[13/03/2006] Acqua

La Toscana di ritorno dal Forum dei movimenti per l’acqua

ROMA. Dodici seminari in due giorni per una partecipazione che ha soddisfatto gli organizzatori. Sono questi i numeri del «Forum dei movimenti per l’acqua» svoltosi a Roma nello scorso fine settimana. Al ritorno dall’intenso appuntamento romano, abbiamo rivolto alcune domande a Tommaso Fattori, del Tavolo toscano dell’acqua
Quali sono gli obiettivi politici emersi al Forum e quali gli strumenti per realizzarli?
«In questi anni i movimenti per l’acqua si sono moltiplicati, dando vita a vertenze territoriali straordinarie: si sono moltiplicate le lotte e i saperi. Ecco, il primo obiettivo del nostro Forum è stato il salto verso l’elaborazione di una vertenza nazionale comune, che ci veda lavorare tutti insieme per ottenere alcuni risultati decisivi. Vogliamo dar vita ad un Osservatorio italiano sull’acqua e ad una legge di iniziativa popolare che modifichi il quadro normativo nazionale. Una “legge d’indirizzo”, in grado di considerare l’intero ciclo dell’acqua: il bene comune acqua nel suo insieme, senza scorporare il servizio idrico integrato (l’acqua potabile per usi domestici) dal resto, dagli usi agricoli o industriali, come invece ha fatto la Legge Galli. Questo, per noi, significa riflettere su quale agricoltura e quale produzione vogliamo, significa mettere in discussione un intero modello di così detto “sviluppo”. L’acqua è elemento cardinale di una politica del territorio e una buona legge dovrà partire da questo orizzonte complessivo. Qui si inserisce anche il tema della gestione totalmente pubblica dell’acqua per usi domestici, che rifiuti logiche industrialiste e privatiste (che spesso sono state fatte proprie anche dal pubblico): occorre infatti un nuovo modello di pubblico, che ponga al centro la partecipazione dei cittadini. Ora vogliamo lavorare all’elaborazione della legge attraverso un Tavolo nazionale che riunisca tutti i soggetti nazionali e locali, dal Contratto Mondiale Acqua al piccolo comitato territoriale, da pezzi del mondo sindacale ai saperi esperti, conducendo nei prossimi mesi un lavoro di allargamento della rete, in modo da essere massimamente inclusivi. Ci siamo dati un calendario serrato, non c’è tempo da perdere: basti ricordare che entro il 31 dicembre 2006 tutti gli Ato dovranno affidare a un soggetto gestore esterno il servizio idrico integrato e vi è il rischio che in questa situazione molti vengano affidati a privati o a società miste».

Secondo il movimento, quale forma gestionale è la migliore per la risorsa idrica a medio e lungo termine?
«Occorre superare la logica delle spa, anche se totalmente pubbliche. Nell’attuale quadro normativo italiano, di fronte al rischio dell’ingresso di capitali privati nella gestione dell’acqua, l’unica possibilità di acqua pubblica era per l’appunto quella offertaci dalla gestione “in house”. Ma è giunto il momento di mettere mano, tutti insieme, alla legge nazionale: escludere la privatizzazione, pensare una gestione partecipata “oltre l’in house”, come abbiamo voluto intitolare un seminario del Forum. Insisto sul fatto che il modello da elaborare tutti insieme deve essere nuovo: dobbiamo guardare in faccia tutti i difetti di un vecchio pubblico burocratico e clientelare, lontano dai cittadini. Non mi pare sia sufficiente parlare di “azienda speciale”, se non la sappiamo ripensare in logiche diverse. Ma di questo dovremo discutere insieme al Tavolo».

Una questione delicata è quella del finanziamento del governo pubblico dell’acqua. Quali proposte sono emerse?
«Anche qui: il nodo dei nodi è uscire dall’altro famigerato capestro della legge Galli, ossia il “full cost recovery”. Sulla tariffa viene scaricato tutto. Oltre ai consumi e ai costi dell’ordinaria gestione del servizio, attraverso la tariffa, e solo attraverso tariffa, l’utente ed ex cittadino paga anche la remunerazione del capitale privato investito (fissata al 7% dalla Galli), gli utili di esercizio realizzati dalla società, spesso il riaffitto (attraverso il canone concessorio) di quelle reti in verità già pagate una prima volta da tutti noi, perché costruite con i soldi della fiscalità generale; infine, se tutto ciò non bastasse, sulla tariffa vanno anche tutti gli investimenti infrastrutturali. Ma come è possibile che una scuola o un ospedale siano considerati giustamente necessari per il benessere della collettività mentre un acquedotto no? Avere acqua potabile non è forse un diritto umano e un elemento fondamentale di interesse generale? In breve, almeno i costi degli investimenti per infrastrutture e l’assicurazione della quantità minima vitale d’acqua giornaliera (50 litri a persona), ossia la garanzia del diritto all’acqua, devono tornare ad essere coperti dalla fiscalità generale, secondo il principio della progressività Per quanto riguarda invece le tariffe, che devono coprire consumi e ordinaria gestione del servizio, occorre un meccanismo equo: 50 litri gratuiti giornalieri, un consumo fino a 100 litri considerato necessario e sostenibile ecologicamente, poi fasce successive di 50 litri, con raddoppio del costo rispetto alla fascia precedente (ma occorrerebbe introdurre, oltre un certo limite, una forma di “divieto”: non è lecito far ciò che si vuole di un bene comune). Le tariffe devono essere regolate su scaglioni di reddito e devono essere calcolate sull’effettivo numero dei componenti del nucleo familiare, non sulla generica utenza, altrimenti le famiglie numerose sono immediatamente penalizzate. Un capitolo a parte meriterebbe la questione del reperimento di fondi attraverso prestiti: occorre reinventare “Agenzie finanziarie pubbliche” in grado di poter finanziare a tassi agevolati gli investimenti nel settore idrico. Invece in Italia si è persino privatizzata la Cassa Depositi e Prestiti, che oggi è usata dal governo per finanziarie non più le infrastrutture di pubblica utilità diffuse sul territorio, ma le Grandi Opere della legge obiettivo: opere socialmente inutili, dannose per l’ambiente, tutte a debito, perché mai genereranno ricavi. I soldi evidentemente ci sono (come ci sono i soldi per le armi e per l’esercito); evidentemente si aggirano all’occasione anche i parametri di Maastricht, creando debito pubblico occulto, ma non per garantire i diritti e i servizi pubblici essenziali, ma per fare la Tav o il Ponte sullo stretto. E’ tutta una questione di scelte politiche, e di civiltà».

In Toscana la proposta di legge d’iniziativa popolare di ripubblicizzazione dell’acqua è approdata in Regione. Quali sono le prossime tappe dopo l’audizione in Commissione ambiente?
«I nostri argomenti hanno fatto breccia durante l’audizione, ma la posizione della giunta resta parzialmente contraria. Il prossimo passo sarà un incontro con l’assessore competente. Vedremo. La nostra legge è stata un fatto partecipativo enorme ed è riuscita a cambiare l’agenda della politica. Sbaglia chi pensa che i movimenti siano dei “gruppi urlanti”, capaci solo di criticare, e comunque alla fine disposti ad aspettare le “risposte” fornite della politica di professione. Da anni siamo in una nuova fase: i movimenti sono in grado di fare proposte strutturate, complete, che disegnano in positivo i modelli alternativi. Possiamo persino farci legislatori, come nel caso della legge di iniziativa popolare che un grandissimo arco di forze e di soggetti ha scritto in Toscana e che un arco ancora maggiore scriverà in Italia nei prossimi mesi».

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