[28/08/2007] Comunicati

Afghanistan: papaveri e promesse

LIVORNO. Vi ricordate i solenni impegni delle first lady occidentali, trasformatesi in femministiche dame della democrazia caritatevole globale, dopo che i loro mariti avevano inviato truppe, aerei ed elicotteri a liberare l’Afghanistan dai talebani amici di Osama Bin Laden? Erano soprattutto due: liberare le donne dal burka che le copriva come un sarcofago di tela e liberare il Paese dalle coltivazioni d’oppio.

Il burka non è affatto scomparso, le donne afgane sono sempre oppresse da un maschilismo islamico immutabile davanti ad ogni nuovo padrone, signore della guerra o presidente Karzai, le piantagioni d’oppio, che i terribili e fanatici talebani avevano estirpato dove comandavano loro, sono tornate a fiorire come e più di prima, anche se le first lady e i loro potenti mariti hanno deciso che non conviene più guardare troppo a quel freddo e polveroso Paese pieno di papaveri e donne invisibili.

A guardarci invece è invece l’Office on drugs and crime dell’Onu (Unodc) che nel “2007 Annual Opium Survey” dice che «la produzione d´oppio nel sud dell´Afghanistan ha raggiunto proporzioni allarmanti nel 2007, anche se in diverse province hanno cessato di coltivarlo». E l’oppio non è solo un problema di mercato della droga ma anche ambientale, visto che secondo il rapporto Onu «L´estensione delle terre utilizzate per coltivare l´oppio in Afghanistan è attualmente più importante che tutta la coltura della coca en America latina, Colombia, Perù, e Bolivia messe insieme. Nessun altro Paese non ha mai prodotto narcotici in così grande scala dopo la Cina del diciannovesimo secolo».

La superficie coltivata ad oppio sarebbe passata da 165 mila ettari nel 2006 à 193 mila nel 2007, con un raccolto totale di 8.200 tonnellate, 2.100 in più che nel 2006. Le colture sono concentrate per l’80% nel sud pashtun, soprattutto nelle fertili province alla frontiera con il Pakistan dominate da capi tribali difficilmente controllabili, amici dei servizi segreti di Islamabad (e dei talebani), ma anche territori dove le forze della Nato e americane sono ben presenti e forse volutamente disattente, perché toccare l’oppio (e quindi l’economia illegale che sostiene l’intera area) può trasformare quei dubbi “amici” fintamente neutrali in palesi nemici.
Infatti, secondo l’Unodc «la coltura del papavero non è legata alla povertà, ma all’insicurezza», visto che nelle più povere e aride province del centro nord non si coltiva più l’oppio.

Secondo l’italiano Antonio Maria Costa, segretario esecutivo dell’Unodc «La coltura dell´oppio é inversamente proporzionale al degradarsi del controllo governativo. Il papavero ha ripreso di più dove regnano le forze anti-governative». C’è da aggiungere che anche nel nord e al centro più che una presenza del debole governo di Hamid Karzai arroccato a Kabul, il territorio è in mano ai signori della guerra ed alle tribù ed etnie che hanno combattuto contro i talebani, spesso usando gli stessi metodi degli studenti islamici per quanto riguarda le donne e le libertà civili. Comunque in quelle province il papavero non viene quasi più coltivato oppure la produzione è in forte calo: «nella provincia di Balkh, per esempio – dice l’Unodc - le colture, che raggiungevano i 7.200 ettari l’anno passato, sono scomparse». Invece, nella provincia di Helmand, dove è fortissima l’opposizione Taliban, la superficie coltivata ad oppio è aumentata del 48% e quel territorio, con solo 2 milioni e mezzo di abitanti, è diventata la prima fonte mondiale di droga.

Prima erano gli attuali alleati degli occidentali ad usare il papavero da oppio come risorsa economica per acquistare armi dall’occidente (e dagli ex nemici russi e dai Paesi dell’ex Urss) ed il talebani avevano emesso nel 2000 un editto religioso che proibiva di coltivare il papavero, oggi la situazione si è ribaltata e i talebani, nel nome della lotta al corrotto (e drogato) occidente coltivano allegramente la droga schivando bombe e battaglie con le forze di “liberazione” occidentali.

Ma secondo l´Unodc, ancora oggi «se certi agricoltori decidono di non coltivare il papavero, è perché considerano che questo va contro l’Islam». Ad Antonio Maria Costa non resta che appellarsi «al governo afgano ed alla comunità internazionale per continuare gli sforzi, perché le iniziative hanno portato i loro frutti nel nord e nel centro del Paese». Ma raccomanda soprattutto di aiutare economicamente i coltivatori che ritornano a coltivare altri prodotti e chiede che i programmi di aiuto prevedano l’interdizione della coltivazione del papavero.

La stessa Nato prevede l’eradicazione della coltura dell’oppio, la distruzione dei campi di papaveri e dei laboratori di trasformazione, dà il suo aiuto nel giudicare i trafficanti, ma le coltivazioni aumentano e i più grandi trafficanti se ne infischiano di essere stati inseriti nel 2006 nella lista Al Qaida/Taliban dell´Onu che dovrebbe facilitare la loro cattura ed estradizione e la confisca dei beni.
L’Unodc però non si nasconde che il problema più grave è quello della corruzione che permette che in un Paese sorvegliato da satelliti ed aerei, percorso dai più forti eserciti del mondo con le più sofisticate tecnologie, una banda di ribelli cenciosi e di signori della guerra medioevali armati di kalashnikov contrabbandino la più grande quantità di droga del mondo soprattutto attraverso il Pakistan, una regime autoritario in mano ad un militare golpista amico degli americani.

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