[14/09/2007] Acqua

Scarlino, acque rosse nel padule: le ipotesi di Arpat

FIRENZE. Ancora incertezze sull’origine delle “acque rosse” che saltuariamente vengono segnalate nella Palude di Scarlino. La Palude (o comunemente anche padule) è la zona palustre costiera più settentrionale della provincia di Grosseto, ultima tratto di una più estesa e caratteristica zona umida progressivamente ridottasi a seguito delle opere di bonifica. Le acque di immissione provengono prevalentemente dal fiume Pecora, che raccoglie quelle provenienti dalla zona nord e est di Follonica e dal canale Allacciante, opera idraulica di bonifica in cui si riversano le acque delle zone di Scarlino e Gavorrano.

La palude è collegata poi al mare attraverso la fiumara che determina una parziale salinizzazione delle acque palustri, fenomeno più evidente nel periodo estivo, quando i contributi delle acque interne sono minori. Per i suoi aspetti naturalistici di pregio (riveste una notevole importanza per la sosta, lo svernamento e la nidificazione dell´avifauna ed in particolare per la conservazione di alcune specie nidificanti ormai rare e minacciate come Botaurus stellaris, Circus aeroginosus e Acrocephalus melanopogon), la Palude di Scarlino è un Sito di importanza regionale (Sir) e Sic. Nelle vicinanze però sono presenti importanti attività industriali e residui delle attività minerarie che potrebbero essere potenzialmente pericolose.

L’Arpat (Dipartimento provinciale di Grosseto) spiega che negli anni recenti è stata più volte segnalata la presenza di acque rosse nella fiumara del Puntone di Scarlino, in particolare nel periodo estivo. Dalle indagine sulla natura e sulle cause del fenomeno l’Agenzia per l’ambiente, solo nel 2002 ha potuto accertare la provenienza di tali acque che, in quell’occasione, risultavano conseguenti ad una rottura della condotta di acque ferruginose della miniera di Gavorrano, che attraverso un canale si riversavano successivamente nel padule e nella fiumara. Nei successivi episodi non è stato possibile chiaramente associare cause ad effetti e soprattutto individuare la provenienza. In analisi recenti (agosto del 2006, giugno 2007) condotte dall’Agenzia sul materiale in sospensione è stato rilevato un elevato tenore in ferro che giustifica pertanto la colorazione rosso ruggine delle acque. Le osservazioni microscopiche del materiale e delle acque escludono invece la presenza di bloom algali di dinoflagellati o il proliferare di processi a carico di ferrobatteri, individuando pertanto nella presenza in sospensione di ossi-idrossidi di ferro quale più plausibile causa della colorazione delle acque.

Nonostante l’approfondita indagine per individuarne le fonti condotta in tutta l’area a luglio e agosto del 2007, non è stato possibile fornire prove certe circa l’origine. Per Arpat rimangono in piedi due ipotesi: una correlazione con una ampia disponibilità di sostanze ferrose risedenti nei suoli e nei letti dei corpi idrici della zona che ne sono notoriamente ricchi, sia per la pregressa e intensa attività mineraria che di trasformazione industriale, oppure arrivano in padule apporti di acque di miniera o provenienti dall’area industriale di Scarlino. «Tuttavia -sottolineano dall’Agenzia - dobbiamo far presente che nelle indagini più recenti condotte anche con il fenomeno in atto, non è stato possibile riscontrare alcuna correlazione con sversamenti da attività produttive o con drenaggi di acque dalle zone minerarie più vicine». Il mistero continua.

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