[18/09/2007] Consumo

I consumi non crescono, anzi crescono meno. Finalmente?

LIVORNO. Uno studio Confcommercio-Censis rileva che nel secondo trimestre del 2007 in Italia i consumi hanno registrato una crescita modesta, dovuta in larga misura agli aumenti delle spese definite  incomprimibili (affitti, mutui, utenze, carburanti …) o straordinarie (grandi elettrodomestici e viaggi). Secondo Confcommercio quindi «le famiglie cercano  di risparmiare sui beni di largo consumo per sostenere le imprese irrinunciabili o quelle più impegnative che possono migliorare il tenore di vita».
“Finalmente” quindi i consumi diminuiscono e diminuiscono soprattutto non i consumi irrinunciabili, ma quelli di “largo consumo”, come li chiama la Confcommercio, che in realtà al giorno d’oggi sono beni che vengono sempre più acquistati ma sempre meno consumati, subito pronti ad essere rimpiazzati dal prodotto quasi identico uscito immediatamente dopo.
 
Ovviamente però come quasi nessuno al mondo pianifica la riduzione del proprio stipendio (e solo pochissimi quella dei propri consumi), così nessuno grida “Finalmente!”. Non lo fa Confcommercio che lancia l’allarme non perché la propensione al consumo cala, ma perché cresce meno, non lo fanno i giornali economici e nemmeno gli economisti ancora ancorati a una visione dell’economia pil-centrica (e il 60% del Pil  in Italia è fatto proprio dai consumi), e non lo fa nemmeno l’Unità che canta la litania del clima di fiducia dei consumatori che sarebbe venuto meno  per la prima volta dopo quattro trimestri.
 
Del resto che la necessità di pensare anche al risparmio di materia non sia particolarmente sentita, lo avevamo dimostrato più volte in molte nostre interviste. Ma può essere utile a questo proposito, proporre anche una seconda stima, che questa volta arriva da Fiba-Confesercenti, che non ha lasciato passare la prima pioggia di fine estate per lamentare che seppure «le presenze sugli arenili italiani rimangano consistenti, il consumo e la spesa per i servizi di balneazione, ristorazione, bevande, trattenimento all’interno dello stabilimenti continuano a diminuire».

Il direttore di Fiba Tullio Galli interviene su Italia Oggi  affermando prima un dato di fatto, ovvero che «…purtroppo quando le finanze in una famiglia scarseggiano, i primi tagli sono inevitabilmente diretti verso le spese considerate più voluttuarie e quindi verso quei consumi che sono alla base dell’offerta tipica dell’impresa balneare». E poi lancia la grande proposta: «E’ giunto forse il momento per la nostra classe politica di prendere seriamente in considerazione l’opportunità di valutare la vacanza degli italiani non più come un bene superfluo, ma come una necessità fisiologica dell’individuo, predisponendo strumenti e agevolazioni dirette a favorire il consumo del tempo libero con una politica di effettivo sostegno alla domanda di turismo».
 
Il primo pensiero che viene in mente è che forse, visto che come ha ammesso la stessa Fiba le presenze turistiche non sono diminuite e che italiani e stranieri hanno preso d’assalto come ogni anno le spiagge della Penisola ma hanno sperperato meno nei servizi, probabilmente “le necessità fisiologiche dell’individuo” sono in realtà quelle dell’individuo che lavora nell’industria balneare.

Ma in ogni caso la questione del turismo nel suo complesso è emblematica per le sue contraddizioni: più gente accede a un determinato luogo e più in quel luogo cala la qualità del turismo (oltre ad aumentare il consumo di risorse naturali); ma allo stesso tempo quando si preclude  in qualsiasi modo l’accesso (sia che si utilizzi il numero chiuso, sia che si utilizzino leve fiscali) si va a creare un luogo elitario magari più tutelato ambientalmente, ma dove alla fine comunque finisce per arrivarci solo chi se lo può permettere economicamente.
Eppure un limite ci deve essere, soprattutto in un sistema globale che non è infinito.

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