[29/08/2007] Energia

Zanchini: Carbone e nucleare in piedi solo grazie a un´inestricabile simbiosi di sussidi e incentivi

ROMA. Pochi Paesi al Mondo come l’Italia avrebbero tutto l’interesse a ridurre la propria dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di risorse energetiche. Forse nessun Paese in Europa avrebbe tanto da guadagnare dalla realizzazione della sfida che l’Unione Europea ha lanciato alla politica energetica al 2020: tagliare le emissioni del 20% rispetto ai valori del 1990, spingere l’efficienza energetica con una riduzione dei consumi energetici del 20%, raggiungere una diffusione delle rinnovabili tale da garantire il 20% dei consumi rispetto al 7% attuale.

E invece di aprire un confronto su come attrezzarsi al nuovo (vincolante!) scenario, il confronto politico continua a girare intorno al ritorno al “vecchio” carbone, o addirittura al nucleare per assicurare – viene detto - risposta al problema della sicurezza ma anche dei costi dell’energia nel nostro Paese. Questa ricetta è però solo apparentemente lungimirante, non fa infatti i conti con alcune novità rilevanti avvenute su scala internazionale che invece obbligano a guardare in maniera nuova al tema sicurezza ma anche al ruolo e agli interessi di un Paese come l’Italia.

Volenti o nolenti occorrerà fare i conti con una realtà che vede l’Italia allontanarsi da quanto sottoscritto con il Protocollo di Kyoto (+13% rispetto al 1990 invece di -6,5%). Si può anche essere scettici sui cambiamenti climatici o addirittura sostenere che le scelte per fermarli “possono indebolire la sicurezza energetica”, ma con questi impegni toccherà fare i conti quando si parla di mix energetico e in particolare del peso che l’aumento del carbone potrebbe svolgere in futuro. Senza spiegare come verrebbero risolti i problemi legati all’aumento delle emissioni di Co2 – con le multe previste dalla Direttiva sull’Emission Trading e dal protocollo di Kyoto.

Se nei prossimi anni il principale problema per la sicurezza energetica italiana è prevedibile che sarà rispetto all’approvvigionamento di gas è curioso che nessuno si eserciti nel calcolare quale effetto avrebbe il solo recuperare il gap di inefficienza delle centrali termoelettriche italiane rispetto alla media europea (40% contro 48). Calcolarlo potrebbe aiutare a sgombrare il campo del dibattito da una vecchia e diffusa favola che riguarda la tanto decantata efficienza energetica italiana. Un alibi che ancora oggi viene tirato fuori da un industria che da decenni non investe in innovazione. I dati parlano chiaro, l’Italia, che negli anni ‘80 presentava una delle più basse intensità energetiche del mondo – ossia la quantità di energia consumata per la produzione di una unità di prodotto nazionale lordo – oggi vanta livelli inferiori alla media europea e ben peggiori di paesi più svantaggiati sotto il profilo climatico.

D’altronde se si vuole parlare senza ipocrisie di energia dobbiamo partire dal fare chiarezza rispetto alla inestricabile simbiosi di sussidi, incentivi, tasse. Si potrebbe citare il rilancio dell’energia nucleare, che sarà possibile solo a fronte di forzature nelle regole di un mercato libero: il Governo USA prevede 8 miliardi di dollari di aiuti alle imprese (per aumentare del 3% le forniture elettriche nazionali!), in Finlandia è già stabilito che l’energia prodotta dalla nuova centrale verrà comprata dallo Stato che si farà carico delle spese per sicurezza e smaltimento. Oppure le miniere di carbone tedesche, che pesano ogni anno 2,5 miliardi di sussidi pubblici. Senza contare i vantaggi di competitività della filiera delle fonti fossili grazie ad infrastrutture pagate spesso dalle casse pubbliche e con sussidi nascosti.

Semmai il vero problema per le rinnovabili sta nel fatto che presuppongono di cambiare modo di ragionare. Perché non ha alcun senso discuterne come alternativa a questa o quella fonte, o paragonare la risposta necessaria in termini di torri eoliche o di ettari di pannelli fotovoltaici per chiudere le centrali di Civitavecchia o Brindisi. Non lo ha proprio perché queste vanno sviluppate diffuse, dove ci sono le opportunità migliori, con impianti che scambiano in rete e avvicinano domanda di energia e produzione. Per esempio in città il solare ha un vantaggio di vicinanza e di offerta proprio nell’ora di punta. E invece eolico, idroelettrico, geotermia e biomasse (per elettricità e calore in teleriscaldamento) possono svilupparsi nei territori dove le risorse sono realmente presenti. In poche parole non esiste una risposta che valga ovunque, e in ogni caso per essere efficace deve essere sempre associata a una strategia di riduzione dei consumi.

Un assurdità? Utopie ambientaliste? Ma allora perché il Governo di centrodestra danese dal 2001 ad oggi non ha cambiato politica energetica come annunciato in campagna elettorale? Passato qualche mese ha deciso di continuare nella strategia di riduzione della dipendenza dall’estero attraverso la diffusione delle rinnovabili (oggi soddisfano il 20% dei consumi) e dell’efficienza energetica. Sembrerà impossibile ma dal 1990 ad oggi i consumi energetici del settore industriale sono rimasti stabili mentre quelli domestici sono diminuiti del 20%. Nel complesso mentre il PIL cresceva del 70% l’intensità energetica scendeva del 35%. Impossibile ridurre i consumi energetici senza deprimere l’economia? Nulla di più sbagliato come alibi, basti dire che il nuovo obiettivo nazionale prevede di raddoppiare il contributo delle rinnovabili al 2020 e di ridurre i consumi dell’1,25% all’anno spingendo un mercato virtuoso che vede nascere ogni anno nuove aziende.

La sfida sta nell’allargare le possibilità di scelta per i cittadini, le opportunità di risparmio. Come realizzare questa prospettiva è il vero banco di prova del sistema energetico italiano, per creare nuovi attori industriali e competitori nell’offerta ai cittadini e alle imprese di servizi più efficienti di produzione, gestione, risparmio energetico. Dove il risparmio energetico è la prima politica in un modello energetico distribuito che produce nuovi attori. Del resto non esiste un alternativa credibile per la fame di energia del Pianeta. Non lo è da un punto di vista della sicurezza internazionale un modello incentrato su risorse petrolifere, nucleare e carbone. Né lo può essere da un punto di vista dell’accesso alle risorse con tassi di crescita dei consumi energetici esponenziali, che condannano per via dei prezzi inaccessibili i Paesi meno sviluppati e senza giacimenti. Sicuramente non può rappresentarlo rispetto agli equilibri internazionali, perché contribuisce a diffondere una insicurezza latente nei Paesi che possiedono le risorse dove si riducono gli spazi di democrazia e di libertà. E ancora prima che si ponga il tema del limite delle risorse energetiche è proprio l’impossibilità di allargare le possibilità di accesso all’energia e quindi allo sviluppo per tanti cittadini del Pianeta a dover spingere la ricerca e l’innovazione verso tecnologie alternative e rinnovabili.

* Edoardo Zanchini è responsabile energia di Legambiente

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