[21/09/2007] Rifiuti

L´Ue contro l´Italia: il cdr di qualità non può essere sempre materia prima

LIVORNO. L’Italia è di nuovo di fronte alla Corte di giustizia europea: con ricorso di giugno la Commissione europea accusa lo Stato italiano per la violazione della normativa europea sui rifiuti.
La legge 308/2004 (Delega al Governo per il riordino, il coordinamento e l’integrazione della legislazione in materia ambientale e misure di diretta applicazione) e il Dlgs 152/2006 (Testo unico ambientale) escludono sistematicamente dalla nozione di rifiuto certi rottami destinati all’impiego di attività siderurgiche e il combustibile da rifiuti di qualità (cdr-q): hanno l’effetto di restringere indebitamente la definizione di rifiuto prevista dalla direttiva europea 75/442 e di conseguenza l’ambito di applicazione.
Tali disposizioni –a parere della Commissione – sono contrarie alla direttiva che non può essere derogata da una norma di diritto interno e che non prevede nessuna esclusione dal suo ambito di applicazione per i rottami e i Cdr–q.

Fra l´altro va ricordato che siamo da tempo sotto procedura Ue anche perché continuiamo a buttare il cdr (non solo di qualità) in discarica.

Nella realtà giuridica esiste un rigoroso sistema gerarchico delle fonti del diritto dove il diritto comunitario si pone al di sopra di quello nazionale. Ciò significa che nel legiferare il legislatore italiano deve rispettare i principi, le prescrizioni e le direzioni europee (sempre se non contrarie alla costituzione).

La disposizione europea in esame quindi, esclude che l’esistenza di un rifiuto possa essere “accertata alla luce del complesso delle circostanze” che invece dovrebbero essere valutate caso per caso. Al contrario la normativa italiana stabilisce che il Cdr–q e i rottami debbano essere sempre qualificati come materie prime. E come tali non debbano essere sottoposte alle regole in materia.

Ma la conseguenza dell’esclusione sistematica dalla nozione di rifiuto di tali residui non pregiudica solo l’effetto utile della direttiva e del sistema di controlli sulla gestione dei rifiuti. Ha anche l’effetto di escludere l’applicazione di tutta la legislazione ambientale perché il suo ambito di applicazione è definito proprio con riferimento alla nozioni di rifiuto prevista dalla direttiva. Le potenziali conseguenze a danno dell’ambiente vanno quindi, ben oltre a quelle derivanti dalla non applicazione della sola direttiva.
Intanto i lavori per la ridefinizione del testo unico ambientale vanno avanti nonostante lo scivolone del governo (la delega scaduta, inizio da zero dell’iter e approvazione forzata entro il 29 aprile 2008) e i tempi ristretti.

Come abbiamo avuto modo di ribadire più volte, il codice ambientale così come un qualsiasi testo unico, per essere efficacie ed efficiente deve raggiungere degli obiettivi uno dei quali è quello di riordinare in un unico testo una serie di leggi. Una riduzione ad unicum dovrebbe essere compiuta nell’ottica di un miglioramento della disciplina e allo stesso tempo di un adeguamento alle novità normative comunitarie e nazionali. Ebbene sarebbe necessario che nel suo lavoro l’esecutivo accogliesse tutte queste indicazioni comunitarie e ne facesse tesoro.

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