[25/09/2007] Comunicati

Andare oltre Kyoto

BRUXELLES. Il grande negoziato è alle porte. A Dicembre, con la Conferenza delle Parti di Bali, si aprirà la lunghissima trattativa per la scrittura del trattato internazionale che sostituirà il Protocollo di Kyoto. I grandi attori politici ed economici si stanno posizionando. C´è chi, come l´amministrazione Bush, organizza iniziative di disturbo. C´è chi, come la Cina di Hu Jintao, lascia intuire la disponibilità ad assumersi nuove responsabilità. E c´è chi, come i paesi in via di sviluppo, teme che questa conferenza internazionale diventi l´occasione per porre un ulteriore ostacolo alle loro aspirazioni di crescita.

E questo è il nocciolo del problema, il punto su cui si giocherà tutta la partita e su cui l´Unione Europea dovrà dimostrare le sue capacità di leadership globale: è possibile produrre un trattato che sia insieme efficace nella riduzione delle emissioni ed equo nei confronti dei paesi in via di sviluppo?
Quando noi politici europei ci impegniamo a ridurre del 20% le emissioni di gas serra, otteniamo un discreto numero di applausi dalle nostre opinioni pubbliche, complessivamente molto sensibili ai temi ambientali. Ma dall´altra parte del mare, cosa pensano?

Inutile nasconderci che molti pensano una cosa sola: "ecco i soliti ricchi occidentali, hanno trovato un nuovo trucco per bloccare il nostro sviluppo". In queste condizioni, per la lobby della CO2 non è difficile convincere i policy maker delle economie emergenti che ogni limite alle emissioni di gas ad effetto serra sarà un limite allo sviluppo loro sistema industriale. Se l´occidente ha costruito il suo benessere vomitando nell´atmosfera miliardi di tonnellate di schifezze, perché loro non dovrebbero avere lo stesso diritto?
Corriamo quindi il rischio che si crei una saldatura tra le posizioni dei paesi più inquinanti (e che non hanno nessuna intenzione di cambiare rotta) e i paesi che inquinano poco ma che considerano il diritto ad inquinare una conseguenza del diritto alla crescita economica. Questo è l´obiettivo del fitto lavoro diplomatico dell´amministrazione Bush, come si è visto durante il vertice APEC (paesi dell´Oceano Pacifico) e come vedremo tra qualche giorno a Washington.

La corrispondenza tra diritto ad inquinare e diritto alla crescita, è una tesi suggestiva e rischia di ottenere molti consensi; anzi, rischia di essere l´elemento chiave nel far fallire il Kyoto2.
Ma i dati i dati scientifici ci dicono che questa tesi è falsa. Per due ragioni: 1) quando i paesi in via di sviluppo arriveranno a godere pienamente del "diritto ad inquinare", il petrolio starà finendo e il prezzo avrà raggiunto livelli proibitivi. Tanti investimenti per raggiungere un modello di sviluppo ormai in dismissione. 2) il costo dell´adattamento ai cambiamenti climatici sarà un freno alle possibilità di crescita dei paesi in via di sviluppo.

E´ quindi necessario che l´Unione europea si presenti al negoziato con una strategia che dia risposte utili anche per gli altri attori internazionale. Innanzitutto le economie emergenti più dinamiche: Cina, India, Brasile. Questi paesi hanno ben chiari i rischi del cambiamento climatico, ma non metteranno in pericolo i propri tassi di crescita. Ed è principalmente a loro che dobbiamo dare prova concreta che una riconversione dell´economia verso un modello a basse emissioni è fattibile e conveniente. Per questo dobbiamo onorare, fin da subito, gli impegni presi in questi anni per un aumento dell´efficienza energetica e per le energie rinnovabili. Sarà uno sforzo utile per la salute del clima globale, ma anche un investimento in tecnologie con un mercato in continua espansione.

Parallelamente l´Unione europea dovrà guardare ai paesi in via di sviluppo e in primis all´Africa. Attualmente l´Africa, 800 milioni di abitanti, ha emissioni paragonabili alla quota di emissioni dell´Alaska, con 600 mila abitanti. Ma il surriscaldamento globale colpisce principalmente il continente africano, non l´Alaska. Il 4° Rapporto dell´IPCC stima che 75-250 milioni di persone vedranno peggiorare drasticamente le proprie condizioni di vita a causa della diminuzione delle precipitazioni. Chi ha meno responsabilità, paga di più.

Nei confronti di questi paesi l´Unione dovrà agire anche attraverso aiuti diretti per affrontare l´adattamento ai cambiamenti climatici in corso. Un primo passo è già stato fatto, con la presentazione da parte della Commissione di un piano di aiuti finalizzato all´adattamento. Ma sarà ancora più importante se, superando la logica emergenziale, costruiremo un partenariato diretto Africa-UE sul campo delle energie rinnovabili. Le nuove tecnologie rappresentano una possibilità di sviluppo per i paesi africani. Uno sviluppo indipendente dal petrolio e basato sulla produzione e consumo di energia sul territorio.

Se l´Unione europea saprà farsi interprete delle esigenze di questi paesi, sono convinto che riusciremo a trasformare il Kyoto 2 in un´occasione per riscrivere le regole di un´economia fondata sull´ipersfruttamento delle risorse naturali. Sul tavolo del negoziato che comincia con la Conferenza delle Parti di Bali l´elemento determinante sarà la capacità europea di proporre un modello di sviluppo globale più sostenibile e più equo.

*capogruppo Pse in Commissione Ambiente al Parlamento europeo

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