[27/08/2007] Comunicati

Innovare farà (forse) bene anche al lavoro, ma alla sostenibilità?

LIVORNO. Innovare fa bene anche al lavoro. Lo sostiene il premio Nobel americano per l’economia (2006) Edmund S. Phelps, del quale ieri il Sole24Ore ha ospitato un ampio stralcio del suo libro “La giustizia della libera impresa inclusiva: riflessioni su Aristotele, Hayec, Tocqueville e Rawls”. Ma è davvero così? E soprattutto, far bene al lavoro, significa far bene all’ambiente? Significa riconvertire ecologicamente l’economia secondo il criterio direttore della sostenibilità ambientale?

Il professore Phelps fa soprattutto un elogio del sistema economico che definisce ‘dinamico’, intendendo con questo termine: la capacità dell’economia di sviluppare idee innovative che siano tecnologicamente realizzabili e, si spera, anche profittevoli; l’abilità con cui si selezionano le idee che possono essere sviluppate; l’attitudine a sperimentare con la quale il mercato riceve i nuovi metodi e prodotti; in una parola, l’identità del sistemo a introdurre innovazioni che ottengano un successo commerciale. Quali sono, si domanda Phelps, i vantaggi tipici del sistema dinamico? «Oggi – argomenta - i problemi centrali del capitalismo riguardano proprio l’ampio spettro degli effetti di un elevato dinamismo. Il maggior vantaggio di un’economia innovativa è comunemente considerato il livello più alto di produttività; quindi, in generale, più ore lavorate e una migliore qualità della vita (…)».

Per disegnare ancora meglio l’attuale scenario dell’economia, il premio Nobel spiega poi che «gran parte dell’impressionante aumento della produttività cui il mondo ha assistito dagli anni ´20 a oggi può essere ricondotta ai nuovi prodotti commerciali e alle nuove strategie d’impresa, sviluppate e lanciate in economie che, tanto o poco, possono essere considerate capitalistiche».

E da questa considerazione Phelps arriva alla sua tesi: «A questa crescita hanno contribuito non poco anche gli ingegneri, ma il processo è stato guidato dagli imprenditori (…). Istituzionalizzare un alto livello di dinamismo, così che l’economia sia galvanizzata dalle nuove idee degli imprenditori, serve anche a trasformare il posto di lavoro, sia nelle imprese che sviluppano innovazione, sia nelle imprese che hanno comunque a che fare con le innovazioni». E ancora: «Le sfide che sorgono dallo sforzo di sviluppare una nuova idea e di garantire il suo successo di mercato comunicano anche a chi lavora un elevato livello di stimoli mentali, accrescono la capacità di risolvere problemi, sviluppano nei lavoratori il senso dell’impegno della crescita personale».

«Il capitalismo reale – sono ancora parole di Phelps – non coincide con questo modello di capitalismo ben funzionante: vi sono monopoli così grandi che è impossibile incrinarli, accordi di cartello segreti, regole non rispettate, corruzione politica. Eppure insisto: sarebbe assurdo rinunciare ai liberi imprenditori e agli investitori finanziari, così come al continuo flusso del dinamismo, soltanto perché i frutti del dinamismo sono inferiori a quelli che su potrebbero ottenere in un sistema meno imperfetto». Ne conclude che il capitalismo si giustifica doppiamente: «normalmente per i vantaggi che produce, anche per i lavoratori meno pagati; in secondo luogo, anche in assenza di quei vantaggi, perché sarebbe ingiusto togliere a coloro che hanno una vocazione imprenditoriale, e alle altre persone di temperamento creativo, la piena opportunità di esprimere se stessi».

Dunque per l’illustre economista americano il ‘guaio’ del capitalismo di oggi sarebbe solo riconducibile a ‘imperfezioni’ e sui mercati si vince «solo rinnovando in continuazioni processi e prodotti», una sfida essenziale «per stimolare la crescita intellettuale dei lavoratori». Osserviamo che questo modello – ovvero crescita come totem e innovazione quale che sia di processi e prodotti – oltre ad essere un’idea nata almeno nel secolo scorso, ha generato non solo un modello economico ‘imperfetto’, ma del tutto insostenibile sia ambientalmente, sia socialmente. Riproporlo tout court e anzi rilanciarlo con la proposta di renderlo più dinamico può quindi solo condurre a un peggioramento di tutti quegli indicatori che purtroppo l’economia non vuole (tranne rari casi) prendere in considerazione.

Pensiamo al consumo energetico, a quello di materia e a ciò che questo ha come conseguenza di un normale metabolismo del pianeta: riduzione delle risorse, impatti e rifiuti in tutte le sue forme. Davvero si ritiene che si possa continuare così? Se la critica principale all´idea di decrescita (felice) sta nella sua difficilissima applicazione pratica,, si può davvero sostenere che l’unica alternativa sia quella di non cambiare una virgola del modello economico attuale? Nonostante i cambiamenti climatici. Nonostante le multinazionali americane stesse chiedano regole. Nonostante la Cina e l’India ci mostrino giornalmente qual è il modello che l’occidente ha costruito e quali conseguenze abbia. Nessuno vuole «togliere a coloro che hanno una vocazione imprenditoriale la piena opportunità di esprimersi», ma il farlo secondo i criteri della sostenibilità ambientale ci pare un vincolo ineludibile. Che nulla toglierebbe (anzi) sul piano dell’occupazione e che molto aggiungerebbe su quello della qualità della vita.

Segnaliamo solo in conclusione che il saggio del premio Nobel è un “Occasional paper” dell’Istituto Bruno Leoni...

Torna all'archivio