[28/08/2007] Energia

La Cina, i giocattoli, l’energia e Bocca di Rosa

LIVORNO. Probabilmente Fabrizio De André non è molto conosciuto in Cina, ma il grande Paese asiatico sembra guardare sempre più all’Unione Europea ed agli Usa come alla vecchia della canzone di Bocca di Rosa che «dà buoni consigli se non può dare cattivo esempio». Sembra proprio questo il tipo di reazione che i cinesi hanno avuto verso gli americani e la Mattel che li avevano accusati di costruire prodotti tossici o pericolosi per la salute dei bimbi occidentali, accuse che gli industriali cinesi del giocattolo hanno rispedito al mittente dicendo che quei giocattoli erano stati commissionati proprio in quel modo dagli Usa.

Il sospetto dei cinesi è che dietro le reprimende e i buoni consigli ci sia l’avvio di una guerra commerciale contro il made in China e il vice ministro al commercio Wang Chao, dice esplicitamente che «gli Usa hanno preso una serie di recenti misure che tradiscono una forte volontà di protezionismo commerciale. Soprattutto gli Stati Uniti non hanno accolto nessuna delle richieste cinesi per dar luogo a consultazioni» per concordare regole di controllo reciproche.

Gli Usa (e l’Europa) invece, accusano la Cina di violare le norme sul divieto dei sussidi statali alle aziende e di tenere basso il tasso di cambio dello yuan. Dietro c’è un sbilanciamento enorme del disavanzo Usa degli scambi commerciali con la Cina: 73 miliardi di dollari solo nel primo semestre del 2007, ma gli Stati Uniti sembrano impauriti soprattutto dall’irruzione nella scena mondiale di una nuova grande potenza e reagiscono limitando le loro esportazioni di alta tecnologia (laser, telecomunicazione, sistemi di navigazione) che pensano potrebbe essere utilizzata a fini bellici per modernizzare l’esercito cinese.

La Cina ovviamente non ci sta e per proteggere la sua immagine internazionale e ripristinare la fiducia dei consumatori nel made in China, annuncia una “battaglia di 4 mesi” di antico sapore maoista contro i prodotti nocivi, con maggiori controlli su allevamenti di animali e ristoranti, uso di pesticidi e di additivi alimentari, soprattutto per i prodotti di esportazione.

Intanto i giornali cinesi ogni giorno danno notizie di prodotti alimentari sofisticati e nocivi: dalle tonnellate di zuppa di alghe ai prodotti chimici, al vino e all’aceto adulterati, ai fiumi inquinati che mettono a rischio la salute di un sesto della popolazione.

In questo clima anche la seconda visita della cancelliera tedesca Angela Merkel, certamente ben accolta, è stata l’occasione per ribadire che lo sviluppo cinese non si fermerà perché gli occidentali sono preoccupati per il suo impatto ambientale globale e per la pirateria industriale che lo accompagna. Questo non ha impedito al presidente cinese Hu Jintao di chiedere alla Merkel di mantenere ad alto livello gli attuali scambi con l’intera Ue per «rafforzare la comunicazione, estendere il consenso e la fiducia reciproci, e di prendere in considerazione gli interessi dell’ina e dell’altra parte».

Insomma, quello che Hu Jintao ha detto alla Merkel suona più o meno così: se volete che inquiniamo di meno, invece di parlare del nostro modello di sviluppo, democrazia e diritti umani, fareste bene a fornirci le tecnologie per produrre energia più pulita e rinnovabile, per purificare l’aria, e ad intensificare gli scambi culturali, scientifici e tecnologici. Alla cancelliera tedesca non è rimasto altro che ricordare che i due Stati potrebbero consolidare anche la loro cooperazione per affrontare meglio il cambiamento climatico e la protezione dell’ambiente.

Ma la risposta cinese è sempre la stessa: abbiamo diritto a svilupparci quanto voi e per far questo dobbiamo correre, se ci aiutate a farlo più sostenibilmente bene, altrimenti ci fermeremo quando vi avremo raggiunto, visto che inquiniamo meno di quanto voi abbiate inquinato finora e che un cinese consuma molte meno risorse di un occidentale.

Sarà anche così, ma la corsa sembra senza freni: dal 1978 ad oggi la Cina ha utilizzato più di 750 milliardi di dollari di investimenti stranieri e nel Paese si sono stabilite oltre 610 mila imprese a capitale straniero che hanno contribuito per il 22% all’aumento della produzione industriale nel primo semestre del 2007 ed il loro volume di esportazioni è del 57%. Anche per questo la domanda energetica cinese è cresciuta del 15,68%, nei primi 7 mesi di quest’anno.
Secondo la Commissione cinese dell’elettricità a giugno i consumi sono saliti del 10% rispetto a maggio e le inquinanti centrali a carbone hanno fornito l’85,3% dell’intero fabbisogno energetico, con un aumento del 18,6% su base annua, molto di più della produzione delle centrali idroelettriche che è salita del 3,9%, e dell’energia nucleare a +6,7%.

A succhiare più energia sono proprio le industrie, soprattutto quella pesante: nei primi sette mesi del 2007 hanno consumato 1.400 milioni di kwh, con un aumento del 17,1% .

Ma c’è anche una buona notizia: le emissioni di anidride solforosa sono diminuite dello 0,88% su base annua e secondo Ma Kai, ministro incaricato della Commissione statale per lo sviluppo e le riforme, questo dipende dall’introduzione di tecnologie per l’abbattimentio degli inquinanti nelle centrali a carbone e dall’abbattimento di piccole e vecchie centrali. Secondo il ministro il consumo di energia è cresciuto, ma in rapporto all’unità di prodotto interno lordo è diminuito del 2,78% su base annua.

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