[24/09/2007] Comunicati

Amazzonia: la ricchezza dura poco, il disastro ambientale rimane

LIVORNO. Negli ultimi 30 anni sono stati tagliati 700 chilometri quadrati di foresta Amazzonica, il 17% della superficie originale della più grande foresta tropicale del mondo, come risultato si è avuto la devastazione di habitat, conflitti violenti per la terra ed un accrescimento economico rapido quanto effimero. Il taglio della foresta provoca infatti un boom iniziale di prosperità grazie al prelievo di materie prime, quasi sempre illegale, però questa ricchezza dura al massimo 20 anni. Dopo, soprattutto a causa di inondazioni dovute a piogge abbondanti, l’attività agricola si fa sempre più difficile e quando le risorse scarseggiano gli insediamenti umani, anche quelli strutturati amministrativamente, tendono a collassate, soprattutto quelli interessati da attività mineraria.

La dinamica è stata illustrata nel recente studio “El avance de la frontera en la Amazzonia, del boom al colapso", pubblicato dai ricercatori Adalberto Veríssimo e Danielle Celentano, dell’Istituto Hombre y el Medio Ambiente de la Amazonia (Imazon), che analizza gli indicatori economici, sociali e ambientali dell’Amazzonia. Lo studio descrive la deforestazione come un’onda che sembra portare lavoro e sviluppo per la popolazione ma presto si abbatte con violenza e degradazione sulle risorse naturali. Intanto «i conflitti diminuiscono, così come i benefici della vendita di materie prime, che sono soprattutto di origine predatori – ha detto Celentano in una intervista alla Federazione dei giornalisti ambientali (Ifej) - posto che agricoltura e allevamento non possano assorbire la stessa quantità di mano d’opera né generare gli stessi guadagni».

Gli esperti hanno diviso i 770 municipios amazzonici brasiliani in 4 zone: non forestale, che comprende il 24% della la superficie con siti di transizione tra savana, “cerrado” e selva; in via di sfruttamento (14%, con 26 municipios); già deforestata (10%, 218 municipios); forestale (52% della regione con un taglio forestale del 5%). La distruzione della foresta ha comportato più danni che vantaggi per l’economia locale, un conto che però dovrà pagare tutto il pianeta: l’Amazzonia produce circa l’8% del prodotto interno lordo brasiliano, ma la deforestazione sarebbe responsabile di quasi il 70% delle emissioni di gas serra di quel Paese.

I grandi proprietari terrieri brasiliani ribattono che anche statunitensi ed europei hanno tagliato i loro boschi per crescere, e quindi anche loro hanno diritto a farlo, ma il Pil procapite (2.300 dollari all’anno) in Amazzonia è cresciuto di appena l’1% negli ultimi 15 anni ed è circa il 40% in meno della media del Brasile.
Lo studio fa l’esempio del municipio di São Francisco do Pará, prima molto ricco grazie allo sfruttamento della foresta, ma oggi che il 96% della selva è scomparso il 62% dei suoi 14 mila abitanti è povero, mentre il 31% è indigente. Una situazione diffusa in molti municipi del Parà: a Primavera, dove la deforestazione ha raggiunto il 95%, il Pil è calato del 20% negli ultimi 20 anni e circa la metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno.

Una situazione che ha forti risvolti sociali: in Amazzonia avviene il 60% degli assassini denunciati nelle zone rurali del Brasile, quasi la metà di questi in aree a forte disboscamento, intanto i conflitti per la terra sono saliti da 156 a 328 e dei 12 mila casi di schiavitù documentati in Brasile tra il 2003 e il 2006, l’85% erano nell’area amazzonica. Nelle zone non forestali più secche ai margini dell’Amazzonia, dove invece esiste un’attività manifatturiera ed un’agricoltura consolidata, il crollo economico e sociale non si presenta. Sarà anche per questo, e per l’intensificarsi dei controlli ed il calo dei prezzi di alcuni prodotti, che il tasso di deforestazione è in calo (25% nel 2005/2006 e forse il 30% quest’anno) con “solo” 10 mila chilometri quadrati negli ultimi 12 mesi, la superficie minore da quando vengono effettuati controlli satellitari sulla foresta amazzonica. Ma Greenpeace denuncia le nuove richieste di deforestazione da parte di grandi agricoltori che vogliono capitalizzare con nuove terre i recenti guadagni: il 20 agosto scorso a Juína, nel Mato Grosso, i produttori rurali hanno cacciato, con l’appoggio del Sindaco, due giornalisti francesi e sette attivisti indigeni e di Greenpeace che volevano accedere ad un’area disboscata del Río Preto che apparterrebbe agli indios enawene-nawe.

«Le città della frontiera agricola dell’Amazonia sono terra senza legge – dice Marcelo Marquesina, un ingegnere forestale che cura la campagna Amazonia di Greenpeace - La reazione dei produttori rurali qui é normale. Per loro il nostro obiettivo è quello di ostacolare i progetti agricoli e di allevamento».
Recentemente, su denuncia di Greenpeace, sono stati sospesi 99 progetti di assestamento rurale avviati dopo il 2005 dall’Instituto nacional de colonización y reforma agraria (Incra) nel Pará. Greenpeace sostiene che l’Incra ha accelerato la creazione di “asentamientos” in aree ricche di foreste per sostenere gli interessi delle imprese minerarie, del legname e le industrie legate ai biocarburanti.

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