Perché va benissimo che Michael Moore faccia il cinema di denuncia, che Al Gore faccia il paladino dell’ambiente, ma alla Casa Bianca ora c’è George W ed è con lui che, fino al termine del mandato, si devono fare i conti. Ed è l’Onu, e non uno stadio o la sala di un cinema, il luogo dove si devono e dovranno fare le scelte che – forse – potrebbero migliorare il futuro del pianeta. A meno che, alle Nazioni Unite non si riconosca più questa funzione, ma allora qui siamo in un altro campo. Quello dove si discute a chi spetti di fare che cosa. E speriamo davvero di non essere immersi in questa discussione che dilaterebbe ancora di più i tempi.

Crediamo invece, che questa sia la fase in cui si fanno le scelte difficili. Quelle che puntano alla mitigazione e all’adattamento rispetto ad un corno del problema sostenibilità (l´altro è il negletto flussi di materia): il cambiamento climatico. Serve una governace allo stesso livello in cui si determinano le decisioni dell´economia globalizata, altrimenti con gli show si sensibilizzerà certamente sempre più l’opinione pubblica sul tema dei cambiamenti climatici, ma sul piano operativo non si otterrà praticamente nient’altro che qualche buona azione a livello più o meno individuale e/o di gruppo. Importante certamente, ma non determinante.

Senza una riconversione ecologica di questa economia globale sempre più “finanziarizzata”, non c’è futuro sostenibile su questo pianeta. Con buona pace dei pur virtuosi intenti di Clinton, Al Gore e compagnia cantante. Questo è il tempo delle scelte difficili in cui si deve individuare il livello dove è possibile compierle. Dove alla fine delle conferenze si danno risposte, gambe a progetti concreti. Finanziamenti, quindi, tasse, vincoli, incentivi, quello che chiedono, paradosso dei paradossi, gran parte delle multinazionali americane (solo per fare un esempio). Che hanno certamente i loro interessi e avranno certamente fiutato l´aria, ma perché lo stesso non fa la politica? Se non vogliamo segare il ramo dove siamo seduti serve dunque un salto di qualità che permetta di passare dalla discussione all’azione. E perciò all´individuazione degli strumenti con i quali è possibile agire.

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