[29/08/2007] Comunicati

Vienna, il 30% dei più poveri emette solo il 15% dei gas serra

LIVORNO. All’United Nations Framework Convention on Climate Change in corso a Vienna, cominciano a delinearsi le varie posizioni, anche se nessuno sembra più mettere in discussione che i gas serra raggiungeranno il loro massimo livello entro i prossimi 10/15 anni e che dopo bisognerà trovare il modo di ridurre quei valori della metà rispetto ai valori attuali entro il 2050.
Anche Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione Onu sul cambiamento climatico (Unfccc), pensa che questo sia l’unico modo per evitare catastrofi ambientali ed umanitarie. «I Paesi industrializzati devono ridurre tra il 25 e il 40% le loro emissioni di gas serra dopo il 2012 – ha detto de Boer – Però i Paesi poveri emergenti devono accettare di svolgere un ruolo nella riduzione delle emissioni».

La riunione di Vienna dell’ Unfccc è in preparazione della prossima Conferenza delle parti che si terrà a Bali, in Indonesia, a dicembre, che dovrebbe avanzare un nuovo piano internazionale per la riduzione delle emissioni climalteranti dopo la scadenza del Protocollo di Kyoto nel 2012. In Austria si sta discutendo soprattutto degli impegni, anche finanziari, necessari per mitigare il global warming e de Boer conferma che «I livelli di mitigazione necessari per la riduzione delle emissioni richiedono tra 200 e 210 miliardi di dollari all’anno».

Il summit di Vienna valuta anche il fondo di adattamento di Nairobi, creato nella capitale keniana nel 2006 e che prevede finanziamenti addizionali per permettere ai Paesi in via di sviluppo di far fronte alle conseguenze dei cambiamenti. De Boer è fiducioso che si stiano per fare nuovi passi in avanti nella politica globale contro il cambiamento climatico: «Incluso il presidente statunitense George W. Bush che ha deciso di prendere il toro per le corna ed ha presentato una proposta che sarà discussa dai governi dei maggiori emettitori di gas serra il mese prossimo a Washington».

I Paesi industrializzati, in particolar modo gli Usa e le emergenti Cina e India, sono responsabili dell’85% delle emissioni globali, ma rappresentano il 70% della popolazione del pianeta e l’85% del prodotto interno lordo del mondo. Invece, il riscaldamento globale colpisce la popolazione di tutto il pianeta e produce un aumento di inondazioni, uragani, siccità e una maggiore incidenza di malattie come la malaria che colpiscono di più i poveri.

Monyane Moleleki, cancelliere di un piccolo e povero regno africano, il Lesotho, ha lamentato il forte effetto del global warming sull’agricoltura del suo Pasese: «gli agricoltori soffrono perché niente più accade quando si suppone che debba essere. I tradizionali periodi di pioggia non sono più prevadibili. I periodi di siccità si sono raddoppiati dalla fine degli anni 70, e le piogge, quando cadono, sono torrenziali».
De Boer non pensa che la riunione di Viena porterà a decisioni spettacolari, ma può dare indirizzi su come promuovere politiche per ridurre le emissioni.

Leon Charles, il rappresentante dell’isola caraibica di Grenada che presiede il gruppo di lavoro speciale ottenere un maggiore impegno da parte dei Paesi industrializzati firmatari del Protocollo di Kyoto, ha detto che «le conversazioni di Vienna non stabiliranno obiettivi di carattere obbligatorio sulla riduzione di emissioni», ma questo dialogo deve comunque inviare «un forte segnale riguardo all’integrità ambientale del mondo industrializzato».

La pensa così anche Legambiente che sottolinea l’Italia sia in forte ritardo nella corsa al taglio delle emissioni: «fino a oggi abbiamo solo peggiorato la situazione, basti pensare che all’inizio del 2007, a un anno dal fatidico inizio della fase attuativa di Kyoto (che prenderà il via il 1° gennaio del 2008), l’Italia, che si è impegnata a ridurre le emissioni del 6,5% rispetto ai livelli del 1990, ha continuato ad inquinare ritrovandosi a +18,6%». Per gli ambientalisti italiani «il prossimo vertice internazionale sul clima di Bali è di importanza fondamentale per non fare fallire la lotta ai cambiamenti climatici definita dal Protocollo di Kyoto. Ma è necessario che a Vienna si raggiunga un’ipotesi di accordo e un ordine del giorno preciso per l’appuntamento di dicembre in Indonesia. Occorre fare in modo che non si perda questo treno, che i governi più responsabili siano consapevoli di quanto questo frangente sia delicato e facciano tutto il possibile per trovare un accordo che vincoli anche quelli più riluttanti nonché a più alte emissioni come gli Stati Uniti, o come la Cina, l’India e il Brasile, anche se non rientrano nell’obiettivo Uno».

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