[08/03/2006] Consumo

Realacci a greenreport: «Se arrestare la crescita fosse una priorità, Berlusconi sarebbe un ambientalista…»

ROMA. Crescita e sostenibilità, quantità e qualità. La serie delle interviste di greenreport continua con quella a Ermete Realacci (nella foto), deputato e presidente onorario di Legambiente.
«Per tornare a crescere» questo è l’obiettivo contenuto nel programma dell’Unione. In tutto il mondo (e quindi anche in Italia), destra e sinistra si confrontano su come accelerare la crescita economica distinguendosi sui modi e sugli strumenti ma non sull´obiettivo. Anche Lei crede che la crescita economica possa non avere limiti?
«Bisogna capire cosa si intende per crescita. Ci può essere una crescita insostenibile ed una crescita che non consuma materie prime, basata sulla vera grande risorsa disponibile nel nostro paese: l´intelligenza umana. Mi piace chiamarla “soft economy”, è una missione per il futuro che affonda le sue radici nella migliore tradizione italiana, nel cuore della nostra identità».

Ultimamente una parte della sinistra, almeno a parole, mette in discussione sia il concetto che la prassi della crescita richiamandosi alle leggi della termodinamica e quindi alla impossibilità fisica di crescere all’infinito. Lei pensa che qualità e innovazione delle produzioni e dei prodotti possono disinnescare questa contraddizione ?
«Francamente, trovo a volte un po’ ideologici i dibattiti sulla crescita che spesso sono svincolati dal merito. Una crescita che si arresta creerebbe immediatamente enormi problemi sociali per le fasce più deboli della popolazione. Infatti, se la priorità fosse quella di arrestare la crescita, allora il Governo Berlusconi sarebbe un governo profondamente ambientalista».

Qualche anno fa si pensava che con l´avvento della società e dell’economia dell’informazione ci stessimo avviando verso una «dematerializzazione» delle produzioni e dei consumi e quindi, verso la sostenibilità ambientale. Ciò se, e in quanto, si è avverato, riguarda l’utilizzo di energia e materia per unità di prodotto, ma proprio la crescita dei volumi prodotti vanifica questo sforzo. Lei cosa ne pensa?
«E’ così, non si può essere ottimisti su tendenze “naturali” e spontanee lasciate a se stesse. Ma il processo investe anche settori tradizionali. Faccio un esempio eterodosso. Quest’anno cade il ventennale di Chernobyl, ma sono passati venti anni anche dalla vicenda del metanolo, una grandissima crisi che investì il vino italiano. Si era presa una strada sbagliata, fatta di grandi quantità, bassa qualità e basso prezzo. Arrivò il vino al metanolo, ci furono almeno 19 morti ed un crollo drammatico del vino italiano. C’è stata una straordinaria riconversione, impostata su maggior rigore, regole e controlli, ed un processo produttivo che ha portato a nuovi vini, di qualità maggiore e profondamente legati ai territori. Una vera rivoluzione che non è ancora finita: possiamo attingere ai vitigni autoctoni e non disponibili altrove. Ma questo ha portato anche ad una straordinaria riconversione per l’ambiente. Produciamo molto meno vino rispetto alla metà degli anni ottanta, ma vale più del triplo; siamo diventati i primi esportatori del mondo superando anche la Francia. Tutto questo con il miglioramento di qualità e paesaggio. Ci sono aree prima considerate fortunate, penso alla Valle del Belice o alla stessa Donnafugata, dove la qualità ha ribaltato la situazione economica, eppure si produce un terzo del vino di prima, ma si consuma anche un quarto dell’acqua e meno energia. Il vino può essere una metafora della possibilità di una crescita economica che non sia anche consumo di risorse».

L’argomento utilizzato dai sostenitori ad oltranza della crescita economica illimitata, anche di qualità, è che altrimenti non ci sarebbero risorse da ridistribuire e di ciò ne soffrirebbero i più deboli e i meno abbienti. Lei cosa ne pensa?
«E’ un argomento fondato, ma ci può anche essere una crescita che non diminuisce per nulla le disuguaglianze. Dando per scontato che occorre ridurre lo spreco ed il consumo di energia e materie prime, anche uno sviluppo basato sulla qualità richiede politiche concrete ed efficaci per un’equa ripartizione sociale dei vantaggi. Resta il dato di fondo che lo sviluppo di qualità è organico alla questione sociale ed alla qualità ambientale. Non è con la politica del tana liberatutti, con i condoni, le sanatorie, i conflitti di interesse, l´attacco all´articolo 18 ed ai diritti dei lavoratori che si può fare sviluppo di qualità. Per questo, per una crescita più equa e di qualità, l’Italia ha bisogno subito di un
cambiamento politico».

Torna all'archivio