[24/09/2007] Consumo

Fao: più carne uguale più malattie?

LIVORNO. Secondo il recente rapporto della Fao “Produzione industriale zootecnica e rischi globali per la salute” «la produzione di alimenti animali su scala globale sta subendo una grande trasformazione che potrebbe comportare un incremento del rischio di trasmissione delle malattie dagli animali all’uomo. Nel futuro, il rischio di trasmissione delle malattie dagli animali all’uomo aumenterà a causa della crescita della popolazione, sia umana che animale, dei cambiamenti dinamici nella produzione zootecnica, della nascita di reti agroalimentari su scala mondiale, e del notevole incremento della mobilità di persone e di beni».

Per Joachim Otte, esperto di politiche zootecniche della Fao «Non vi è dubbio che il mondo debba dipendere da alcune tecnologie proprie dei sistemi intensivi di produzione degli alimenti animali. Ma si dovrebbe evitare l’eccessiva concentrazione di capi di bestiame nelle unità di produzione industriale su larga scala e si dovrebbe investire in modo adeguato per innalzare il livello di biosicurezza e migliorare il sistema di monitoraggio delle malattie, a salvaguardia della salute pubblica».

Intanto però l’aumento della popolazione mondiale e la crescita economica di Paesi come la Cina fanno lievitare la domanda di carne e di altri prodotti di origine animale, richiedendo una maggiore produzione e densità di bestiame che viene allevato sempre più in prossimità dei centri urbani, dove ormai vive la metà del genere umano. La produzione zootecnica industriale si concentrata e utilizza un numero sempre minore di razze più produttive.

«Questi sviluppi – spiega Joseph Domenech, veterinario ufficiale capo della Fao - comportano conseguenze potenzialmente gravi per il rischio di malattie a livello locale e globale; un rischio a tutt’oggi non abbastanza riconosciuto dai responsabili politici».

A livello mondiale i sotto-settori zootecnici a più alta crescita e industrializzazione sono le produzioni suina e avicola, con tassi di crescita annui del 2,6 e 3,7%. Polli e tacchini vengono allevati spesso nei Paesi industrializzati in stabilimenti che possono contenere da 15 mila a 50 mila capi, ma l’industrializzazione della produzione zootecnica è in corso anche nei paesi in via di sviluppo, dove i sistemi tradizionali sono stati sostituiti dalle unità intensive, soprattutto in Asia, America del Sud e in alcune parti dell’Africa.

Secondo il rapporto Fao «la produzione industriale suina ed avicola si basa su un imponente movimentazione del bestiame vivo. Nel 2005, ad esempio, quasi 25 milioni di capi suini, più di due milioni al mese, sono stati oggetto di transazioni commerciali internazionali. La movimentazione del bestiame e la concentrazione di migliaia di capi confinati, aumentano la probabilità di trasmissione degli agenti patogeni. Oltretutto, nei locali per animali confinati si accumulano grandi quantità di liquame che può contenere agenti patogeni in gran numero. Molti di questi rifiuti sono smaltiti a terra, senza alcun trattamento, esponendo così al rischio di infezione i mammiferi selvatici e gli uccelli».

La cosiddetta influenza aviaria, il virus H5N1 ad alta patogenicità, è una delle maggiori preoccupazioni, ma secondo la Fao «sarebbero da monitorare strettamente a livello internazionale anche la circolazione “silenziosa” del virus influenzale A (IAV) nel pollame e la peste suina. Una certa quantità di IAV è ora abbondantemente diffusa nel pollame commerciale e in minor misura nei suini, e potrebbe persino provocare una pandemia influenzale nell’uomo».

Per questo la Fao ha invitato i produttori di carne ad applicare le misure di biosicurezza di base: i siti produttivi non dovrebbero essere costruiti vicino agli insediamenti umani o alle popolazioni di volatili selvatici; le aziende dovrebbero essere pulite e disinfettate regolarmente; i movimenti dello staff e dei veicoli dovrebbero essere controllati e si dovrebbe formare gli impiegati in biosicurezza.

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